Thursday, September 29, 2022

Concerto di Filippo Gamba al Bari Festival 2022

DI PATRIZIA DI FRANCO

Filippo Gamba. Foto di Giulio Fornasar

Punta di diamante della quinta edizione del Bari Piano Festival, è stato il pianista di fama mondiale Filippo Gamba, vincitore del prestigioso “Premio Mozart” a Zurigo. Nel mese di luglio 2000, Gamba risultò vincitore del Primo Premio al Concours Géza Anda di Zurigo (International piano competition, fondato in memoria del pianista ungherese, naturalizzato svizzero, Géza Anda), e insignito dalla Giuria, presieduta da Vladimir Ashkenazy, per la migliore interpretazione del concerto per pianoforte ed orchestra dello stesso autore. Splendida la motivazione: “Con la rigorosa, appassionata serietà che lo contraddistingue, il pianista italiano Filippo Gamba incarna quella figura di filosofo del pianoforte che, musicista cosmopolita dotato di grande maturità, è infuso di un carisma quasi missionario. Le sue interpretazioni sono studiate fin nei minimi particolari, e il gesto sonoro è messo in perfetta luce dalla sensibilità di un orecchio musicale che pondera ogni fraseggio e ne soppesa le esigenze espressive, per dare un senso preciso ad ogni sfumatura. E tuttavia egli è un pianista cui non manca la spontaneità creativa dell’ispirazione istantanea, che però non lo porta mai – come ha dimostrato con Mozart, Beethoven e Brahms – a forzature espressive dell’opera. Per la sua terza esibizione, Gamba ha dato prova di coraggio e di originalità, scegliendo un concerto raramente eseguito, quello per pianoforte in fa maggiore K 413 di Mozart. Con dedizione quasi amorosa, in quell’esecuzione Gamba ha fatto sue le suggestioni delle bellezze palesi e nascoste del componimento, degli elementi di danza e di quei messaggi in musica che sono una caratteristica di Mozart e che fanno dei suoi concerti per pianoforte delle piccole, compatte “opere senza parole”. Gamba ha dato prova anche di una profonda affinità per la musica di Brahms (Fantasien op. 116) riuscendo, con sottile ingegno e intuito finissimo, a tenere sospesi gli elementi di un’architettura formale poco definita e nello stesso tempo a conferire loro concretezza.”. 

Filippo Gamba oltre ad essere uno straordinario pianista, è una persona di un garbo, una classe, un’umiltà encomiabili, una simpatia ed empatia, una raffinatezza e professionalità più uniche che rare, una bellissima persona, un meraviglioso essere umano dal punto di vista sia professionale che umano, dotato di personalità carismatica. Valente e forte di quell’umiltà che soltanto i   grandi e intelligenti possiedono, di coloro i quali, davvero rari, non si considerano mai arrivati e si esibiscono non in maniera narcisistica, per sé, ma per il pubblico, a cui si donano, anima e corpo. Mai autoreferenziale, egoriferito, non esibizionista né presenzialista, anzi, dotato di savoir faire, bon ton e, qualità pregevoli: gentilezza, rispetto ed educazione; non di rado, arrossiva per i sinceri e meritati complimenti rivolti durante l’intervista effettuata sebbene fosse, naturalmente, spossato, ma molto disponibile. Intervista post concerto per cui si è rivelato ed era molto coinvolto e attento, di un ascolto empatico, domande per cui si è complimentato e si è mostrato sinceramente entusiasta e grato, altro aspetto, questo, peculiare dei grandi. Filippo Gamba si potrebbe qualificare più che un virtuoso, “un operatore culturale” che suona per la comprensione e la diffusione, la divulgazione della musica, per farla apprezzare e amare da tutte le generazioni, e da un vastissimo pubblico, senza alcuna distinzione anagrafica, di ceto sociale, che si tratti di musicologi, artisti e non, di esperti o di appassionati. Il suo stupendo concerto, eseguito il 25 agosto, nel suggestivo Chiostro di Santa Chiara a Bari, è stato preceduto dai ringraziamenti di Emanuele Arciuli, pianista (che abbiamo conosciuto e intervistato agli inizi, e alla fine, degli anni Novanta: e per la Stagione Sinfonica 1996, dell’Orchestra Sinfonica di Bari, 5 concerti con rarità musicali del Novecento, per il ciclo A, “Il concerto moderno per pianoforte e orchestra”, promossi dalla Provincia di Bari, eseguì tra gli altri, Brahms, con Orchestra Rubra, “Variazioni su un tema di Handel”). Brahms, autore prediletto proprio di Filippo Gamba come egli stesso ci ha confidato.

 

 

Filippo Gamba. Foto di Karm Amato

Arciuli, Direttore Artistico del “Bari Piano Festival” da ben 5 anni, e Ines Petrucci, assessora alla Cultura (dal 2019) del capoluogo pugliese, hanno presentato Gamba attraverso note biografiche e apprezzamenti nei suoi riguardi, e infine espresso ringraziamenti nei riguardi delle Istituzioni. Il Festival è inserito, come citato nel web site del Comune della città metropolitana di Bari, “all’interno del più ampio programma della Festa del Mare, promossa da Regione Puglia in collaborazione con il Comune di Bari e realizzata dal teatro Pubblico Pugliese nell’ambito del protocollo d’intesa 2022 con Puglia Promozione, operazione finanziata a valere sul PO Puglia Fesr-Fes 2014/2020 Il Futuro alla portata di tutti Asse VI-Azione 6.8”.

