Monday, November 28, 2022

Gabriella Cinti: la parola e la luminosità drammaturgica

Intervista di Marina Agostinacchio

Gabriella Cinti, in arte Mystis, nata a Jesi (An), italianista (dottore di ricerca), grecista, poeta, mitografa, saggista, antropologa del mondo antico, e performer anche di poesia greca antica.
Premio Speciale della Giuria al Premio internazionale di Poesia Principe Boncompagni Ludovisi 2021, ha pubblicato opere critiche in diverse riviste specializzate, come Mosaico, Università brasiliane di Rio de Janeiro, 2014, Le Parole e le Cose (2021), La Presenza di Erato. Alcune sue opere sono state tradotte in inglese e greco moderno.

Ho conosciuto Gabriella Cinti per una pura casualità, attraverso un suo testo poetico che lei stessa mi inviò su mia richiesta. Ebbi così modo di cogliere con immediatezza una parola poetica d’ispirazione classica ma anche risonante di ideale e sublime. La poesia di Cinti si pone davvero come spartiacque tra una solida formazione classica e un pensiero contemporaneo spesso labile e disorientato sul cui baratro la Cinti si affaccia senza caduta o sprofondamento proprio in grazia del suo essere donna armata di un pregresso di forza e bellezza.
Dagli scritti della Cinti emerge la contaminazione e l’amore per il mondo greco e per le culture del medio-oriente antico; parecchi sono i riferimenti che si possono trovare a tal proposito, leggendo la sua biografia.
Proprio dall’antico la poetessa ha tratto nutrimento per vivere intensamente il suo esserci, qui, in un presente attraverso una parola “rotonda, scolpita, tornita”, un lessico fatto di un incessante scambio benefico tra risonanze raffinate, arcane, enigmatiche.
La parola di questa nostra scrittrice contemporanea scaturisce da un universo incarnato in un quotidiano fatto di zone astrali e di inciampi. Lo spazio in cui si muove la parola della Cinti è primordiale e autonomo, Come lei stessa dice, il suo viaggio lirico orienta il passo al di là del primordiale, da cui lei riceve improvvise illuminazioni attraverso intuizioni, presagi, presentimenti residui di un mondo divinatorio e poetico. E proprio questo divino, scivolato nell’abisso con la caduta della parola pronunciata, pare riemergere come elemento salvifico, attraverso un recupero della stessa parola, nell’opera drammaturgica della poetessa; tale accadimento si verifica allorquando la parola poetica si immerge in un contesto scenico.
È una parola, la sua, che si spinge continuamente verso un confine di cui l’asticella di demarcazione tra un qui e un oltre è perennemente spostata verso un oltre. È parola alla continua scoperta di sé stessa come ricerca del bello inteso nella propria essenza di vero.
Ascoltando la voce della scrittrice, possiamo giungere ad avere intuizione dell’indecifrabile. Ecco allora che la comparsa di un mistero, del silenzio, del cosmico, vengono indagati con una parola alta, plasmata su modelli lirici anteriori, parola pronunciata, adattata a un corpo capace di darsi forma dinamica in uno spazio in cui la poetessa, agendo, diviene forte presenza icastica. Come nella poesia antica, il momento affabulatorio performativo del dire capace di farsi azione scenica è esaltato dall’espressione vocale della poetessa.
Come per tutti i poeti, la parola della Cinti, crea e riprogetta il mondo, parola immersa con uno slancio fiducioso nel creato ma senza alcuna pretesa dottrinale. Cinti canta frammenti di vita, nati dalla consapevolezza dell’urgenza di un dire, capace di registrare anche impercettibili lampi di tempo. Essi chiedono voce e legittimazione poiché, sembra suggerirci Gabriella, anche l’istante si imbeve della responsabilità di segnare un destino; esso, infatti, spalanca al vero nello svelamento di una conoscenza cui il poeta perviene in forza del suo essere anticipatore di eventi. Ora desidero fare conoscere ai lettori di questo giornale, ancorché non sappiano chi sia, questa poetessa italiana nel nostro tempo.

