Monday, April 27, 2026

IL MONDO NEL MIRINO

 Articolo e foto di Patrizia Di Franco

La fotografia è un faro acceso su frammenti di esistenze. La grandiosità e la bellezza dell’“ottava arte” già si ravvisano nell’etimologia, dal greco antico: φῶς (luce) e  γραφή (scrittura o disegno). Scrivere con la luce. Una straordinaria narrazione per immagini sui grandi temi dell’epoca contemporanea è generata dagli scatti della World Press Photo Exhibition 2025. Una rassegna di eccelsa qualità, l’evento imperdibile che rivela le realtà nel mondo e celebra le migliori opere artistiche del fotogiornalismo internazionale. Giunto alla 68esima edizione, approda nel capoluogo pugliese per il dodicesimo anno, nella nuova, splendida, location, la Sala del Colonnato del sontuoso Palazzo della Città Metropolitana di Bari, affacciato sul lungomare Nazario Sauro. La mostra è organizzata da Cimeda quest’anno Brand Ambassador Italia e tra i maggiori partner europei della Fondazione World Press Photo di Amsterdam. Sono stati selezionati 144 lavori tra 59.320 fotografie candidate da 3.778 fotografi provenienti da 141 paesi di tutto il mondo. Una panoramica analitica e critica del presente, un excursus approfondito sulle tematiche cruciali del nostro tempo: dai conflitti alla crisi climatica, dalle migrazioni ai diritti sociali e civili.

“La fotografia non può cambiare la realtà, ma può mostrarla”, la saggia affermazione del fotografo e fotoreporter britannico Don McCullin, è la sintesi perfetta del significato e del valore della rassegna WPP.  McCullin da sempre si è occupato dei vulnerabili, dei ceti meno abbienti della società, con particolare attenzione per gli oppressi, gli indigenti, i disoccupati, e ha raccontato le sofferenze dei popoli soprattutto attraverso reportage di guerra, tema, quest’ultimo, ricorrente negli scatti dell’edizione 2025. Protagonisti dell’esposizione internazionale, il mondo e l’umanità, nel mirino, nel dispositivo ottico, dei talentuosi e intrepidi fotografi. E, purtroppo, nel mirino di tiratori addestrati e di sniper a servizio di bellicisti e guerrafondai.  In base ai dati forniti da Uppsala Conflict Data Program sono tuttora in corso più di 100 conflitti armati, oltre 59 conflitti statali attivi, più di 92 paesi coinvolti direttamente o indirettamente, inclusa quindi anche l’Italia. Mala tempora currunt, ancora anni bui e, dopo la pandemia, nessuna vera ripresa, nessuna rinascita reale, pace negata sulla Terra.

Nell’analisi e nelle opinioni di molti esperti di geopolitica stiamo vivendo la peggiore, più oscura epoca della nostra storia: guerre, genocidio, insurrezioni armate e conflitti attuali rappresentano il numero più elevato dalla Seconda Guerra Mondiale, tanto da definire questa fase coeva la “Terza Guerra Mondiale a pezzi”. L’impatto tragico e disastroso su civili, bambini incolpevoli, vite umane, economie, ambiente, si ravvisa nelle conseguenze palesi che tali guerre sempre più asimmetriche, cruente, sanguinarie, producono. Morti, lutti, violenze di ogni genere e stupri subiti, malattie, miseria, fame, emergenza idrica, abitazioni distrutte, disuguaglianze in aumento, choc, PTSD, ovvero disturbo da stress post-traumatico, distruzione in toto. La guerra lascia segni indelebili, perfino nel DNA. Questa terribile verità è stata evidenziata da prove scientifiche e anche da uno studio, pubblicato su “Scientific Report”, e condotto da un team internazionale di scienziate coordinato dall’antropologa Catherine Panter-Brick, docente alla Yale Jackson School of Global Affairs.

La metilazione del Dna, il processo regolatore dell’attività dei geni in donne esposte a violenze e guerre durante la gravidanza, ma anche nei figli e nei nipoti (come è emerso dalla ricerca su madri siriane e discendenti) , viene compromesso, causando specifiche modifiche epigenetiche in diverse parti del genoma e può “marchiare” a vita il Dna del feto. Nelle creature esposte alla violenza durante il periodo neonatale è stata riscontrata un’accelerazione dell’età epigenetica (discostamento e non corrispondenza reale tra età biologica correlata al DNA ed età cronologica). Sebbene violenza e traumi non vengano sistematicamente inscritti nei geni in tutti i soggetti e in maniera irreversibile, predispongono intere famiglie a un rischio davvero rilevante. Le modifiche epigenetiche non hanno carattere di permanenza, dunque attraverso supporti di tipo psicologico, e affettivo, la memoria biologica può essere guarita. Allo stesso modo le ferite lasciano il posto a cicatrici.