Il Direttore del Bari Piano Festival, Emanuele Arciuli e Ines Petrucci, assessora alla Cultura del capoluogo pugliese

Dopo le frasi pronunciate da Arciuli e Petrucci, è intervenuto Lorenzo Mattei, con un’interessante introduzione, e con spiegazioni, per i non addetti ai lavori, e parte del pubblico non informato, riguardo il programma della soirée, divenuta una vera e propria festa della musica grazie a Filippo Gamba.

Lorenzo Mattei. Foto di Karm Amato

Lorenzo Mattei insegna al Conservatorio di Bari “Niccolò Piccinni”; diplomato al Conservatorio Statale di Musica “Cherubini” di Firenze, è stato docente in varie Università (a Bari, Teramo, e nell’Università del Salento), e nei Conservatori di Potenza, Matera, Napoli, Bari. Mattei ha scritto diverse pubblicazioni scientifiche.Varie le attività in qualità di Tutor, nell’ambito “LEGALIT-ARS Consorzio Teatro Pubblico Pugliese, Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli PON 2007/2013”, e numerose le collaborazioni a progetti di rilevanza nazionale. Mattei ha citato, facendo dei parallelismi con i celeberrimi brani di musica classica, anche il grandissimo Italo Calvino, leggendo alcune delle sue frasi: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire, e “I classici sono quei libri di cui si sente dire di solito: «Sto rileggendo…» e mai «Sto leggendo…” .  Si possono aggiungere altre perle rare di Calvino: “Si dicono classici quei libri che costituiscono una ricchezza per chi li ha letti e amati; ma costituiscono una ricchezza non minore per chi si riserba la fortuna di leggerli per la prima volta nelle condizioni migliori per gustarli.”; “I classici sono libri che esercitano un’influenza particolare sia quando si impongono come indimenticabili, sia quando si nascondono nelle pieghe della memoria mimetizzandosi da inconscio collettivo o individuale”. “D’un classico ogni rilettura è una lettura di scoperta come la prima”. “D’un classico ogni prima lettura è in realtà una rilettura “.  “I classici sono quei libri che ci arrivano portando su di sé la traccia delle letture che hanno preceduto la nostra e dietro di sé la traccia che hanno lasciato nella cultura o nelle culture che hanno attraversato (o più semplicemente nel linguaggio o nel costume)”. “I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti”. “Un classico è un libro che viene prima degli altri classici; ma chi ha letto prima gli altri e poi legge quello, riconosce subito il suo posto nella genealogia”. Frasi sagge e meravigliose di Calvino. Non è un paragone inidoneo, inopportuno, anzi un’analogia giusta e ad hoc, sia per quanto concerne la letteratura, la poesia, la pittura, l’arte, e la musica. Classici di varia tipologia, che non sono tediosi, non stancano mai, perché ogni volta sembrano e diventano nuovi alla nostra vista e udito, così come le opere eseguite dal valente ed energico Filippo Gamba. In seguito alla “lezione” e illustrazione del programma da parte di Lorenzo Mattei, è iniziato il concerto, con gli astanti in palpitante attesa, e andati in visibilio dall’incipit, raffinato, dall’inizio sino al termine della trionfale esibizione, della brillante  performance di Gamba, regalando ai suoi aficionados e a coloro i quali lo ascoltavano per la prima volta, non uno bensì due bis, suonando brani di celeberrimi Artisti, del tedesco Robert Schumann (pianista e compositore, critico musicale, dalla tecnica pianistica del tutto innovativa e, per scelta , lontana da virtuosismi), ritenuto tra gli esploratori e istitutori, antesignano e caposcuola del Romanticismo musicale, criticato e invidiato da Wagner, ma stimato moltissimo da Liszt, Mendelssohn, e da Brahms (tra loro due, stima reciproca). Sia Brahms che altri amici andarono a trovare Schumann fino alla sua scomparsa, e Clara, la moglie di Brahms, continuò a tenere concerti durante i quali eseguiva e proponeva quasi sempre: Chopin, Brahms, Beethoven, Chopin, e il suo amato Robert Alexander Schumann. E Filippo Gamba, come Clara e Robert Schumann, ama tantissimo Brahms (musicista e compositore di sinfonie, sonate, musiche popolari, e una serie di “Danze ungheresi”, tutte impeto, foga e “fuoco”, un uomo vulcanico e singolare, autentico.