L’Idea Magazine: Quando hai avvertito in te di essere un poeta che la poesia stessa era al centro di un tutto? È stata un’urgenza che si è rivelata in una particolare occasione di vita?
Gabriella Cinti: Devo esordire con un moto di autocoscienza per cui l’approdo alla poesia vera e propria può datarsi a circa venti anni fa, in coincidenza con una trasformazione radicale incorsa nella mia vita che ha costituito forse l’occasione-spinta. Ho avuto delle brevi stagioni poetiche precedenti ma non avevano raggiunto la continuità e il respiro di questo molto più ampio arco di tempo in cui sono anche approdata alla scrittura saggistica, frutto della mia ricerca. In realtà credo di aver sempre abitato una dimensione poetica se per essa si intende una disposizione dell’animo all’incanto, alla domanda di senso che mi ha costantemente accompagnata, a una visione trasognata delle cose.

L’Idea Magazine: In cosa consiste il debito alla poetessa greca Saffo?
Gabriella Cinti: La poesia di Saffo è stata fondamentale nel mio percorso poetico e non solo perché insieme ad Alceo lei è stata la fondatrice della poesia lirica occidentale e la prima poeta in assoluto. In Saffo avviene una presa diretta sulla passione e, nello stesso tempo, un suo scandaglio, un’impossibile sintesi di accettazione sofferente del “mal d’amore” e di lucida osservazione, per cogliere le minime sensazioni anche dell’interiorità fisica, impossibili da rendere in traduzione se non in una inevitabile diminuzione semantica. In ciò anticipa tutta la poesia d’amore successiva e io ne sono rimasta letteralmente folgorata.
SAFFO creatrice di una epistemologia d’amore, declinata poeticamente e vissuta in modo iniziatico. Per questo lei, più di ogni altra, dell’amore dovette conoscere e cantare ogni sfumatura, accettando anche quel senso di possessione assai affine alla mania profetica o poetica; una idea dell’amore come desiderio doloroso e coercizione imposta dalle dee afroditiche, quella potenza sovrumana con cui Saffo coraggiosamente si misura, trasformandola in parola immortale di vertiginosa profondità, in perfetta fusione di suono e pensiero, in perfezione poetica di suprema eleganza.
Saffo maestra di sapienza che esercitava in modo carismatico nei suoi tiasi femminili a Lesbo, in modo analogo a Socrate. Infatti, nel Fedro, afferma che è “Saffo la bella” da cui avrebbe appreso l’arte di amare, di un amore come conoscenza.
L’Idea, dunque, è che la conoscenza appunto viaggi per strade di amore e bellezza, un motivo filosofico che si incarna in una parola fortemente legata alla oralità del mondo antico e che cerco di far rivivere nel mio percorso interpretativo di performer dei lirici greci.

L’Idea Magazine: Ti sei mai sentita poeta-rabdomante alla ricerca di una parola che suoni e risuoni, che dal buio del silenzio riemerga verso la luce?
Gabriella Cinti: A titolo di premessa devo riconoscere che sono stata  molto attratta da quella teoria della corporeità del linguaggio come espansione della struttura fisica dell’uomo nelle forme di una capacità astrattiva, già preumana; la parola poetica — nella veste fonica — portando con sé la strada misteriosa dell’evoluzione semantica, si carica quindi di questa imperiosa prevalenza del significante, tutta inclusa nei suoni delle parole e quindi esige necessariamente il passaggio fonico della sua pronuncia, letteralmente un “canto di parole”. Inoltre, non nascondo che tra i miei versi risuonano indirettamente le antiche voci greche con movenze espressive talvolta analoghe a una formularità sacrale.
Tu usi la parola “rabdomante” e in effetti la dimensione sonoro-musicale a cui attingo è paragonabile all’atto misterioso e arcano di individuazione dell’acqua sorgiva, fonti nascoste che si trovano nel profondo e che emergono grazie al prodigio di una mano magica o di una parola che raggiunga lo stato di grazia della poesia. Il critico Alberto Folin ha definito così una delle caratteristiche che mi anima: “una volontà di farsi senso grazie alla sua precisa forma fonematica.”. In generale, sono propensa a considerare la parola poetica come materia di divinazione, per le sue valenze, come una trascrizione di un misterico e iniziatico dettato interiore, da “pellegrina della voce”, in cui si possa in qualche modo riconoscere un canto primigenio verbalizzato, quindi come uno strumento sacro, a partire dai suoni che la compongono.
Quanto alla dialettica luce-ombra, ne ho vissuto il tema in un rapporto dialettico e drammatico, in un senso ermeneutico specifico: la dimensione d’ombra — avvolgente e imperscrutabile — conserva un’impronta mitica ma nondimeno ha circondato il mio vissuto.  Questa compresenza sofferta tuttavia non si chiude in un’impasse paralizzante, ma diventa indagine inquieta delle zone oscure che ci accerchiano e che mi sento sempre chiamata a sfidare.  La luce infatti è l’elemento dominante oltre che strumento conoscitivo, con il suo carico di sacralità, è la metafora forse più diffusa nella mia poesia, declinata in ogni sua sfumatura, come forma espressiva e spirituale del fine ultimo della mia ricerca, il cuore luminoso dell’Essere.
In quanto incarnazione del divino — o meglio della divina — ha il potere di illuminare il viaggio verso il dentro, in una strada di progressiva identificazione personale con la luce come una sorta di veste iniziatica, quella della parola, che ad essa tende.

