Caro Direttore,
Sono uno scugnizzo nato nel 1940, con pochi studi alle spalle, ma non mi sono mai arreso all’ignoranza. Devo molto all’amore per la poesia e per la lettura. Amo da sempre la terra d’Assisi. Negli anni Novanta ho vissuto per cinque anni a Bastia Umbra; poi, perso il lavoro, sono rientrato a Catania. Ho letto quasi tutto ciò che riguarda la vita e le opere di San Francesco, fino al più recente, Il primo italiano, di Aldo Cazzullo. Queste letture mi hanno riportato alla mente un ricordo del 1948, quando, insieme ad altri bambini, mi preparavo alla Prima Comunione nella Basilica di Sant’Antonio ad Afragola, sotto la guida di un frate e di una catechista. Fu allora che sentii raccontare il miracolo del lupo di Gubbio, ammansito da San Francesco. Tornato a casa, ne parlai con mio nonno, che definire un sant’uomo sarebbe riduttivo: conosceva tutti i santi del calendario e viveva davvero da buon cristiano. Al termine del mio racconto, aggiunse una considerazione che non ho mai dimenticato: forse quel «lupo» non era un animale, bensì un sanguinario brigante. Sono un credente entusiasta e nutro una profonda venerazione per il Poverello d’Assisi. Eppure, fin da quella lontana osservazione di mio nonno, non ho mai smesso di interrogarmi sul significato delle sue parole. Ora, giunto a un’età molto avanzata, mi si affaccia alla mente un altro interrogativo: a Gubbio c’era soltanto quel lupo oppure, più probabilmente, un intero branco? E, in quest’ultimo caso, non sarebbe stato necessario ammansire tutti i lupi? Non pretendo di offrire una verità storica, ma soltanto di condividere un dubbio nato tanti anni fa. Mi piace pensare che il lupo di Gubbio potesse essere proprio un violento malfattore: un uomo che aveva smarrito la propria umanità e che, incontrando la santità e la mitezza di Francesco, ritrovò la via della pace.
Cordialmente, Raffaele Pisani