Sala Colonnato

Ma le ferite dell’anima, se possono essere sanate, di quanto tempo hanno bisogno, di quale aiuto? L’emblema del genocidio di Gaza, la voce di chi non ha più voce, il testimone della crudeltà e violenza spietata esercitata in guerra, è Mahmoud Ajjour, un bambino di 9 anni, mutilato, protagonista della fotografia scattata dalla fotoreporter palestinese Samar Abu Elouf, autrice dello scatto che le ha fatto vincere meritatamente la 68esima edizione del World Press Photo, il prestigioso e autorevole concorso di fotogiornalismo e fotografia documentaria al mondo. A distanza di appena un anno dalla premiazione di “A palestinian woman embraces the body of her niece” (denominata da molti, e a nostro avviso in maniera fuorviante e inopportuna, la “Pietà di Gaza”, giacchè paragonata alla Pietà di Michelangelo), a opera di Mohammed Salem, vincitore della scorsa edizione che recensimmo, purtroppo è ancora la guerra con la sua scia di sangue e di mutilati, a essere presente sul podio della WPP Exhibition.

“Mahmoud Ajjour, Aged Nine”, il titolo della straziante e bellissima fotografia, lo sguardo e il volto di Mahmoud dicono più di tante parole, spesso retoriche e vacue. La sua storia racconta il male, violenze, atrocità della guerra, dolore e sofferenze di un corpo violato, braccia amputate e mutilate, un’anima violentata e “mutilata”anch’essa, ma racconta anche il bene, la vita che sopravvive e vince nonostante tutto, e l’amore, l’altruismo, il coraggio, di un bambino che cercava di mettersi in salvo e soprattutto di aiutare gli altri. Mahmoud stava fuggendo nel corso di un attacco aereo israeliano a Gaza, ma il suo pensiero era rivolto ai suoi cari, il tempo di voltarsi per incitare e incoraggiare la sua famiglia a muoversi celermente, che la violenza lo aveva falciato, un’esplosione gli aveva tranciato un braccio e mutilato anche l’altro. Non sapremo mai cosa Mahmoud stesse pensando o provando quando è stato ritratto da Samar Abu Elouf, sappiamo che la sua vita è cambiata, perché è stata stravolta quel giorno terribile, possiamo soltanto augurargli una vita nuova che gli doni tutto ciò che merita e magari anche due protesi per le sue braccia, e una rinnovata fiducia negli esseri umani, una rinascita fatta di speranze, sogni, giochi, sorrisi e risate, amore, pace. Dopo un complesso intervento chirurgico e molti mesi di cure, Mahmoud sta imparando ad usare i piedi per scrivere, per giocare con il telefono e per aprire le porte, ma il suo desiderio più grande è quello di potere un bel giorno avere delle protesi per tornare a vivere come i suoi coetanei. In base alle stime delle Nazioni Unite, a Gaza, nel solo dicembre 2024, è stato registrato il numero più consistente di bambini amputati nell’intero mondo.

Mahmoud non è soltanto la vittima e la testimonianza del conflitto israelo-palestinese, ma è l’immagine speculare di tutte le vittime, che urlano la ferocia, lo scempio brutale e disumano, la follia, l’idiozia, di qualsiasi guerra, in qualunque luogo del mondo. “Questa è una foto silenziosa che parla con forza. Racconta la storia di un singolo bambino, ma anche di una guerra più ampia, le cui conseguenze si estenderanno per generazioni”, così ha commentato Joumana El Zein Khoury, la direttrice esecutiva di WPP. Samar Abu Elouf, la vincitrice del World Press Photo 2025, evacuata da Gaza, a dicembre 2023, continua ad abitare  nello stesso complesso di appartamenti di Mahmoud, a Doha (Qatar), laddove ha documentato attraverso i suoi lavori le conseguenze del genocidio, tra cui i feriti gravi che hanno potuto avere accesso alle cure dopo l’evacuazione da Gaza, dalla loro terra, dalle loro case annientate. Sul sito ufficiale del New York Times, con cui Samar ha collaborato, sono visionabili altre sue fotografie sui “survivors” di Gaza. Il contest di World Press Photo è nato per mostrare una visione globale delle realtà correnti, per mezzo della collaudata divisione geografica, con lo sguardo rivolto a tutte le parti del pianeta: Africa, Asia, Europa, Nord e Centro America, Sud America, Sud-est asiatico e Oceania.

