Tuesday, February 27, 2024

Recensire… Donna Sophia.

La passione è passione, non si discute. Quella campana per i propri miti e le proprie leggende arde di fuoco ancor più intenso. Se poi ad essa si aggiunge la genialità partenopea allora l’entusiasmo ed il trasporto non ostentano limiti.

Domenica passeggiavo tra le fredde strade di New York in cerca di qualche cinema che mi desse un buon motivo per non starmene a casa.  Feci un bel po’ di cammino prima di accorgermi che le sale non mi sarebbero state d’aiuto.

Le passeggiate, si sa, mettono appetito. Ed io, di strada, ne avevo fatta parecchio. Destra, sinistra. Sinistra, destra. Mi ritrovai, senza il minimo programma, di fronte ad un tipico ristorante italiano, uno di quelli tempestati di legno massiccio ed atmosfera mediterranea. Ero di fronte ad un Luzzo’s, un ristorante di origine controllata.

pizza burgerLessi: oggi Pizza Burger Napoletana “Donna Sophia”! Fame e curiosità presero il sopravvento inspiegabilmente. “Devo entrare!”, dissi tra me e me. E così feci. Presi un tavolo accanto ad un’enorme finestra illuminata ed ordinai a Eden, senza neanche leggere gli ingredienti, la speciale pizza dal nome spettacolarmente familiare. Lei sorrise e fece un cenno con la testa verso il pizzaiolo Baisal. Lui capì, scaltro e navigato, e si mise all’opera con arte sopraffina.

Lessi su una lavagnetta simpatica del “South Beach Wine and Food Festival”, del “Best of the Munchies”,del “Time Out New York People’s Choice Award”. Mi dicevo: nella terra degli Oscar e dei Golden Globe, i premi saranno premi! Ma prima di imbattermi in un’insolita recensione, avevo il dovere di valutare con coscienza, io che sono un severo giudice per ovvie ragioni di sangue.

Mentre attendevo tra un sorso e l‘altro di birra il mio tanto atteso lunch, ascoltavo Tony e Michele discutere sulla disposizione dei posti a sedere. Li guardai e sorrisi (mi sento a casa quando sento gli intrecci di italiano, inglese e dialetto). L’attesa però non sbollentò la mia curiosità, semmai aprì una voragine smisurata nel mio esule stomaco. Lacuna, però, ben presto colmata dall’arrivo della tanto sospirata “Donna Sophia”.

Bastarono tre bocconi, tre. Tre famelici morsi lontani da qualsivoglia cinema del centro. Compresi in un giro di lancette quanto possa essere esaustiva e stimolante l’arte culinaria rispetto a tutte le altre che l’uomo ha foggiato in quanto tali. Inoltre, unire tradizione e nuovo mondo è un’idea che ha sempre partorito rivoluzioni di ogni genere, in qualsiasi ambito culturale. Ed unire la fumante tradizione campana (oggettivo patrimonio dell’umanità) con il gusto d’oltreoceano, fu per me non solo un’idea originale, ma un succulento feeling da premiare con la mia personalissima medaglia d’oro.

Al duo di presunti geometri, che sicuramente facevano parte dello staff, si aggiunse Giovanna, a cui dovevo aver dato nell’occhio per eccesso di voracità. Mi chiese: “Contento?”. “Secondo te?” risposi mostrandole il piatto vuoto. E lei: “Beh, allora Donna Sofia ti aspetta anche da Francesco sulla First Avenue, da Siria a Church Street e da Antonio a Brooklyn”. Le risposi: “Ovvio! Ma dimmi, perché Donna Sophia? Perché proprio come la Loren?”. E lei, sicura come chi sapeva il fatto suo: “Perché lei una è diva. Lei è universale. Ma è una diva figlia di una tradizione, della nostra tradizione”.

Rimasi impalato a riflettere sulle sue parole. Parole vere, tangibili, degne di un Farinotti. La comunione del pasto popolare in assoluto (tutto figlio di prodotti italiani, dall’olio alla farina, dal pomodoro alla mozzarella) con la polpetta internazionale per eccellenza: sì, questa Pizza Burger Napoletana di Luzzo’s non poteva che essere dedicata a Miss Loren, l’oro di Napoli.

Non potevo andarmene così. Dopo la special Pizza Burger Napoletana mancavano tuttavia i titoli di coda. Quell’ultimo baluardo da buttar giù prima di alzarsi da tavola con mera soddisfazione: il dolce con annesso caffè. Ed è qui che entra in scena colui che io ho definito un mito: Antonio. Un uomo con le mani in pasta da tempo, un inventore di sapori sopraffini ricamati intorno ad impasti freschi e dolci succulenti. Appassionato del grande Totò, come ogni buon meridionale, Antonio mi stupì perché aveva dato ad ogni sua creazione il nome di un personaggio del suo illustre omonimo: dal mitico Le Mokò all’astuto Diabolikus. Tra una battuta e l’altra del grande Sciosciammocca, l’alchimista di Parete studiava meticolosamente le sottili tonalità che le sue opere dovevano concedere alla platea americana. Insomma, un vero principe della cucina!

Pastiera, Tiramisù, Caprese. Caffè. Sophia e Totò. Ero a casa, deliziosamente a casa. Ero sazio e contento. Contento per una nuova esperienza, contento di aver vissuto “Donna Sophia” per la prima volta lontano dai videoproiettori e dagli schermi in hd. Di averla recensita col palato e non solo con gli occhi.

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