Inevitabile, per associazione di idee e bei ricordi, rammentare il film intitolato “Le piace Brahms?”, pellicola del 1961, titolo originario “Goodbye again” (e in francese “Aimez-vous Brahms?”), per la regia e direzione di Anatole Litvak, tratta dall’omonimo romanzo di Francoise Sagan, film premiato al 14° Festival del Cinema di Cannes; Anthony Perkins (attore e cantante) vinse il premio per la migliore interpretazione maschile. Bravissima, affascinante e bella la protagonista Ingrid Bergman, buonissima l’interpretazione di Yves Montand. In una scena del film, per strada mentre ella sta rientrando a casa, Perkins nel ruolo di Philip, la intrattiene e resta di fronte a Ingrid Bergman, splendida attrice e interprete di Paula, donna sistematicamente tradita da Roger, interpretato da Yves Montand. Philip (Perkins) le dice “Aspetti un momento” e le domanda: “Le piace Brahms? C’è un bellissimo concerto, domenica pomeriggio. Brahms. Le piace Brahms?” e lei, prima sorride, e poi gli risponde: “Me lo hanno chiesto quando avevo 17 anni, dissi Sì; ero innamorata, andammo al concerto e ci sedemmo nel loggione, tenendoci le mani e ascoltando Brahms. Veramente non ne sono sicura, comunque fu bellissimo. E lui persiste: “Allora le piace?” E Paula: “Non lo so, è passato tanto tempo”. Lui, innamorato, insiste: “Allora venga al concerto con me per accertarsene”. Spesso i film vengono ricordati o diventano celebri per le sound tracks, per i brani musicali, ed è proprio il caso del film: “Le piace Brahms?”, impreziosito da il “Poco Allegretto” tratto dalla Terza sinfonia di Brahms. Brahms, considerato nel 1883, anno in cui compone la Terza Sinfonia (densa di emozioni, pathos, eroismo, bellezza), all’apice della fama, fu definito all’unanimità il maggior musicista tedesco vivente; Hans von Bulow, nel 1879, affermava e scriveva che :”Dopo Bach e Beethoven egli è il più eminente e più grande dei compositori”. Brahms è tra i prediletti di Filippo Gamba, anzi, come ci ha confidato, per la precisione, è il suo favorito, e di Johannes Brahms (tra l’altro autore dell’Akademische Festouverture op. 80), ha eseguito “IV intermezzo in mi maggiore”; i tre dell’op. 117 sono, per la loro bellezza e perfezione, l’apoteosi dell’Intermezzo brahmsiano (1892). Brano dolcemente introspettivo che non nasconde nostalgia, cupezza, ma anche un candido e caldo movimento della tastiera del pianoforte con ritmo alternante della parte centrale. Versatilità, tocco “delicato” e sicuro, vibrante e fortemente coinvolgente, emozionante, nell’abilità e maestria di pianista e artista di Filippo Gamba. Il pianista, classe 1968 (ottima “annata”) ha proposto 3 autori: Ludwig van Beethoven, Sergei Rachmaninov, Fryderyk Chopin (di origini polacche, francesizzato in Frédéric Francois Chopin). Ricco e gradevolissimo il repertorio classico: Beethoven e la sua “Sonata op.13 Patetica”; Rachmaninov: “Preludio Op.3 nr 2; Preludio Opera 32 nr 10; e di Chopin: “4 Mazurche op. 68”; “Notturno op. 37 n. 1”; “Valzer op. 64 n. 1″; e sempre di Beethoveen:”Sonata op. 27 n. 2 Al Chiaro di Luna”.  Le mazurche di Chopin opus 17 sono 4 (l’ultima rimasta incompiuta); furono composte da Chopin tra il 1832 e il 1833, dedicate a Lina Frappa, insegnante di canto e amica di Chopin, musicista della cupa malinconia e nel contempo della gioia ed euforica eccentricità nell’accezione positiva del termine. Il “Valzer Opera 64” fu dedicato alla sua allieva e baronessa Charlotte, moglie del banchiere inglese (deceduto a Parigi) Nathalien de Rothschild, uomo d’affari, enologo, e fondatore del castello Mouton Rothschild.