Una giuria ha decretato sette vincitori regionali suddivisi per le tre categorie di concorso: tre vincitori per la categoria  Foto singola, tre per la categoria Storie, e un vincitore per la categoria Progetti a lungo termine. La giuria globale, costituita dai presidenti delle 6 giurie regionali, ha effettuato la selezione tra i 47 progetti vincitori locali della World Press Photo of the Year, l’attesa e tradizionale foto dell’anno. Novità di questa edizione è la scelta, da parte della giuria globale, di premiare altre due finaliste insieme alla vincitrice assoluta. Presidente della giuria globale per l’edizione 2025 è stata l’italiana Lucy Conticello, direttrice della fotografia per M, il magazine di Le Monde.

Musuk Nolte. “Siccità in Amazzonia”
Musuk Nolte. “Siccità in Amazzonia”

Interconnessi i temi chiave del concorso, i conflitti, le guerre, il genocidio, il cambiamento climatico, le evacuazioni, le migrazioni. In merito a tutto ciò, i 2 finalisti del contest sono stati il reporter nordamericano John Moore (Getty Images), premiato per la fotografia Night Crossing, il ritratto di un gruppo di migranti cinesi nell’atto di scaldarsi dopo avere superato il confine tra Stati Uniti e Messico; e  Musuk Nolte, fotografo messicano (Panos Picture, Bertha Foundation), con la sua “Droughts in the Amazon”, estratta dall’omonimo reportage, il soggetto fotografato è un uomo che si reca a Manacapuru, un comune del Brasile nello stato di Amazonas, un tempo raggiungibile in barca, per portare sporte di alimenti a sua madre, e per farlo deve percorrere 2 chilometri lungo il letto in secca del fiume Solimões. Oramai, a causa degli effetti del cambiamento climatico, gli abitanti del territorio “desertificato” sono costretti a camminare sul letto asciutto del fiume Solimões. Nolte ha usato un drone per scattare foto dall’alto al fiume ormai in secca, successivamente ha utilizzato la fotocamera e si è avvicinato ai soggetti, per riprendere i loro momenti autentici. Le immagini ci parlano dei temi più grandi e complessi del nostro secolo, la crisi climatica e lo sfruttamento delle risorse idriche del pianeta. Il Rio delle Amazzoni sta affrontando livelli record di acque basse a causa della gravissima siccità ampliata dal cambiamento climatico. Questa crisi ecologica davvero drammatica minaccia la biodiversità, sconvolge gli ecosistemi e colpisce duramente le comunità locali la cui vita dipende dai fiumi. Molti coloni si trovano davanti a un bivio, “sliding doors”: sopravvivere in quelle condizioni estreme e di emergenza crescente, oppure abbandonare le loro terre, i mezzi di sussistenza e trasferirsi nelle aree urbane, trasformando loro malgrado e in maniera permanente il tessuto sociale della regione.

John Moore: “Attraversamento notturno”

Altri artisti e incredibili gallery, menzione speciale per due fotografi locali originari dei Paesi Bassi: Prins de Vos (Queer Gallery) autore del reportage Mika che ricostruisce la storia e le vicissitudini di un 21enne olandese presso la Gender Clinic di Rotterdam;

Prince De Vois: “Mika”

e la reporter freelance Marijn Fiddler, che ha ritratto il culturista Tamale Safalu nel corso di una sessione di allenamento nella sua casa, a Kampala, in Uganda. Dopo aver perso una gamba in un incidente in moto nel 2020, Tamale Safalu è diventato il primo atleta disabile ugandese a gareggiare con i normodotati. Tamale ha continuato ad allenarsi nel bodybuilding competitivo. La sua forza e determinazione, la sua vittoria sulle avversità, sfidano gli stereotipi e sono straordinarie fonti d’ispirazione e sprone per persone di ogni estrazione sociale.

