Thursday, February 29, 2024

RICORDI, LACRIME, RIMPIANTO SI INCONTRANO NEL ‘MAGAZZINO 18’ DI CRISTICCHI

Recensione di Gianluca Macovez

Una intensa edizione del lavoro sull’esodo forzato dei Giuliani Dalmati, che  sono stati costretti ad una drammatica diaspora senza ritorno.

Ci sono stati momenti della storia dell’umanità macchiati dalla vergogna della cattiveria e della violenza, dalla sete inestinguibile del potere, feriti dal silenzio.

Sicuramente uno di questi è stato l’esodo forzato degli italiani che hanno dovuto forzatamente lasciare i territori giuliano dalmati, alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

In un tempo di pace quegli italiani dovettero  abbandonare i loro paesi, perdendo quasi tutto; fuggire per salvarsi, per difendere una identità, per tutelare la loro storia.

Photo Simone DiLuca

Queste tremende vicende sono al centro di ‘Magazzino 18’, straordinario musical scritto una decina di anni fa  da Simone  Cristicchi con Jan Bernas e recentemente ripreso, proprio a Trieste, per celebrare la memoria di quegli italiani coraggiosi, costretti a trasferirsi, alcuni nella vicina penisola, altri in Australia, tanti nell’America del Sud, molti negli Usa.

Lo spettacolo nacque  dopo una visita che il cantautore  fece al grande deposito all’interno del Porto Vecchio di Trieste che conservava le testimonianze di una quotidianità rapita agli esuli italiani, strappati dalla loro casa, da una vita spesso umile e sempre di grande fatica, costretti ad una diaspora su cui si taceva vergognosamente, sicuramente dolorosa e violenta, anche se meno allucinante del destino degli infoibati, lasciati rantolare nel fondo di una buca carsica, condannati per la colpa grave di esistere, spesso avvolti nel filo spinato ruggine ed aguzzo e, quel che forse è peggio, seppelliti da un velo di ignobile silenzio delle istituzioni e degli intellettuali che per decenni seppero girarsi dall’altra parte con una indifferenza che ha dilaniato la nostra fiducia nella volontà di verità.

In un tempo drammatico come quello che l’Europa sta vivendo, Cristicchi ha deciso di ripropone lo spettacolo oggi, a dieci anni dalla  prima, sempre con la regia poetica di Antonio Calenda, proprio nei Giorni della Memoria.

Photo Simone DiLuca

Lo fa incurante della contemporaneità del Festival di Sanremo, che ha fatto riprogrammare spettacoli e programmi , vincendo con una serie di sold out clamorosi.

Lo fa a Trieste, città che ancora sanguina per un passato di cui profondamente si vergogna e che ha subito impotente: la Risiera, le Foibe, le azioni di vendetta dei nazisti sul Carso che riuscirono a distillare il male in azioni di violenza inimmaginabile, ma anche il periodo della Città libera, che la faceva zona protetta ma separata da quell’Italia  per la quale tanto aveva patito dolori.

Lo fa con una serie di spettacoli studiati solamente per la città, coinvolgendo l’Orchestra della Fondazione Lirica Giuseppe Verdi, che risponde con inedita ed apprezzata sensibilità alla proposta: i teatri della città uniti, ad evocare le sensazioni di un passato che deve essere conosciuto per non correre il rischio che si ripresenti, improvviso e mascherato, alle  porte di qualche casa, da qualche parte nel mondo.

Photo Simone DiLuca

Parlare di incontro, di dialogo fra le istituzioni, di coraggio della condivisione in una città che nell’ultimo secolo è stata austrica, ha subito le forti ingerenze naziste, ha avuto un  governo americano, è finalmente ritornata italiana, ma ha temuto anche di diventare iugoslava, è un messaggio importante, coraggioso, che non  vogliamo leggere come una risposta al passato, ma un proposito per il futuro.

Lo spettacolo  è molto intenso. Due ore serrate, senza una pausa, con  un fortissimo  coinvolgimento emotivo del pubblico, che pare, ad un certo punto, respirare con il protagonista, condividerne le pause, gli strazi, le malinconie, in una sorta di rito collettivo sacralizzato dalle musiche di scena, dirette dal Maestro Valter Sivilotti, che riesce a trasformare il suono della  brava Orchestra del Verdi in autentica poesia, mai sfondo od accompagnamento, ma racconto parallelo, struggente e mai scontato anche grazie al prezioso contributo dei bravissimi  allievi di On Stage – School of Performing Arts

Cristicchi non si risparmia. Non lo fa mai, in qualunque spettacolo, ma in questa occasione riesce ad accarezzare con bravura e discrezione le corde più intime del vissuto collettivo, sia quando recita che quando canta le canzoni scritte per ‘Magazzino 18’.

Photo Simone DiLuca

Riesce a leggere le vite attraverso gli oggetti che riempiono il palcoscenico, nella riuscita scenografia di Paolo Giovanazzi, illuminata con bravura da Nino Napoletano, giocando con i suoni, le sfumature, trasformando la voce per dare vita a coloro cui l’esistenza è stata strappata.

Il testo è costruito con bravura, affidando il ruolo principale ad un archiviatore un po’ burino, mandato dal Ministero per sgomberare il magazzino, che riesce a regalare qualche sorriso e collega le storie ed i personaggi evocati con struggente malinconia, senza indugiare sugli effetti facili, le sottolineature  truculente.

La sala viene spesso attraversata da brividi intensi  quando ritrova nel testo episodi ascoltati a casa,  riesce a contestualizzare tante drammatiche narrazioni infantili, coglie il senso di mezze frasi ascoltate di nascosto, vive il disagio di capire solo in quel momento la portata di avvenimenti che avevano sfiorato i loro genitori, i nonni, tanti amici.

Alla fine una gigantesca standing ovation mescola lacrime ed applausi, gratitudine commossa e grida di acclamazione, che suggellano un successo autentico  di una artista coraggioso, che riesce ancora una volta ad incantare con il coraggio della verità.

MAGAZZINO 18
scritto da Simone Cristicchi con Jan Bernas
con Simone Cristicchi
regia Antonio Calenda
con l’Orchestra della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
diretta da Valter Sivilotti
con la partecipazione degli allievi di On Stage – School of Performing Arts
musiche e canzoni inedite Simone Cristicchi
musiche di scena e arrangiamenti Valter Sivilotti
scene Paolo Giovanazzi
luci Nino Napoletano
coproduzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Teatro Stabile di Bolzano, Corvino Produzioni

Trieste, Teatro Rossetti , 12 febbraio 2023

Gianluca Macovez
Gianluca Macovez
Da oltre cinquanta anni segue con passione e costanza il mondo del teatro e dell’opera lirica. Architetto, docente, storico dell’arte, immediatamente dopo la laurea inizia una intensa attività espositiva, sia come allestitore che come curatore, collaborando con istituzioni importanti come il Museo di Pordenone, il Rossini Opera Festival di Pesaro, Villa Manin di Codroipo, il teatro Verdi ed il Museo Teatrale di Trieste. Autore di numerosi articoli, saggi e testi, curatore di cataloghi e di pubblicazioni, soprattutto legati alla storia del teatro dell’opera ed all’arte contemporanea . Dagli anni Ottanta ha esposto le sue opere pittoriche in gallerie, pinacoteche, musei, sia in mostre collettive che personali. I suoi ricordi teatrali si possono leggere anche sulla pagina fb : “Memorie inutili di uno spettatore irrilevante: mezzo secolo in platea” e su “ Gianluca Macovez Versi Bastardi” , pubblica scritti poetici ed opere pittoriche.

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