Dalla salute cagionevole (bronchite, emottisi), Chopin ebbe anche una travagliata e sofferente vita sentimentale; la depressione probabilmente contribuì all’aggravamento delle sue patologie e alla sua dipartita; presente ai funerali il suo amico, stimato Litszt. L’Orchestra del Conservatorio eseguì  il “Requiem” di Mozart, Chopin fu seppellito a Parigi, Cimitero del Père-Lachaise;sul letto di morte volle che invece il suo cuore fosse custodito in Polonia, e infatti è a Varsavia in una colonna della Chiesa barocca di Santa Croce, nel centro della città; il suo cuore è serbato e onorato come una reliquia poiché per il popolo polacco egli e le sue composizioni rappresentano il simbolo per eccellenza dello spirito e dell’unità nazionale, dopo secoli di dolore, pene, occupazione straniera, guerra, liberazione e, finalmente, pace. Tra i musicisti che condividevano gli stessi valori e ideali ve ne furono molti, e tra coloro che svilupparono la tecnica della musica strumentale, trasformandone le forme e arricchendole, durante il XVIII e successivamente, primi fra tutti, antesignani furono Bach (che trattò: il Corale, la Passione, la Cantata, la Toccata, La Fuga, celeberrime la “Toccata e Fuga in re minore per organo”, e ” l’Aria in re maggiore della Suite n.3 orchestra”), Haendel (grande organista che compose Melodrammi e Oratori, dei quali il maggiore è “Il Messia”. Purtroppo, come Bach morì cieco, ma, onorato dal popolo inglese, ricevette sepoltura nella Basilica di Westminster). Poi giunse il tempo, il posto al sole per Haydn, che compose sonate per pianoforte, Oratori, concerti per Orchestra, più di cento sinfonie, tra cui la “Sinfonia dei giocattoli”, per quasi tutta la sua vita “al servizio” del nobile ungherese Esterhazy. Almeno sino al termine del XVIII erano scelte e consuetudine: il musicista di corte al servizio dell’aristocrazia e del clero, in sontuosi e maestosi luoghi, castelli, palazzi principeschi e importanti chiese. E, finalmente, la “scoperta” di Mozart, sino ad arrivare a Beethoven. Su Mozart sono stati scritti fiumi di parole, testi, vasta la bibliografia. Enfant prodige, ad appena sei anni già suonava “magicamente”, si narra che il bimbo inciampò nei tappeti lussuosi e cadde, la Principessa Maria Antonietta, futura regina di Francia, si chinò, baciandolo e prendendolo per mano gli disse: “Voglio mostrarti la sala dei giocattoli” e lo condusse nelle sue immense camere. Il piccolo Mozart in un impeto di euforia e gratitudine le disse (come a volte dicono i bimbi, dall’animo puro, che sognano ad occhi aperti e a cui palpita il cuore per qualcuna di maggiore di età, e lo so per esperienza diretta, in quei periodi esprimono tutta la loro tenerezza e ingenuità): “Quando sarò grande ti sposerò, so che non potrò perché io sono molto povero e tu sei molto ricca” e singhiozzava nel pianto. La Regina d’Austria, Maria Teresa, lo abbracciò e gli rispose: “Tu potrai sposare chi vorrai perché hai una ricchezza che nessun altro possiede”. Purtroppo, non andò così, molti invidiosi e malvagi, maligni e gelosi per i suoi doni e talenti, gli fecero troppo male; a 26 anni, l’arcivescovo, “uomo di chiesa e fede”, di Salisburgo, violento e iracondo, lo cacciò via a calci invece di concedergli una chance per intraprendere un nuovo percorso e viaggio artistico, e di maturità personale. La donna che amava non volle più sposarlo. Nonostante fama, notorietà, gloria, applausi, quasi idolatria, meritatamente conquistati da fanciullo e ragazzo, negli ultimi anni della sua vita fu stremato e consumato da povertà e inguaribile malattia, scomparve nel silenzio della solitudine, morì solo, e, ciò è orribile e ingiusto, emarginato, isolato, vittima di ghosting, dimenticato da tutti, e fu sepolto in una fossa comune. Per chi non conosce la sua storia, la sua vita, non si evincerebbe tutto ciò, e non si intuisce dalle sue opere magistrali, favolose, e intrise di tanta spontaneità, vivacità, serenità, pace, gioia, felicità, le stesse peculiarità della sua personalità. le stesse qualità che possedeva da bimbo, sicuramente il suo cuore era rimasto, nonostante tutto e tutti, quel cuore grande e puro di fanciullo, un’anima bellissima nel corpo di un giovane adulto. Innumerevoli e famose le sue creazioni geniali e originali, tra le opere teatrali spiccano il “Don Giovanni” e “Le nozze di Figaro”, tra le sue 40 ,e oltre, sinfonie, le più note sono: la ” Sinfonia in sol minore n.40 K 550, e la “Piccola serenata notturna” Eine Kleine Nachtmusik, K 525 (serenata per orchestra d’archi  composta nell’agosto del 1787 e, a differenza di quasi tutte le sue composizioni non fu scritta né per ordinazione e neppure su commissione, forse per sé stesso, per un proprio bisogno interiore, o per il sé “bambino” nell’anima), Piccola serenata notturna in sol maggiore K 525 , Divertimento in re maggiore K 136, Divertimento in fa magg. K 138, Concerto per corno n. 1 in re magg. K 412. Purtroppo, come Mozart e altri musicisti eccellenti, pure Ludwig van Beethoven ebbe una vita infelice, faticosa e piena di problemi, anche di salute. L’Europa era scossa dalla Rivoluzione francese e Beethoven dopo avere trascorso un’infanzia e un’adolescenza non serene e senza pace, si trasferì a Vienna, a 25 anni; ribelle e coraggioso, aveva le idee ben chiare e prese subito posizione contro la tirannide, agognando libertà e una vera democrazia. Sempre schierato dalla parte delle minoranze, degli oppressi, degli indigenti, di quanti considerati “ultimi”, volle dedicare una Sinfonia a Napoleone, che in buona fede e con speranza, riteneva il difensore delle libertà, ma quando costui si proclamò Imperatore, allora Ludwig indignato, ingannato, deluso e in preda alla rabbia, strappò la dedica sulla partitura e urlò: “Anche lui quindi è un tiranno”, la intitolò la “Sinfonia eroica” per augurare e festeggiare… il “sovvenire d’un grand’uomo” e vi aggiunse la “Marcia funebre”. Già a 30 circa, iniziò ad avvertire i primi sintomi della sordità che poi disgraziatamente divennero nel tempo, totali. Umanamente comprensibile che sia stato colto da sofferenze, dolore straziante nell’anima, sconforto, dapprima prostrato al punto tale da avere pensato al suicidio, si riprese, reattivo e con rinata voglia di vivere, si dedicò anima e corpo alla musica, componendo musiche sempre più energiche, potenti, piene di forza drammatica ma anche “rivalsa”, con spirito combattivo, determinazione e volontà ferrea, ogni conflitto si risolve con il trionfo del bene e delle sane forze, della bontà sul male e perfidia, sulla malvagità e ingiustizie, dei diritti e delle libertà sui soprusi, questo e altro ancora è stato Beethoven, e deve essere un modello, un punto di riferimento per ciascuno di noi, un monito e uno sprone, un virtuoso esempio da seguire. Come molti dei suoi colleghi trascorse gli ultimi anni della sua vita in solitudine, però non abbandonato, circondato da pochi e veri amici, e quando scomparve ai suoi funerali Vienna gli rese degno e meritato omaggio; a uno straniero che si meravigliò di quella moltitudine di persone, di quella folla immensa e in lacrime, e che chiese cosa fosse accaduto, una signora agé, una donna del popolo, gli rispose: “Beethoven amato, è morto il Generale della musica”. Compose moltissima musica, nove sinfonie (l’ultima con cori), la “Sinfonia n. 9 in re minore op. 125”, sonate per pianoforte, ouverture per orchestre, e “Fidelio” un’opera teatrale.