Marijn Fidder: “Tamale Safalu”

“Gareggiando come bodybuilder sul palco, voglio incoraggiare altre persone con disabilità a riconoscere i propri talenti e a non chinare mai la testa” afferma Tamale, campione di resilienza, coraggio, positività, volontà ferrea, nella vita.  Fotografia bellissima e commovente quella che ritrae Tamale, che testimonia l’importanza e la bellezza del fotogiornalismo che mai morirà, nonostante l’avvento dell’AI, e che regala foto coinvolgenti, emozionanti, strazianti, meravigliose, che ci fanno essere e sentire ancora umani.

Cinzia Canneri: “I corpi delle donne”

Nel contesto dell’area geografica Africa, vincitrice per la categoria Long Term Project è stata la fotografa toscana Cinzia Canneri, fotoreporter specializzata in storie sulla condizione umana, sul cambiamento sociale, sullo sfruttamento dei lavoratori, sulle questioni di genere e sull’immigrazione. Carreri, vincitrice di tanti premi internazionali, ha firmato per Association Camille Lepage, un progetto di reportage intitolato Women’s Bodies as Battlefields (i corpi delle donne come campi di battaglia). Un progetto avviato nel 2017, quando Canneri, che ha lavorato per anni nel Corno d’Africa, ha cominciato a documentare le esperienze delle donne eritree in fuga da un regime repressivo in Eritrea e in cerca di rifugio in Etiopia.

Cinzia Canneri: “I corpi delle donne”

Moltissime donne bloccate alle frontiere sono state aggredite, stuprate, colpite all’addome, dagli agenti della polizia nazionale, per impedire loro di procreare. Mentre la guerra tra le forze governative etiopi (sostenute dall’esercito eritreo e dalle milizie Amhara) contro il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè (TPLF) si espandeva nella regione del Tigrè, Canneri si è interessata alle donne tigrine, che si erano unite alle donne eritree nella loro fuga dal nord dell’Etiopia verso i campi profughi ad Addis Abeba oppure in Sudan. Le donne di entrambe le etnie sono state bersaglio di violenza sessuale sistematica, stupri, sparatorie, torture. Tutto questo, a causa dello stigma sociale, delle strutture sanitarie limitate e del difficile accesso di giornalisti nel paese, resta occultato o insufficientemente comunicato dai mass media locali e internazionali. Per tale ragione, a gennaio del 2024, Canneri ha co-fondato Cross Looks, un collettivo di donne italiane, eritree, tigrine e sudanesi che sta creando una narrativa intersezionale sui temi di genere, classe, e altre forme di disuguaglianza sociale.

Tatsiana Chypsanava: “Te Urewer”

La bielorussa Tatsiana Chypsanava (New Zealand Geographic) nel suo progetto a lungo termine si è occupata del popolo, che ha conservato lingua, terre e coltivazioni ancestrali, identità culturale e fiero spirito di indipendenza,  Ngai Tuhoe, della regione di Te Urewera in Nuova Zelanda. Noel Celis (Associated Press) ha documentato la scia di distruzione dopo la tempesta tropicale Trami seguita dai tifoni Yinxing, Toraji, Usagi, nelle Filippine, tra ottobre e novembre 2024. Tifoni colpiscono le Filippine dal 2012 e sono aumentati del 210%, indicatori della crisi climatica in tutto il pianeta.

Ye Aung Thu: “Una nazione in conflitto”

Una nazione in conflitto, il Myanmar, è ritratta nelle immagini del fotografo Ye Aung Thu  che ha già vissuto un colpo di Stato militare, all’età di 6 anni, e ha rivissuto un golpe nel 2021 quando suo figlio aveva 6 anni.  Da allora Thu viaggia con la sua macchina fotografica in tutto il paese e testimonia la resistenza, intensificata nel 2024, da parte delle milizie civili delle Forze di Difesa Popolare (PDF).

alinee Thirasupa: Thailandia

“Basta con la mania delle scimmie nella città thailandese” è il titolo della sequenza di scatti ad opera di Chalinee  Thirasupa. I macachi, ritenuti animali “portafortuna”, sono parte integrante dell’identità della “Città delle scimmie”, Lopburi, a nord di Bangkok. Molti turisti non avevano niente di meglio da fare…che accorrere per vedere i macachi e dare loro da mangiare. Nel 2020 i primati erano 3,121. Durante la pandemia da Covid-19, i turisti non potevano più andare a zonzo e  i poveri macachi affamati hanno iniziato, comprensibilmente, a diventare aggressivi, a rubare cibo, ad assalire i residenti. Dallo scorso anno le autorità hanno messo in atto un programma di sterilizzazione per riportare la situazione sotto controllo (situazione originata non certo dai macachi bensì dalla stupidità e irresponsabilità di certa gente).

