Di Rita Bugliosi
I contenitori dei cibi, oltre a renderli attrattivi per i clienti, devono assicurare che si conservino correttamente e che non si deteriorino causando problemi di salute ai consumatori. Delle ricerche che si stanno conducendo in questo campo abbiamo parlato con Giovanna Giuliana Buonocore dell’Istituto per i polimeri composti e i biomateriali, che illustra anche le nuove funzioni alle quali si sta studiando
Quando mangiamo, facciamo attenzione al gusto degli alimenti, un aspetto senz’altro importante, che rende piacevole mangiare. Ma non meno rilevanti sono la qualità e la sicurezza dei cibi che assumiamo, per preservare la nostra salute. A garantire questi aspetti sono, oltre alle materie prime utilizzate e ai processi di trasformazione per realizzarli, anche il modo in cui i prodotti vengono confezionati e conservati. Un ruolo importante in questo ambito è svolto dai contenitori, ed è proprio per questo che oggi si presta molta attenzione alle confezioni e agli imballaggi dei cibi, e il campo del food packaging rappresenta un’importante area di ricerca tra le più in evoluzione nello studio dei materiali. Questo settore è infatti uno dei più dinamici della ricerca sui materiali, e porta a una collaborazione tra chimica, scienza dei polimeri e microbiologia per sviluppare soluzioni capaci di proteggere gli alimenti, prolungarne la conservazione e garantire la sicurezza dei consumatori.
Su questi temi è attivo da anni anche l’Istituto per i polimeri, compositi e biomateriali (Ipcb) del Cnr, con diversi gruppi di ricerca che lavorano allo sviluppo di nuovi materiali polimerici per gli imballaggi alimentari, come sottolinea Giovanna Giuliana Buonocore, ricercatrice del Cnr-Ipcb: “I materiali utilizzati per i contenitori dei cibi devono soddisfare requisiti molteplici e talvolta contrastanti: da un lato devono possedere caratteristiche estetiche e funzionali che rendano il prodotto riconoscibile e attrattivo sugli scaffali; dall’altro devono garantire elevati standard sia in termini di prestazioni che di sicurezza, evitando che sostanze presenti nell’imballaggio possano migrare nell’alimento e risultare potenzialmente dannose per la salute. Progettare confezioni efficaci richiede, dunque, anche una profonda conoscenza dei meccanismi di deterioramento degli alimenti, ogni prodotto può infatti alterarsi per cause diverse: ossidazione dei grassi, proliferazione microbica, perdita di umidità oppure trasformazioni chimiche che compromettono aroma, consistenza e valore nutrizionale. Per questo le strategie di packaging sviluppate dai ricercatori devono tenere conto delle specifiche cause di degradazione”.
Nel corso degli anni, poi, la funzione del packaging è cambiata profondamente. “In passato, l’imballaggio aveva principalmente una funzione passiva, cioè quella di separare l’alimento dall’ambiente esterno e proteggerlo da contaminazioni fisiche o microbiologiche. In questo contesto, la ricerca si è concentrata sullo sviluppo dei cosiddetti materiali barriera, progettati per impedire il passaggio di gas o vapori attraverso la confezione. Una proprietà particolarmente importante è la barriera all’ossigeno, fondamentale per limitare i processi ossidativi responsabili del deterioramento di molti prodotti alimentari. Tradizionalmente queste prestazioni vengono ottenute utilizzando strutture multistrato, composte da diversi polimeri. Sebbene molto efficaci dal punto di vista della conservazione, queste soluzioni presentano però un limite importante: risultano difficili da riciclare. Per questo una delle sfide più attuali, anche alla luce del Regolamento Ue 2025/40 PPWR-Packaging and Packaging Waste Regulation, in vigore dal febbraio 2025, riguarda lo sviluppo di film monomateriali ad alte prestazioni, più facili da recuperare e riciclare. Una strategia promettente consiste nell’applicazione di sottili rivestimenti superficiali (coating) capaci di conferire elevate proprietà barriera senza compromettere la riciclabilità del materiale”, precisa l’esperta.

In questi ultimi anni però la ricerca si è spinta oltre il solo concetto di imballaggio protettivo, proponendo anche altre soluzioni, come evidenzia Buonocore: “Sempre più studi sono oggi dedicati allo sviluppo di materiali di confezionamento attivi, progettati per interagire con l’alimento e contribuire direttamente alla sua conservazione. Questi sistemi possono, ad esempio, assorbire sostanze indesiderate presenti nella confezione – come ossigeno o composti volatili – oppure rilasciare molecole utili a rallentare i processi di degradazione. Le strategie di ricerca sviluppate in questo ambito seguono principalmente due approcci: il primo consiste nella realizzazione di film plastici in grado di liberare gradualmente sostanze attive, come agenti antimicrobici o antiossidanti di grado alimentare, capaci di contrastare la crescita microbica o i fenomeni di ossidazione responsabili, ad esempio, dell’irrancidimento dei prodotti ricchi di grassi; il secondo prevede invece la funzionalizzazione superficiale dei materiali, in modo che le sostanze attive possano svolgere la loro azione protettiva senza migrare direttamente nell’alimento, ma agendo a livello della superficie di contatto”.
Ma non sono solo questi i settori in cui sta operando il mondo della ricerca. “Un’ulteriore frontiera di studio riguarda l’utilizzo di materiali biodegradabili e, in alcuni casi, anche edibili. In questi film possono essere cioè incorporati composti naturali con proprietà antimicrobiche o antiossidanti, ma anche microrganismi benefici, come alcuni lattobacilli probiotici, talvolta combinati con sostanze prebiotiche. In questo modo, il materiale di confezionamento non solo protegge l’alimento dalle alterazioni, ma può anche contribuire a fornire un valore aggiunto dal punto di vista nutrizionale e del benessere dell’organismo”, spiega la ricercatrice.
Oggi, dunque, l’imballaggio non è più semplicemente un involucro che contiene il cibo, ma un elemento tecnologico sempre più sofisticato. “Grazie al contributo della ricerca scientifica, inclusa quella svolta al Cnr-Ipcb, i materiali di confezionamento del futuro potranno contribuire in modo sempre più efficace alla sicurezza degli alimenti e alla tutela della salute dei consumatori. Migliorare la conservazione dei prodotti significa inoltre ridurre gli sprechi alimentari, uno dei principali problemi delle filiere agroalimentari e una delle sfide dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile dell’Onu. In questa prospettiva, la ricerca sui nuovi materiali di confezionamento può offrire un apporto importante non solo alla sicurezza degli alimenti, ma anche alla sostenibilità dei sistemi di produzione e consumo”, conclude Buonocore.
Almanacco della Scienza N. 3- 25 MARZO 2026






