Tuesday, April 28, 2026

Il lungo viaggio della genetica

di Danilo Santelli

Dna estratto dal sangue di dinosauro, prelevato da zanzare rimaste intrappolate nell’ambra per milioni di anni. Attraverso l’ingegneria genetica e la clonazione, nel film “Jurassic Park” di Steven Spielberg vengono portati nuovamente in vita i dinosauri. Emiliano Mori, biologo dell’Istituto di ricerca sugli ecosistemi terrestri del Cnr, ci parla di de-estinzione e di preservazione delle specie animali a rischio, andando oltre le licenze artistiche accordabili, per la natura propria del genere, alla science fiction

Nel 1993 il regista americano Steven Spielberg dirige Jurassic Park, film vincitore di tre premi Oscar (effetti speciali, sonoro e montaggio sonoro), adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo scritto da Michael Crichton, che compartecipò alla realizzazione della sceneggiatura. Dopo il grande successo della pellicola ne seguirono altre 7, oltre a diversi videogiochi e fumetti a tema.

La storia è ambientata su un’isola dalla vegetazione lussureggiante, a largo del Costarica, dove un milionario visionario decide di costruire un parco tematico popolato da dinosauri. Per realizzarlo riporta in vita alcuni esemplari di questi animali, estrapolando frammenti del loro Dna da zanzare preistoriche conservate nella resina fossile e da quello delle rane, quest’ultimo utilizzato per ultimare le sequenze geniche incomplete. Una tematica, quella della de-estinzione, che è diventata argomento di cronaca e di attualità per mano della Colossal Biosciences, azienda statunitense che dichiara di aver “resuscitato” l’enocione, un canide somigliante al lupo scomparso dalla Terra da diverse migliaia di anni. Secondo quanto riportato dai media, tra il 2024 e il 2025 avrebbero fatto nascere dei cuccioli, utilizzando il Dna modificato di lupi grigi e impiegando cani domestici come madri surrogate.

“Per quanto si è capito, avrebbero estrapolato da alcuni fossili una piccola porzione di genoma dell’enocione, un animale che si è estinto circa 10.000 anni fa, e lo avrebbero inserito nella sequenza del Dna del lupo grigio, ottenendo animali che non sono molto lontani dai nostri cani o dai lupi. Possiamo considerarla una trovata pubblicitaria, da un certo punto di vista, che nulla ha a che fare con la de-estinzione”, spiega Emiliano Mori, biologo ricercatore dell’Istituto di ricerca sugli ecosistemi terrestri (Iret) del Cnr.

Locandina del film Jurassic Park

Tuttavia, questi non sono stati i primi esperimenti effettuati sul Dna di animali estinti, e altri parrebbero in cantiere. “Tra i vari tentativi, ricordo quanto si è provato a fare in Sudafrica con il quagga – una sorta di zebra dal manto particolare – utilizzando anche il genoma dell’asino. Il risultato fu un animale per certi versi simile al quagga, ma che non può certamente essere considerato un esemplare di quella specie. In futuro tenteranno anche con il mammut, avendone ritrovato frammenti di Dna, ma per il momento si tratta soltanto di esperimenti di ingegneria genetica, peraltro molto costosi. Allo stato tecnologico e scientifico attuale, non è possibile far nascere degli esemplari analoghi a quelli di una specie estinta utilizzando tracce esigue, o comunque incomplete, di Dna”, prosegue il biologo del Cnr-Iret. “Ben più concreti sono invece gli esperimenti effettuati per preservare le specie a rischio d’estinzione: esistono infatti diversi progetti che cercano di riscriverne l’intero genoma, allo scopo di migliorare la variabilità genetica e aumentare le possibilità di sopravvivenza per le specie che rischiano di scomparire. O anche la congelazione dello sperma e degli ovuli, per un potenziale impianto di ovuli fecondati nell’utero di madri surrogate appartenenti a specie simili, ammesso che questo possa funzionare”.

Quella che in questo ambito risulta essere la strada più percorribile attualmente, anche e soprattutto da un punto di vista economico, è la protezione degli animali all’interno di habitat naturali, anche attuando campagne mirate di reinserimento controllato. “In primo luogo, andrebbero sicuramente incrementate il numero di aree protette dove vivono animali a rischio d’estinzione. E nel caso dei reinserimenti in natura, va data particolare attenzione alla valutazione d’impatto, laddove possibile rimuovendo gli elementi che ne hanno causato la scomparsa da quei territori, e verificando che sussistano condizioni positive per la convivenza con la popolazione e la fauna locale. Altrimenti si corre il rischio di trovarsi in una situazione problematica, come in Spagna, dove il reinserimento del bisonte europeo ha creato problemi, o come accaduto con l’orso sulle Alpi. Ad ogni modo, è fondamentale la conservazione degli spazi naturali, tenendo sempre presente che l’impatto dell’uomo e delle sue attività potrebbe irrimediabilmente modificare e corrompere l’ambiente circostante, rendendolo ostile per gli animali che lo abitano”, conclude Mori.

[Almanacco della Scienza N.1, gennaio 2026]

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Tiziano Thomas Dossena, Direttore Editoriale della rivista.

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