L’Idea Magazine: Si avverte spesso nei tuoi testi un afflato cosmogonico, un atto di riflessione relativo a un inizio primordiale sotteso ad un anelito di carattere estetico, esistenziale e trascendente. Ci puoi contestualizzare questa tua dimensione plurima della scrittura anche attraverso qualche tuo verso?
Gabriella Cinti: Un’ispirazione di questo tipo, propulsiva a ritroso — spinta fino alle forme primordiali del vivente — circola, con un afflato cosmogonico, specificamente nella mia ultima raccolta di poesia, dal titolo emblematico “PRIMA”: testimonia la mia crescente attenzione a questo tema e illumina la domanda di un senso ultimativo che muove questa tensione verso la prima scaturigine.
In realtà, lo stato principiale rappresenta per me la forma dell’Assoluto, risponde a un bisogno spirituale e conoscitivo che mi ha accompagnato sin da piccola, quando scorsi da ragazzina in Leopardi il primo volto dell’infinito come idea e come sogno.
Essendo molto appassionata di etimologia e di paleo archeologia, ho sempre provato un vero entusiasmo per le tracce arcaiche delle lingue, considerandole dei paradigmi significativi di questo viaggio verso l’Arché, appunto: una indagine più vasta sulla nascita delle civiltà e delle lingue, che mi ha portato per esempio in questi anni a un tentativo di misurarmi anche con vari idiomi arcaici come il sumerico, l’ittita, il paleo babilonese e il sanscrito.
Mi fanno sentire sulla strada di un divenire percorso a ritroso, dove le parole del presente rivelano la loro lontana provenienza.
Quando penso all’origine — che ho indagato anche in termini di mitologia e di una antropologia del sacro — la identifico in una Sacralità primordiale, sia pure indefinita e polimorfa, prevalentemente femminile, forse persino pre-umana. Questa Dea-Madre rispecchia un’unità primigenia precedente le scissioni di genere, è unʼUna che ingloba e racchiude il due da cui nasce il molteplice.  Si pone per me in analogia con la parola prebabelica, quella che incarna il mito di una compiutezza divina, anteriore alla divaricazione tra il significato e il significante.
Centrale dunque questa Grande Dea originaria, soprattutto nelle fattezze elleniche come in quelle ancestrali delle Dee o Veneri del Paleolitico superiore.  Quindi a Lei — e a creature mitiche a lei associabili — ho tributato di frequente la mia dedizione poetica, in un accoglimento intimo: una sorta di contemplazione sonora della loro presenza.

L’Idea Magazine: La parola drammaturgica è la modalità con cui ti approcci all’ascoltatore. Ci spieghi cosa avviene in te durante i tuoi interventi poetici in pubblico?
Gabriella Cinti: Avendo accolto in me, nel mio percorso interpretativo la potenza fonica della lingua greca ho tentato di portare nella mia dimensione poetica quell’entusiasmo semantico che ho introiettato, immettendo un sentire di parole in viaggio tra il passato mitico e il mio presente, di dare voce all’altrove e alla nostalgia edenica che sembra caratterizzare quella terra del tramonto che è l’occidente. Ecco la mia dedizione alla ‘la phoné’, al gesto vocale del “teatro” della parola, in cui risalta quella potenza ipnotica del significante — fino alla trance” che aiuta a tuttavia a cogliere proprio “la musica interna del significato. Quindi la parola tende a caricarsi di sacralità per il tentativo di evocare quel mondo, di chiamarlo ad essere su una sorta di scena attraverso la ricerca del canto e di un senso “linguistico” dell’essere. In poesia, ho cercato quindi di “prestare la bocca” a quello che sento essere stato un canto originario, sgorgato forse prima della parola ed espressione dell’istanza umana e animale di affidare la propria espressività ad una forma fonica, il proprio bisogno di comunicare anche a distanza.

