Tuesday, June 18, 2024

Quei trenta minuti durati un’eternità. Un breve racconto di viaggio. Un racconto di un breve Viaggio.

Racconto di Diletta Maria Cecilia Loragno

Metti un fine settimana, un volo aereo nazionale, un’ora e dieci minuti più o meno, un volo per così dire banale, semplice, non un volo lungo e impegnativo dall’altra parte del globo.

Consapevole fosse una giornata di venti fino a 100km orari decido di partire comunque, confidando nel buon senso di chi avrebbe pilotato e di chi fornisce istruzioni e autorizzazioni al decollo e atterraggio in base alle condizioni meteo. D’altronde, da globe trotter qual sono mi sono trovata spesso in situazioni di ridottissima visibilità causa nebbia fitta o in avverse condizioni di atterraggio per forti nevicate e ghiaccio in pista, per non parlare del vento che mi accoglie ogni volta atterrando nella mia amata Mykonos, tra le isole più ventose delle Cicladi.

Il volo parte in perfetto orario arrivando a destinazione addirittura con dieci minuti di anticipo. Che bello, penso, siamo già arrivati, non vedo l’ora di abbracciare i miei amici!
Purtroppo però qualcosa va storto.
Causa ‘traffico sulla pista’, come ci comunica il comandante, dobbiamo attendere ancora dieci minuti per atterrare. Ma quei dieci minuti diventano trenta lunghi, infiniti, eterni minuti fatti di diversi ‘tentativi’ di atterraggio, parole del comandante, con successive manovre per riprendere quota.
Iniziamo a essere colpiti da forti raffiche di vento, ‘sciabolate’ dice il pilota, per cui l’aereo mi sembra una pallina impazzita in aria. Ho come l’impressione di essere all’interno di un flipper che non posso controllare.

Mi sento improvvisamente impotente. Con tutte le mie forze mi avvinghio ai braccioli della poltrona come se questo potesse darmi una qualche specie di protezione.
Il Giovane student seduto nella poltrona vicino alla mia mette la testa in mezzo alle sue ginocchia e io lo imito subito, pensando così di stare meno peggio.

Nel frattempo, tentiamo di atterrare sballottati dal vento di qua e di là, ma niente da fare. Risaliamo. Tentiamo di nuovo ma niente da fare. L’ansia sale. Accendo la lucina sopra le nostre teste chiedendo assistenza al personale di bordo. La giovane hostess, ovviamente seduta con la cintura allacciata vista la fortissima turbolenza, mi guarda ma forse non se la sente di alzarsi. Dalle retrovie mi raggiunge il suo collega al quale comunico che eravamo in preda all’ansia e gli faccio una domanda molto chiara, che mai nella vita avrei pensato di fare: dimmi chiaramente, moriremo tutti? Perché nel caso, accendo subito il telefono e saluto la mia famiglia e i miei amici più cari. L’unico che non avrei avuto modo di sentire, pensavo, sarebbe stato il mio cagnolino e questo mi stringeva il cuore.

Il giovane steward malamente cerca di rassicurarmi, mi parla di un nuovo ‘tentativo’ di atterraggio che faremo da lì  a poco e corre a sedersi al suo posto, mentre io e il mio giovane vicino di posto ci chiediamo ma perché non atterrare altrove? Perché insistere ancora e ancora su una pista battuta così dai venti, con l’aereo che ballonzola in quel modo? Perché costringere tante persone a subire uno stress fisico e psicologico simile e per un lasso di tempo così prolungato?

A un certo punto, in questi trenta minuti sembrati maledettamente infiniti perché non sapevamo cosa sarebbe successo, perdo le speranze, mi rassegno, rimetto la testa in mezzo alle ginocchia, chiudo gli Occhi.
In quegli attimi di terrore, mi è passata davanti tutta la mia vita, ho rivisto i volti delle persone a me care e ho capito quanto breve, brevissima possa essere la Vita.
Un soffio.

Le mie priorità sono cambiate radicalmente.
Ho capito quanto tempo ho sprecato dietro cose, problemi, situazioni che non lo meritavano.
Quanto tempo Prezioso non utilizzato godendosi la Vita, già solo per il fatto di essere Vivi.
Mi sono venute in mente le parole fatte di una saggezza d’altri tempi, quelle delle nonne, e i loro consigli di non dare troppo peso a cose inutili.
In quegli attimi a dieci mila metri di altezza, molte cose perdevano senso e molte altre acquistavano un senso nuovo, diverso, allontanandomi per sempre da cose futili, precarie, fugaci e spesso inutile.
Allora comprendi la bellezza di scorgere il sole all’alba, di respirare l’aria di mare, di assaporare anche la solitudine o la gioia di perdersi negli abbracci dei pochi, pochissimi amici veri, quelli che ti capiscono anche senza bisogno di parlare, quelli che ti asciugano le lacrime o ridono di cuore insieme a te.
In quel volo è cambiato tutto. Sono cambiata io, profondamente e tutte le mie priorità.

Mentre ero con gli occhi chiusi, sento un rumore fortissimo di frenata, non avevo idea di cosa stesse succedendo e forse non lo volevo nemmeno sapere quando all’improvviso il mio gentile vicino di posto mi afferra il braccio e mi dice siamo atterrati e la mia risposta è stata, allora siamo vivi?

Diletta Maria Cecilia Loragno
Diletta Maria Cecilia Loragno
Diletta Maria Cecilia Loragno si è laureata in Lettere Classiche con il massimo dei voti e la lode con una tesi di Laurea in Letteratura Greca presso l’Università di Bari, dove ha conseguito anche il titolo di Dottore di Ricerca in Italianistica, completando il suo percorso di studi presso l’Università Cattolica di Milano con il Master in Museologia, museografia e gestione dei beni culturali. Ricevuta la Nomina di Cultore della Materia dall’Università di Bari, ha partecipato in veste di relatore a diversi seminari e convegni nazionali e internazionali.. Letteratura e Arte hanno sempre occupato un posto speciale nella sua formazione: nei suoi reportage giornalistici, la moda è descritta, con un linguaggio naturale e armonico, come una sublime forma d’arte. Segue tutto ciò che riguarda il Made in Italy e il Lifestyle, dal food al wine passando per il glamour e il design. E’ Art Director dal 2017 dell’evento da lei ideato e curato presso l’isola di Capri, ‘Capri Incontra’, un pomeriggio dedicato alle Emozioni. E’ iscritta all’Ordine dei Giornalisti (Elenco Pubblicisti) dal 2007.

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