Filippo Gamba Foto di Karm Amato

Filippo Gamba, come successe a Vienna, gli ha dedicato con amore e passione, diversi brani. La “Sonata in Do diesis minore, op. 27 n. 2”; perfettamente coesa nella sua concretizzazione, eppure al contempo tanto suggestiva di “visioni immaginifiche” da aver confermato il titolo beethoveniano ‘Sonata quasi una fantasia’, ed aver meritato, oltre ad un giusto ed imperituro consenso, anche il seducente sottotitolo editoriale con acume e arguzia assegnatogli dal poeta romantico Rellstab (1799-1860): Al chiaro di luna. Il compositore aprirebbe la finestra, lasciando illuminare la stanza dalla luce silver, argentata, della Luna. “La leggenda” vuole che in quel momento decise e affermò: «Io comporrò una nuova Sonata per voi, si chiamerà “Sonata al chiaro di luna”». La Sonata inizia con un Adagio, inusuale per l’epoca, un incipit che rispecchiava il suo carattere buono, dolce, il suo innato romanticismo, la sua personalità libera, originale, forte, altruistica e sensibile, e, in primis, la sua umanità. Il primo movimento inizia con il celebre Adagio Sostenuto. È reso da un arpeggio su note gravi, che crea un’atmosfera malinconica che cattura. Ad occhi chiusi, ascoltando, si riesce quasi a immaginare di trovarsi ex abrupto al centro di una notte stellata al chiaro di luna, di potere goderne la pienezza, di ammirare la bellezza e le meraviglie del cielo stellato. Il secondo movimento, più allegro e vivace, diviene Allegretto, una parentesi in cui si attenuano i toni malinconici del primo momento. L’animo si rasserena, acquisisce e riassapora un po’ di pace e si prepara all’ascolto dell’avvolgente e partecipato frammento finale dell’opera, un tipico Allegretto beethoviano. Il terzo “tempo” è il Presto Agitato: ritmo, veloce e intenso, una vera e propria escalation, un crescendo di accordi, arpeggi rapidi ed emozioni, un’ascensione di forza, agitazione e un senso di placida inquietudine e non è un ossimoro. Un’apparente quiete, dopo la tempesta, con senso di insicurezza e confusione, esplodono quasi con rabbia nella parte terminale. I sentimenti dell’innamorato per la sua adorata “musa” (l’opera pare sia stata dedicata alla sua alunna prediletta, la diciannovenne contessa Giulietta Guicciardi di cui era innamoratissimo, l’amava e apprezzava tantissimo), con energia dirompente esprimono rabbia, dolore, ribellione, orgoglio ferito, rifiuto sofferente, in una tempesta emozionale ed emotiva che rapisce l’ascoltatore. Beethoven non rispecchia il tradizionale schema quadripartito. Primo movimento: Adagio sostenuto. Inizia la mano sinistra energicamente, con una serie di ottave discendenti e nel contempo la mano destra arpeggia, sempre sulle note gravi. È un brano ricco di mood, a tratti mal de vivre, malinconia quasi leopardiana, ma che scorre fluido; la melodia, struggente come un canto d’amore notturno, dà vita a una atmosfera che “ipnotizza” ed emoziona. Secondo movimento: Allegretto. Una sobria gioiosità pare rincuorare e rinfrancare lo spirito. Terzo movimento: Presto agitato, un “tornado” di note in un crescendo di passione, estasi e tormento, una specie di “Odi et Amo” (incipit e titolo del Carme 85, l’epigramma più conosciuto del suo Liber, “Carmina”, raccolta di poesie in vario metro) di Gaio Valerio Catullo; ciò richiede una tecnica impegnativa come quella di Filippo Gamba, le dita con frenesia scorrono la tastiera per afferrare invano un amore irraggiungibile. Un brano ricco di scale ascendenti e discendenti; il finale travolgente cessa improvvisamente e le vibranti emozioni si affievoliscono nel silenzio. In Germania, in particolare, alla fine del Settecento nacque e si affermò con successo il Romanticismo (che avrebbe dovuto coinvolgere poesia e musica, e uscire dalle Corti, diffondersi non soltanto nei salotti borghesi ma anche nelle sale da concerto che infatti il pubblico di tutti i ceti sociali, giustamente e finalmente sconfitto il classismo e lo snobismo di reali e ricchi, frequentava con interesse, costanza, e soprattutto assiduità e passione lodevoli). I più famosi esponenti: Schubert, Mendelssohn, Schumann, Franz Liszt (compositore, pianista, direttore d’orchestra e organista ungherese, tra i maggiori virtuosi del pianoforte della storia della musica classica), e per l’appunto Chopin (polacco d’origine, ma visse a Parigi, dall’età di 20 anni, molto amato e stimato, instancabile e attivo come concertista, e si esibiva nei salotti dell’alta società, era considerato un artista alla moda e le famiglie più benestanti e abbienti se lo contendevano per averlo come insegnante di musica per le loro  privilegiate e agiate figlie) .