L’Idea Magazine: Attraverso la tua parola, hai mai avvertito di dover ricoprire in qualche modo un ruolo di ambasciatrice di un particolare tipo di messaggio?
Gabriella Cinti: Più che un messaggio, mi sento portatrice di una testimonianza, di una istanza che spero di poter condividere ad ampio raggio, sull’importanza di accogliere in noi il passato classico e i segnali che ci giungono anche dalla protostoria e dalle epoche più remote, facendo tesoro di un percorso che portiamo fortemente dentro di noi e di cui occorre recuperare consapevolezza accrescendo un’empatia verso l’umano e il vivente, nata dalla contemplazione di forme d’arte e di espressività da cui trarre insegnamento. Tutto questo diventa una sorta di necessità spirituale non in senso teologico ma in una più espansa religione del vivente da celebrare, per quanto mi riguarda, con gli strumenti di una Parola che sia al contempo canto, inchiesta, preghiera. In tutto ciò, la chiave femminile è fortemente marcata non tanto per esperienzialità, quanto come prospettiva mitica o protostorica da cui guardare alle cose del mondo, forti della permanenza di una antica Dea Originaria che risale a tempi precedenti la nascita delle prime civiltà e quindi si manifesta come archetipo fondante della nostra mente e della nostra storia.

L’Idea Magazine: La tua visione cosmica, anzi cosmologica della poesia in che modo si incarna nella tua visione del quotidiano?
Gabriella Cinti: Quella che tu chiami visione cosmica o cosmologica della poesia si intreccia con una certa coerenza con la mia visione del quotidiano che sento fortemente connessa a una dimensione superiore, per cui anche il mondo esperienziale è tramato di riferimenti ad una più grande appartenenza, al sentimento di una vita universale da cui proveniamo e che manifesta segnali intermittenti anche nella vita di tutti i giorni. Sono i segni dell’arcano, di una trascendenza che ci travalica e che abbiamo il compito di riconoscere come tracce guida per una coscienza antropologica più espansa.  A volte possono sembrare dettagli impercettibili ma mi si palesano come illuminazioni di una connessione con dimensioni astrali o flussi di energie provenienti dall’origine. Il contatto con le cosmologie antiche o addirittura prestoriche mi fa sentire parte di un continuum alla luce del quale il quotidiano si carica di simboli o di percezioni extratemporali di grande intensità.

L’Idea Magazine: In parecchie poesie del tuo libro “Prima”, Puntoacapo Edizioni, ho avvertito l’esigenza di un ritorno all’unità, un anelito d’amore di ogni creatura nell’incontro con l’altro. Ci vuoi spiegare questa visione dell’essere?
Gabriella Cinti: L’idea di un’unità originaria coincide con la mia “fede” in una Grande Dea originaria di cui il passato remoto ci ha lasciato tante testimonianze e che mi sembra fondere le caratteristiche dei generi in un Tutto superiore con fattezze femminili, generatore di energie creaturali, di amore incondizionato e di armonia, al pari delle civiltà che la veneravano e che non hanno lasciato tracce di bellicosità. L’amore poi, come sentimento e come incontro, reca in sé come archetipo l’impronta di questa fusione archetipale e ho sentito il bisogno di rintracciarla in quell’incontro che non è solo degli umani ma sembra appartenere al vivente in modo più esteso, a partire dalle prime forme di vita fino ai primati. Pertanto, questo amore inteso come motore del mondo — dalle aggregazioni cosmiche fino alle manifestazioni umane del sentimento — circola come vena ispirativa e come fondamento di una visione dell’essere, come testimonianza di un dono divino o della Divina che ci ricorda la sua cifra unitaria e totalizzante, la sua missione d’amore universale.