Amanda M. Perobelli: Inondazioni in Brasile”

Le peggiori inondazioni mai viste in Brasile, lo scorso anno, con 2,39 milioni di residenti colpiti, con lo sfollamento di oltre 600mila abitanti e la morte di 183 persone, sono l’argomento del reportage di Amanda M. Perobelli (Reuters).

Santiago Mesa: “Jaidë”

Il colombiano Santiago Mesa ha portato alla luce la vicenda degli Emberà Dobida, un popolo indigeno nomade della Colombia insediatosi nelle vicinanze del fiume Bojayà. Molti di loro per sfuggire al conflitto tra le forze paramilitari del posto, sono emigrati, si sono trasferiti a Bogotà dove purtroppo subiscono discriminazione, emarginazione, isolamento, e vivono in condizioni di insicurezza e sovraffollamento. Conseguenza di ciò è il drammatico aumento di suicidi: 15 casi tra il 2015 e il 2020, 67 morti accertati e oltre 400 tentativi suicidari nel 2024. Il reportage di Mesa segue le esistenze delle donne indigene colpite dalla crisi, per sensibilizzare l’opinione pubblica e fare scaturire empatia e solidarietà nei confronti di questa comunità bistrattata, osteggiata e, in maniera disumana, emarginata.

Samuel Nacar: “Le ombre hanno già dei nomi”

“Homo homini lupus”e  l’incarnazione del male, sono palesi e ben evidenziati nel reportage sulla Siria, di Samuel Nacar (Spagna, per Revista 5W), e nel Progetto a lungo termine su Iran, ideato dall’iraniano Ebrahim Alipoor. “Le ombre hanno già dei nomi” così è stato intitolato il lavoro di Nacar, tutte le foto sono state scattate a Damasco. Il regime che durava da 24 anni, del presidente Bashar al-Assad, è stato rovesciato l’8 dicembre 2024, ponendo fine alla lunghissima guerra civile in Siria. Le forze ribelli hanno liberato molti detenuti, anche nella prigione militare, infernale, di Sednaya. I sopravvissuti hanno descritto il famigerato centro di interrogatorio e detenzione “Palestine Branch” e potuto raccontare la gravità della detenzione sistematica, le torture, le percosse, le esecuzioni segrete, le violenze subite tra cui scosse elettriche, deprivazione di cibo e sonno. I gruppi e le associazioni per i diritti umani stimano che almeno 150mila persone siano scomparse sotto il regime di Assad.

Ebrahim Alipoor: “I proiettili non hanno frontiere “

“I proiettili non hanno frontiere” è il titolo del progetto di Alipoor. Decenni di emarginazione dei curdi hanno generato una disoccupazione diffusa costringendo molti individui a diventare kolbar, corrieri transfrontalieri, i quali sulle loro schiene trasportano merci, vietate dal governo iraniano (per risparmiare valuta estera di fronte alle sanzioni occidentali), come elettrodomestici, vestiti, telefoni cellulari, attraversando il noto “Passaggio della Morte” un cammino al confine fatto di terreni impraticabili e pericolosi, rischiando di essere ammazzati dalle forze di sicurezza e dalle pattuglie di frontiera,  Khaled ha subito l’asportazione di entrambi gli occhi, dopo che una guardia gli ha sparato alla testa.

Kiana Hayeri: “Non è un paese per donne”

Dal reportage “Non è un paese per donne” di Kiana Hyeri (Iran/Canada, Fondation  Carmignac) si evince quanto sia critica e dolorosa la condizione delle donne in Afghanistan, il governo nega loro l’accesso all’istruzione oltre la scuola elementare, le esclude dai mestieri fuori casa, relegandole al ruolo di casalinghe non per scelta e, spesso, di schiave recluse. In alcune regioni sono vietate alle donne le uscite senza la presenza di un uomo, o a viso scoperto. Sono vietati i luoghi e gli spazi dove un tempo ci si poteva incontrare e riunire liberamente, come scuole, parchi, palestre, uffici, parrucchieri, saloni di bellezza. Non è più permessa la formazione professionale in ostetricia con ripercussioni devastanti sull’assistenza sanitaria femminile. I talebani hanno proibito divertimenti, musica e balli. Sacchetti di plastica ricoprono le teste di manichini che indossano abiti da sposa e da cerimonia. Perfino i visi delle donne su pubblicità, poster, manifesti vengono cancellati oppure coperti in risposta a restrizioni e divieti imposti dai talebani. La giusta ribellione delle donne afgane si manifesta con intelligenza ed escamotage e avviene silenziosamente, a porte chiuse, nelle case e, soprattutto, in aule segrete, durante celebrazioni e ricorrenze, balli e festeggiamenti privati.