Dalla seconda metà del secolo XIX la musica assunse uno spirito autenticamente popolare (nella seconda metà dell’Ottocento la musica si rifece a leggende, miti, tradizioni, usi e costumi, folklore della propria terra, alla cultura, civiltà, del proprio popolo). A quell’epoca si distinsero Anton Dvorak, con le sue opere e la memorabile, stupenda, “Nona Sinfonia , ricordata, come titolo: “Dal Nuovo Mondo”; e in modo particolare: Aleksandr Borodin (medico, chimico, compositore) e Modest Musorgskij (compositore russo, purtroppo come molti artisti inquieto, depresso, con disturbi nervosi e alcolista, ciò lo trascinò nel baratro fino alla sua morte) appartenenti al “Gruppo dei Cinque” (compositori classici non professionisti, ispirati da Michail Ivanovic Glinka, il quale è stato il primo grande compositore russo della storia, già a soli 10 anni studiava e suonava pianoforte e violino, allievo di John Field compositore e precoce pianista irlandese, della splendida Dublino, ideatore del genere pianistico romantico del “notturno” (18 notturni, il cui stile anticipa, ispira, annuncia quello di Chopin), ispirazione per moltissimi musicisti e compositori del Romanticismo musicale, primo fra tutti loro Fryderyk Chopin. Incisiva e profonda realmente, da parte di Glinka, l’impronta nazionalista e nel contempo il Romanticismo grazie a lui ebbe ingresso e trionfò nella musica colta russa. Glinka amava tantissimo l’Italia e lo stile del bel canto: “vera espressione dell’animo italiano”, nella sua opinione e sentimenti nei riguardi del Belpaese. Ispirati da Glinka, ma originali e innovativi, i mitici Cinque furono fonte di ispirazione a loro volta della generazione russa successiva, tra cui spiccano: Sergej Prokof’ev (Sergei Prokofiev, come dir si voglia, come accade con tanti musicisti stranieri, ma senza confini, o cosmopoliti), Igor Stravinskij, Dmitrij Sostakovic. Il “Gruppo dei Cinque” era costituito da: Milij Balakirev (compositore, pianista e direttore d’Orchestra)  considerato da molti musicologi, “erede” di Glinka, e il fondatore e leader del Gruppo dei Cinque (formato da compositori fedeli e aderenti alle loro cultura, con un fine ben preciso: il carattere distintivo della fierezza nazionale, definito anche nazionalista ma nell’accezione positiva e buona del termine, ovvero come riscoperta  e promozione delle musiche russe tradizionali amate dal tutti specialmente dal popolo); Cezar ‘ Kjui (compositore, critico musicale, e ingegnere militare, russo) ; Musorgskij (unitosi a loro nel 1857), Nikolaj Rimskij-Korsakov, compositore e docente russo, conosciuto e apprezzato per la sua fine arte compositiva, l’Orchestrazione, ossia lo studio , o pratica (non solo teoria), di scrivere musica per singoli strumenti di un’orchestra, o per  adattamento per orchestra (trascrizione, e arrangiamento che non sono sinonimi, hanno modalità e finalità diverse, ben distinte. Ravel, Liszt, e altri hanno orchestrato le loro opere e quelle di altri colleghi per pianoforte), o creazioni scritte per gruppi musicali, o, ancora, per un altro, singolo, strumento), e Aleksandr Borodin (nel 1862). Due musicisti. Rachmaninoff e Grieg, il primo russo, l’altro norvegese, si sono rivolti e dedicati a melodie e ritmi dei loro paesi. Definito Rachmaninov “l’ultimo dei romantici”, compositore e musicista sensibile, sopravvissuto agli sconvolgimenti armonici del primo Novecento, in un certo senso e in un certo qual modo “passatista” e “tradizionale”, in realtà è riuscito a rinnovare il passato e ad arricchirlo di nuovi elementi, creatore di atmosfere memorabili. Sergej Vasil’evič Rachmaninov è stato un compositore, pianista e direttore d’orchestra russo naturalizzato statunitense. Di fama mondiale, è ritenuto uno dei maggiori compositori e pianisti russi di tutti i Tempi. Rachmaninov si considerava soprattutto un compositore piuttosto che un pianista. «Io sono me stesso soltanto nella musica. La musica basta a una vita intera, ma una vita intera non basta alla musica», asseriva. “Il Preludio in do diesis minore, Op. 3, n. 2”, è una delle più famose composizioni di Sergej Vasil’evič Rachmaninov, secondo pezzo della raccolta “Morceaux de fantaisie, è un preludio in tre parti ed una coda, costituito da 62 battute. Tre accordi che aprono il brano in fortissimo sono introduttivi per la tonalità dominante di do diesis minore. La seconda parte è caratterizzata dall’agitato, ed è introdotta da terzine fortemente cromatiche. La terza parte ripropone il tema principale in fortissimo. La composizione si conclude con una coda di 7 battute che concludono quietamente il brano. Tredici preludi, “Op. 32” è una raccolta di preludi per pianoforte, composti da Sergej Vasil’evič Rachmaninov nel 1910. Assieme al Preludio in do diesis minore ed ai Dieci preludi, Op. 23, compone una suite completa di 24 preludi in tutte le tonalità maggiori e minori. n. 10 in si minore Lento. Rachmaninov affermò anche che questo preludio era il suo preferito dell’Op. 32. Nel 1929 registrò il suo secondo concerto per pianoforte e orchestra con la Philadelphia Orchestra diretta da Leopold Stokowski che fu premiato con il Grammy Hall of Fame Award nel 1976. Nel 1934 registrò la sua Rapsodia su un tema di Paganini ancora con la Philadelphia Orchestra diretta da Stokowski, premiato con il Grammy Hall of Fame Award nel 1979. Brani tutti magistralmente eseguiti quelli proposti nel repertorio scelto dal pianista Filippo Gamba, con “folgorazioni” espressive, grazie a doti, studio, impegno e talento ed esperienza ( passione e talento ad onor del vero tipici di un ogni, raro, enfant prodige: ha iniziato a suonare all’età di 9 anni), in una sintesi di singolarità, unicità, e per consonanza e colorito (qualità, espressione, intensità del suono, ottenuti come musicista, pianista e interprete), con tecnica pregevolissima, fervido temperamento interpretativo, eccellente nel repertorio romantico, enfatizzato da fascino musicale, dal punto di vista artistico, musicale e della tecnica ed esperienza anche internazionale e mondiale. Filippo Gamba ha suonato con i Berliner Sinfoniker, la Wiener Kammerorchester, la SWR-Sinfonieorchester di Stoccarda, la Staatskappelle di Weimar, l’Orchestra della Tonhalle di Zurigo, del Musikkollegium di Winterthur e della City of Birmingham, oltre che l’Orchestra Filarmonica di Israele e la Camerata Academica Salzburg. Ha studiato con Renzo Bonizzato, diplomandosi nel Conservatorio della propria città, Verona, con Maria Tipo e con Homero Francesch. Inoltre, ha tenuto Masterclass per il Festival Musicale di Portogruaro, le “Settimane” di Blonay, Music of Southern Nevada,  UDK Berlino, Accademia di Musica di Pinerolo. Dal 2005 è Professore presso la Hochschule für Musik di Basilea. Numerose le esibizioni con la direzione di Maestri importanti: Simon Rattle, James Conlon, Vladimir Ashkenazy, Ivan Fischer, Armin Jordan. La sua attività concertistica si alterna alla Musica da camera:nella fattispecie rilevanti e indimenticabili sono le collaborazioni con il Michelangelo Quartett, l’Hugo Wolf Quartett, Vanbugh Quartett, Gringolts Quartett, Borodin Quartet, Tokio String Quartett, Frans Helmerson, Enrico Bronzi. In riferimento alla sua produzione discografica si è reso protagonista, insieme ai direttori Vladimir Ashkenazy e Camil Marinescu, nell’incisione dei concerti di Mozart n.11 e n.13, per la Labour of Love Records. Per la stessa casa discografica sono stati incisi inoltre tre Cd solistici dedicati a Beethoven, Brahms e Mendelssohn. Recente il debutto per DECCA con l’incisione integrale delle Bagatelle di Beethoven, seguito da Schumann Davidsbuendlertanze&Humoresque per la stessa etichetta.