L’Idea Magazine: Mi sembra che la poesia per te apra alla conoscenza delle cose, sia aspirazione profonda ad un vero che da una zona di ombra riemerge lungo l’attraversamento della parola. Se è vero per te questo assioma, come ce lo puoi rendere visibile al nostro sentire intuitivo, attraverso quali versi scelti da te?
Gabriella Cinti: La poesia, come l’amore peraltro, è davvero uno strumento di conoscenza, di ricerca della verità nel profondo, nascosta tra le ombre che ne velano il nucleo segreto di arduo raggiungimento. La parola, proiettandosi verso questo centro dell’essere nel tentativo di dargli una forma espressiva, si carica di una tensione metafisica e di una sfida quasi impossibile ma non di meno praticata con fervente slancio.

Potrei citare alcuni miei versi:

…un canto antico, da pellicana, prodigo,
per infondere verità di natura
alla mia nostalgia,
—-

…ora mi additi
il luogo della verità
nel limite estremo
da cui parte il mio viaggio,
l’oltre dell’oltre
per camminare nel tuo pensiero…

…Come la parola insegue la verità
fino all’ultima sillaba…
—-

un bramito di luce levatosi
ti raggiunga
dove non potrai perdermi,
nel cuore astrale della verità.

L’Idea Magazine: Esiste per Gabriella Cinti una poesia del ricordo?
Gabriella Cinti: Riconosco al ricordo una funzione determinante come presenza e come fonte ispirativa. La dimensione del passato, soprattutto familiare e affettivo, ha spesso i connotati del ritorno a una patria edenica e ritorna spesso nei miei versi, anche come un ritrovarmi in una anteriorità personale, in parallelo con il cammino a ritroso nel tempo che informa di sé il mio cammino poetico recente. I ricordi genitoriali illuminano le essenze in qualche modo angelicate che costituiscono una sorta di Numi tutelari della mia vita, verso cui tributare un afflato di amore riconoscente unito a una elegiaca e dolorosa evocazione della loro presenza.

L’Idea Magazine: Mi è parso che esista nella tua poesia qualche richiamo a Montale riferito all’oggetto assente…
Gabriella Cinti: Indubbiamente ho assimilato in me quel senso montaliano dell’assenza così connaturato e ricorrente in lui, in quelle evocazioni non tanto memoriali quanto metafisiche, quel dialogo come forma esorcizzante di un vuoto incolmabile, l’assenza come paradigma di una mancanza costitutiva declinata da quella sentimentale a quella della morte come suprema cesura. Un contagio quasi subliminale impronta quei versi dedicati all’assenza, più o meno incarnata in persone umane. In realtà aderisco all’idea montaliana della sottrazione come categoria ontologica, come stato di separatezza per cui si cerca di ricomporre lo strappo con una condizione unitaria, esistenziale o sentimentale. Non a caso, è un termine che ritorna con una certa frequenza nella mia produzione poetica, come contraltare di una idea di compimento e di pienezza da contemplare con inesausta nostalgia.

L’Idea Magazine: La poesia è sempre in grado, secondo te, di condurre il lettore a uno spazio di chiarezza, di spiegazione delle cose, nel suo viaggio ascetico-catartico?
Gabriella Cinti: Credo che la poesia possa portare, non tanto a un livello di chiarezza ulteriore quanto a una possibilità — per condensazioni semantiche — di illuminazione sugli aspetti più reconditi della realtà e dei moti interiori, operazione più magica che concettuale, dando forma poetica ai segni arcani che attraversano la realtà e che altrimenti sarebbero invisibili. Un messaggio che si fa strada attraverso un percorso di ricerca espressiva e di consapevolizzazione dell’esperienza, tesa ad un perfezionamento interiore da condividere attraverso la testimonianza di versi come tasselli di un mosaico in continua evoluzione.