Ali Jadallah: “Gaza sotto attacco israeliano”

“Gaza sotto attacco israeliano” di Ali Jadallah (Palestina, Anadolu Agency) documenta il genocidio a Gaza. Secondo l’Onu, oltre il 60% delle case è stato abbattuto e il 95% degli ospedali è fuori servizio, oltre 2 milioni di persone sono state sfollate, a causa della carenza di cibo, acqua potabile e pulita, di medicinali, causate dalle restrizioni imposte da Israele. I giornalisti internazionali sono stati banditi da Gaza, i fotografi del posto hanno rischiato la vita per volere mostrare quanto accadeva realmente, Jadallah ha perso diversi familiari e in riferimento ai lutti e alle distruzioni ha confidato: “Ogni volta che fotografo una casa distrutta, ricordo la mia. Ogni volta che i feriti e i martoriati vengono estratti dalle macerie, ricordo mio padre e i miei fratelli”.

Aubin Mukoni: “Vendita di sambaza a Goma”

Moltissimi gli autori e le loro fotografie esposte nella mostra, interessante come sempre, davvero magnifica, che si concluderà, salvo proroghe, in data 8 dicembre 2025. “Questo non è il momento di semplificare la complessità ma piuttosto di darle un senso, di riconoscere le sfumature, i molteplici punti di vista e la profondità delle storie globali”, condivisibili le parole di Joumana El Zein Khoury, la già menzionata Executive Director of the World Press Photo Foundation.

Nanna Heitmann: “Ospedale da campo sotterraneo”

Si esce coinvolti emotivamente e “cambiati” dalla visione dell’esposizione fotografica, ripensando al senso autentico e agli obiettivi, raggiunti con successo, della World Press Photo Exhibition: documentare e mostrare il mondo reale  nei suoi  aspetti tragici o trionfali, e gli esseri umani nel bene e nel male; rendere eterni  attimi di vita, di sofferenze, dolore,  rivincite, vittorie; informare e sensibilizzare i visitatori e l’opinione pubblica, fare riflettere; ritrarre persone che possono diventare simboli di una storia ispiratrice; risvegliare le coscienze e assumersi  responsabilità personali nel quotidiano; dotarsi di spirito critico e sviluppare empatia, intelligenza emotiva, e, soprattutto, restare umani.

Condividiamo in toto oltre alle affermazioni di Khoury, anche la saggia e splendida frase del fotografo e regista svizzero naturalizzato statunitense, Robert Louis Frank, che è stato uno dei più importanti e brillanti esponenti della fotografia americana, grazie anche al suo libro cult “The Americans” (dapprima aspramente criticato, poi elogiato e reso celebre). “C’è una cosa che la fotografia deve avere, l’umanità del momento” (Robert Frank).

Patrizia Di Franco
Patrizia Di Franco
Patrizia Di Franco, è nata a Torino, e lavorato a Roma. Giornalista iscritta all'Albo Professionale Nazionale (dal 1992) , con certificati dei trienni FPC. Moltissime Testate per cui ha scritto: regionali, nazionali, scientifiche, bilingui, quotidiani, periodici. A Roma: giornalista a "Italia Radio" nazionale; Direttrice di"Zeus" per anni, formatrice, docente di giornalismo e comunicazione di base. Docente di Comunicazione efficace, PNL, linguistica carismatica, psicologia, empowerment for women. Poetessa, saggio, poesie, racconti, pubblicati, premi nazionali e internazionali. Certificata Addetta Stampa Agenzia"Brizzi", Roma. Photoreporter. Poliglotta. Stilista ("Accademia di Roma"; "Accademia Internazionale di Alta Moda e del Costume "Koefia" Roma). Certificazione in:"Biologico, alimentazione naturale, fitoterapia". Pittrice. Ambientalista, ecologista, animalista, vegetariana, sportiva. Attivista:diritti umani;libertà di stampa;contro violenze di genere.

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