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Due storie, due vite: racconti scomposti

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Di Marina Agostinacchio

Le narrazioni di un poeta…tra le nuvole
Come si approccia alla scrittura narrativa un poeta tra le nuvole?
Per alcuni scrittori di poesia, il racconto rappresenta in forma più distesa la possibilità di prolungare “il canto” le emozioni emerse con il ricordo.
Basta uno scontro tra “te” e qualche sensazione, nata per occasione nel sogno o nel dormiveglia, a fare rifiorire dalla memoria cose fatte, suono, immagine, voce, sensazione assaporata o toccata, provate in te in un tempo vicino o lontano.
Buona lettura!

Elena

Questa mattina voglio raccontarvi un particolare della vita di Elena.
Chi è però Elena? Una ragazza di 31 anni, venuta in Italia in cerca di lavoro dalla Siberia undici anni fa.
Elena è preziosissima soprattutto nei momenti di bisogno. Attraversammo insieme, nelle ore di lavoro, i miei malesseri derivati dalla cura chemioterapica, i momenti belli della famiglia, i problemi cui la vita ti mette davanti perché debba ricordarti che gli “attraversamenti” sono diversi e non sempre facili.
Qui da me due volte alla settimana, ha in sé le distese delle nevi e dei boschi del suo Paese.
Sicché ogni tanto la mia casa prende l’aspetto di quei luoghi incantati dove le cose spariscono per lasciare posto a interni “senza frontiere” e l’occhio si può muovere in un’assoluta continuità, senza ostacoli.
Giorni fa, mentre stirava, le ero accanto dalla mia postazione sedia a rotelle.
Parlavamo di benessere del corpo e dello spirito.
Così, come immersa nel vapore che produceva l”apparecchio, narrava la storia della sua infanzia. In estate la mamma, dovendo seguire il marito per lavoro in diverse città, lasciava Elena e il fratello dalla nonna che viveva in un paesino distante soprattutto calcolando il fatto che gli spostamenti per raggiungerlo erano plurimi e le infrastrutture esistenti non certo comode. La nonna era solita farle fare il bagno nel fieno. Riempiva la vasca di fieno, appunto, e piano piano aggiungeva dell’acqua tiepida. Elena così ricoperta inalava i profumi del fieno in cui la nonna immergeva tipi diversi di fiori. Ricordo mi abbia parlato di ginepro in particolare.

Quello che ha di magico la storia di Elena è il suo tornare bambina durante il racconto. Riprendersi per mano, accompagnare me spettatrice e con lei dentro a quel quadro, farmi sentire gli odori della vasca. Avere la sensazione di riposare in quel fieno e respirare. Respirare a fondo. Stare bene.
Gli odori del tempo. Questo voleva poi dirmi Elena. Il fieno è la sua infanzia felice in estate.

Ginepro

Le sue corse in quei boschi. Il fiume liquido per pochi mesi.
Ci sono odori che ci danno gioia. Anch’ io ne porto alcuni, ma va diradando il tempo, l’opportunità di fermarli anche perché per evocarli bisogna creare spazi e fermarsi. Altrimenti non li ascoltiamo. Né li sentiamo Storia di Elena.

 

La madre di Ayan

L’ ora della cena.
Ieri prendevamo la coda dell’ultimo sole.
Intorno al tavolo della cena, mio marito, Davide, il terzogenito e io.
L’estate ha la fragranza di fiori, erba profumata e cibo. Qualsiasi cosa metta a tavola, assume un aspetto quasi immaginifico, si adorna di attese, ritarda il tempo del dopo.
Riso e patate e vino bianco fresco. Che sarà mai. La fantasia culinaria di Davide, mio figlio: unire le patate a pezzi piccoli, del pranzo, e saltate in padella, al riso.
Un po’ nel piatto e un po’ a guardare dalle veneziane il sole nel suo ultimo respiro.
E mentre guardo, penso a quello che vorrei fare se fossi agile con le gambe. Ma devo avere pazienza. Sempre ti viene voglia di agire quando c’è un divieto, una prescrizione, in questo caso del medico.
Però, guarda… Se non fosse stato per il passo rallentato che mi ritrovo, mi sarei alzata di gran carriera a sistemare la cucina, come d’abitudine. E non avrei fissato gli occhi su una figura di donna sul marciapiede. Elegante, col suo copricapo bianco. Un piede, poi l’altro, si muove con l’abito lungo che ne fa un pezzo monolitico, una statua luminosa ambulante.
Riconosco Ayan, la figlia, che le sta dietro. Ho allora la conferma che la donna è quella signora flessuosa e gentile che vedo ai colloqui scolastici di tanto in tanto. Cerco di affrettare il passo zoppicante verso la sala. Raggiungo il terrazzo. La chiamo. Voglio sentirne la voce e, se posso dire, anche la grazia. È andata a trovare in ospedale una bimba figlia di vicini di casa e nativa, come lei, della Somalia.
Le chiedo dove abbia un mezzo per tornare a casa. Risponde che non ce l’ha. Andrà a piedi con la figlia lungo l’argine. Ma il quartiere dove abita e dove io insegno non è esattamente dietro l’angolo ed è estate, qui di umido caldo.
Dice che farà una passeggiata. Lo dice con un sorriso che spalancherebbe anche al più diffidente della terra l’anima a raccoglierla e a portarla in braccio con Ayan.
Vero è che per farci piacere il mondo, dovremmo potere guardare oltre una veneziana, prendere gli occhi della gente come se fossero mani che stringiamo per tornare a casa.
Buona giornata