L’Idea Magazine: Ho letto a proposito della tua produzione “La poesia come mito e il mito nella poesia”. Ci spiegheresti in che senso poesia e mito vivono in simbiosi?
Gabriella Cinti: In questo contesto, la dimensione del mito greco mi ha investito con una forza e una irruenza che hanno dell’arcano per me. Perché il mito non solo si è rivelato una sorta di paradigma interpretativo delle vicende umane generali — viste come narrazioni archetipiche — ma posso confessare che è entrato direttamente nel mio vissuto individuale, fino a provare personalmente alcune esperienze davvero “mitiche” e prodigiose.  Il mito mi ha coinvolto con quel senso destinico totale, senza scarti, con cui esso si riversa su di noi in modi non razionali, ma emotivi e drammatici, che esigono partecipazione d’anima e piena accettazione. Una delle chiavi di lettura della mia poesia è rintracciabile nella mia aderenza alla dimensione mitica, in particolare ellenica, ma non solo, anche più vastamente arcaica, in un percorso rivolto verso gli archetipi e in direzione di un’origine sempre più ancestrale: una scelta questa non di natura intellettuale, ma esistenziale in senso più ampio. Riconosco nella mia vita e nella mia poesia una decisa tendenza alla ritualizzazione: questo procedimento rinvia a quella dimensione sacrale del mondo antico. Il mondo misterico greco e cretese mi ha attirato nei suoi aspetti iniziatici legati al Femminile divino, anche perché femminile appunto era la DEA venerata nei Misteri eleusini: cerimonie arcane che peraltro rinviano a una epoca pure preellenica. Inoltre, mi sono sempre più orientata verso una metafisica sciamanica del femminile, (la THEALOGIA) e quindi mi riconosco attratta da una oracolarità che ha connotazioni femminili, come appunto illuminano il sacerdozio mistico arcaico e il protagonismo delle divinità femminili ad Eleusi. Il mito, quindi, come dimensione archetipica in cui collocare eventi ed emozioni, fatti e destini, come riconoscimento di un luogo universale, una patria ancestrale a cui appartengo e da cui sono stata “scelta”, nel senso greco della Tyche che domina le vicende dell’uomo e se ne impossessa. Ricorre nei versi un continuo tributo alle scelte destiniche elleniche, da cui mi sento investita, in particolare per quanto riguarda la mia dedizione al versante femminile del divino greco. A questa occupazione da parte degli aspetti più arcani della dimensione mitica, sono dedicati molti miei versi e agli dei e alle dee del Mistero, nelle loro varie sfaccettature, in un’istanza di attingimento rivelativo primigenio e nella certezza potente della loro solida permanenza.  Al cuore di questo pantheon è proprio la Grande Dea originaria da me evocata e invocata in sembianze anche meta-mitiche e metaforico-astrattive. Tematicamente, tra le eroine che prediligo e che mi hanno folgorato con loro epifania destinica, cʼè Euridice di cui ho tentato una rivisitazione in chiave di genesi dellʼOrfismo dal suo mito sacrificale. Quel “fare il sacro” ha collocato per me Euridice nel novero di una creaturalità sacrale della poesia a partire dal Profondo di cui io la sento Signora. Con lei sono entrata nell’abisso e nel cuore vertiginoso dellʼOltre in cui nasce la poesia. Non di meno anche Dioniso, il dio del divenire, si mostra come entità circolare che annoda e intreccia varie figure mitiche, soprattutto femminili, e lampeggia centralmente anche nella ritualità mitica eleusina. Il dio estremo dell’enthusiasmos domina fortemente la mia scrittura, nel senso che in me vita e poesia portano i segni della categoria dell’invasamento e della sua ineluttabilità. Questo spirito — che fonde in sé le antitesi più estreme, della vita e della morte, o meglio le contiene nella loro duplicità — è un altro decisivo motore ispiratore delle mie parole e di ogni mio tentativo di pensiero.

Marina Agostinacchio
Marina Agostinacchio
Nel 1998 e nel 2007, Marina Agostinacchio è tra i vincitori del concorso nazionale di poesia “Premio Rabelais”. Nel 2006 è tra i finalisti del Premio “Tra Secchia e Panaro”. Nel 2002 ha ottenuto il Premio internazionale Eugenio Montale per l’inedito. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesie Porticati, nel 2009 la raccolta Azzurro, il Melograno, nel 2012 Lo sguardo, la gioia, nel 2014 Tra ponte e selciato. Nel 2021, Marina Agostinacchio ha pubblicato il volume di poesie Trittico berlinese.

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