Saturday, October 16, 2021

Un rito d’innamoramento.

Cosa può raccontarci un albero?

Le sue foglie, inclinate o “verticalizzanti” ci parlano, ci raccontano piccoli segreti: le storie di noi che li abbiamo conosciuti per caso, che ci siamo riconosciuti, “nel velo d’aria, nel ventre della terra”, in un’estasi amorosa, in un abbandono nostalgico. Memoria e vitalità per un andare oltre un inciampo.
Anche questa mattina, nella camminata lungo l’acqua, ho parlato con loro.
Il salice era l’acqua e il ventre che si riempie di vita cosmica.
Aspetto l’autunno, l’Acero rosso e il Melograno, la primavera con il Pesco che fa corona con i rami ad accogliermi con un atto di benedizione, il Ciliegio per cadere nell’intreccio dei suoi rami, l’Ulivo, “ferita-ramo, arpeggio, essenze d’aria”, il Pruno e i suoi sogni.
“Mi curvo e mi innalzo verso l’alto, e intanto cresco, accumulo ricordo, mi piego, trovo ferite tra sterno e dorso. Sono frammentata in sogno e terra dura…e precipizio… e odore di borgata, aurora. Quanti discorsi ci fanno gli alberi…
Il video e la musica ti suggeriranno le parole che ti sussurrano all’orecchio gli alberi che incontri nelle tue camminate, a volte distratte.

Seppure mi manca il viaggio, quello che dà un tempo agevolato di dilatare la mente, di conoscere gente, di esplorare, lungo le “passeggiate d’acqua” sento il corpo riemergere.

Eh, sì, perché camminare, dovunque il cammino avvenga, è un atto di volontà dove investo energie, do significato allo spazio che esploro, affronto momenti di difficoltà.

Quello che mi manca dei viaggi – l’ultimo a febbraio 2020 a Berlino – è diventare le persone che incontro, le cose che guardo, le strade che cammino. Vivo una simbiosi profonda con il paesaggio, mi abbevero dei linguaggi, risuono di fonemi che pure non mi appartengono. Intercalari, vocali aperte, chiuse, aspirate, tono di voce, quando viaggio attraverso me stessa, divengo ciclicamente me e altro da me.

Tuttavia, qui, nella mia città, pur soffrendo la mancanza della totale libertà di un tempo, ho potuto sempre prendere le gambe per portarle in luoghi che costeggiano canali. E lì, seppure il percorso è sempre tra due ponti, la differenza la fa la gente che incrocio, rara, in certe ore da me attraversate e mai la stessa.

Cammino e osservo le canoe sull’acqua, le case d’affaccio a un liquido muoversi di alberi riflessi nelle trasparenze delle nostre riviere. Attenta ai ciuffi di erba, agli alberi, spogli rivestiti a seconda delle stagioni, agli abissi di cammino che costeggia l’acqua, alla luce delle giornate, sono quasi ogni giorno a ripercorrere il tragitto solitario. Attenta agli odori, dello sterrato, dell’umido dell’erba alta – alcuni tratti sono ombreggiati dalla boscaglia caratteristica degli argini incolti – se incontro bambini di cortili d’affaccio, o se mi imbatto in atleti di giornata che fanno esercizio fisico, per stare in forma, su anelli, travi, parallele lungo una via magica, un percorso più verde, parallelo alla stradina, mi carico di istantanee di vita, portandomi a casa una gioia smisurata.

Così, mai persa, fuori dal tempo, vivo nel tempo. A volte il tempo si dilata, perdo le coordinate del viaggio, l’ora impiegata nel cammino assume contorni di visioni mentali antiche e inedite. Svegliarmi è un attimo. Basta riconoscere un alberello con una pietra colorata alla sua base, o una scritta che rammenta i km del percorso verso altre località. Una mattina dello scorso giugno, l’addetto alle pulizie del piccolo condominio in cui vivo mi ha chiesto, affacciandosi alla finestra della serra, dove la mattina siedo per fare colazione e per leggere, dove avrei fatto la vacanza questa estate. Ho risposto che ho già tutto: la magnolia che si affaccia maestosa alla vetrata, le passeggiate sul canale. Ogni giorno saluto il mio cammino già dalla stradina che porta all’argine tutta in salita.

E il ritorno è un “addio”, un mettermi nelle mani del giorno dopo, un commiato che ha in sé la promessa di un rito d’innamoramento.

Marina Agostinacchio
Nel 1998 e nel 2007, Marina Agostinacchio è tra i vincitori del concorso nazionale di poesia “Premio Rabelais”. Nel 2006 è tra i finalisti del Premio “Tra Secchia e Panaro”. Nel 2002 ha ottenuto il Premio internazionale Eugenio Montale per l’inedito. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesie Porticati, nel 2009 la raccolta Azzurro, il Melograno, nel 2012 Lo sguardo, la gioia, nel 2014 Tra ponte e selciato. Nel 2021, Martina Agostinacchio ha pubblicato il volume di poesie Trittico berlinese.

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