Il Bari Piano Festival è iniziato il 21 agosto e si è concluso il 29 agosto, in vari luoghi della città , numerosi gli artisti, i concerti, tra cui quello di apertura : un omaggio a Philip Glass per gli 85 anni del compositore, celebrato da due dei massimi specialisti del musicista americano, Dennis Russell Davies (dedicatario e committente di numerosissime pagine di Glass) e Maki Namekawa, la pianista per cui il maestro ha composto la recentissima Sonata, e omaggiato da Emanuele Arciuli; altro appuntamento, originale: una maratona dal Novecento all’oggi, con tre pianisti , la pugliese Serena Valluzzi, il romano Giancarlo Simonacci e la coreana Sun Hee You,  con un repertorio da Ravel, Debussy e Albeniz a Kapustin e Unsuk Chin, passando attraverso Four Walls, il capolavoro “romantico” di John Cage. Il concerto serale, eccezionale, il 25 agosto, di Filippo Gamba, è stato eseguito nel magnifico Chiostro di S. Chiara, Gamba ha eseguito, come descritto, opere di: Ludwig van Beethoven: “Sonata op. 13 nr. 8 Patetica” (“Grande Sonata Patetica”, così denominata dall’editore di Beethoven, per motivi meramente commerciali) che Beethoven puntualizzerà, chiarendo che l’aggettivo “patetico” lo intendeva e va inteso come sosteneva Johann Christoph Friedrich von Schiller, poeta, drammaturgo, filosofo, medico, e storico, tedesco, e cioè come forza tragica causata dal conflitto di stati di animo provati e sofferenti ma soprattutto: “pathos”, e “commozione estetica”. Filippo Gamba ha suonato e interpretato con vigore emozionante, di Sergei Rachmaninov: “Preludio Op. 3 nr 2”, e Preludio Opera 32 nr 10 ; e di Fryderyk Chopin: 4 Mazurche Op. 68 (la quarta rimasta incompiuta); “Notturno op. 37 n.1”; “Valzer op. 64 n.1 “; e sempre di Beethoven la bellissima e famosa: “Sonata op. 27 n.2 Al chiaro di Luna”, come quasi tutte le sue opere con accenti talvolta fortemente drammatici, tutto d’incanto si dissolve, scompaiono fantasmi e sofferenze interiori, angoscia, le ombre lasciano posto e spazio a una luce radiosa che si mescola, in un mélange quasi tangibile, creando come per “magia”, apparizione immaginifica di visioni di epoche passate, dando vita a serenità, gioia, benessere psicofisico di armonia e colorata e magica aura.  Dalla tempesta intrinseca e dai dolori alla quiete, in una catarsi di pacificazione, come nel modus operandi et vivendi del genio di Vincent Willem Van Gogh, tutto ciò che turbava o empaticamente coinvolgeva di Beethoven, dolcemente evaporava nell’aere, nell’etere, si dissolveva nell’infinito, nell’universo con le sue energie positive, positive vibes, good vibes, , come nel fantastico cielo del Chiostro di Santa Chiara, e grazie al talento, allo studio, alla tecnica, all’amore e alla passione di Filippo Gamba che ha regalato, donato, ai numerosi astanti (sold out, e molte persone in piedi pur di ascoltarlo), un concerto strepitoso, pubblico coinvolto in maniera totale (come solo i grandi riescono a fare accadere), appagato e felice, davvero entusiasta ed euforico, lo si leggeva sui volti, negli sguardi lucidi per l’emozione e la contentezza, e lo si comprendeva bene dagli applausi scroscianti e interminabili, un pubblico grato ma desideroso ancora di ascoltarlo e guardarlo suonare, non paghi di un bis ma speranzosi  perfino in un ter; non si, e non ci saremmo stancati, di ascoltarlo per ore ed ore. Un successo clamoroso e sommamente meritato.

Foto di Kasrm Amato

Un’atmosfera quasi fiabesca nella cornice dell’accogliente Chiostro di Santa Chiara in via Pier l’Eremita, con un porticato sul quale si affacciano le finestre e i balconcini delle celle del convento (vi hanno abitato le monache di clausura francescane, le Clarisse, dal 1492 al 1809. La Chiesa, consacrata nel 1763, non lontana dal Castello Normanno Svevo, ha una facciata cuspidata in pietra imbiancata, sobria ed essenziale come nello stile e modus vivendi et operandi, francescano; e anche benedettino: “ora et labora”). La rassegna e l’edizione 2022 è terminata con il concerto di David Helbock, jazzista austriaco che ha tenuto il suo debutto a Bari, con un omaggio ai 90 anni di John Williams (5 premi Oscar), attraverso le e più famose colonne sonore cinematografiche di Williams. I luoghi del Festival sono stati: Torre Quetta per i due concerti al tramonto (apertura e chiusura), il sagrato della Basilica di San Nicola, il meraviglioso chiostro di Santa Chiara e, per la prima volta, il Waterfront di San Girolamo – Fesca. Location differenti per un pubblico numeroso, entusiasta e diversificato, molto variegato, e amante della musica di qualità. Il “Bari Piano Festival”, dal “concepimento”, dal principio persegue la sua “mission” prioritaria: ” offrire una varietà di stili e approcci, declinando il pianoforte nelle sue infinite potenzialità”. A detta di molti, della maggior parte della gente, l’edizione 2022 è stata la più bella e ricca di eventi imperdibili, un’edizione interessante e di successo, Un Festival accurato e migliore per vari aspetti rispetto alle precedenti edizioni (anche esse degne di menzione e complimenti). Congratulazioni agli organizzatori, tecnici, operatori del settore, maestranze, alle maschere professionali e gentilissime ossia le signore e operatrici addette alla verifica degli accrediti e all’accoglienza del pubblico, all’accordatore professionista e, naturalmente, agli assistenti disponibili e cortesi, tra cui Emanuela Palmisano, all’assistenza artistica in toto, e al musicista e noto pianista, Emanuele Arciuli, Direttore artistico del “Bari Piano Festival”, giunto alla quinta edizione. Non ci resta che augurare loro: Ad maiora!

 

 

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Patrizia Di Franco
Patrizia Di Franco
Patrizia Di Franco è nata a Torino, il 27 giugno 1968. Ha vissuto per tantissimi anni a Bari, dove tuttora ha la residenza. Dopo la maturità classica, ha iniziato a lavorare come vignettista per il periodico pugliese "Pubblicamente". Giornalista pubblicista, iscritta all’Albo professionale dal 1992. Ha scritto per diverse testate, quotidiani regionali, periodici a diffusione nazionale, riviste scientifiche, magazine bilingui. Ha lavorato nella radio nazionale "Italia Radio" a Roma (1995). È stata Direttore di un diffuso mensile a Roma (2003-2005). Ha insegnato Giornalismo e Comunicazione a Roma (2004-2005). Autrice di racconti e poetessa, ha conseguito diversi riconoscimenti letterari e consensi dalla critica. Il suo più grande hobby è la pittura, dipinge quadri figurativi ma soprattutto di genere astratto.

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