di Benedetta Ciarmoli
In un contesto in cui l’innovazione accelera e i cicli di consumo si accorciano sempre più, l’obsolescenza programmata è spesso indicata come una delle principali cause della riduzione della durata di vita dei prodotti. Per comprendere quanto c’è di reale in questa definizione e quanto dipende da dinamiche più complesse, legate al mercato e ai comportamenti dei consumatori abbiamo parlato con Giampaolo Vitali, economista industriale e ricercatore emerito presso l’Istituto di ricerca sulla crescita economica sostenibile del Cnr
Osservando il modo in cui oggi sostituiamo oggetti perfettamente funzionanti, si ha l’impressione che tutto sia destinato a durare sempre meno. A incentivare questo fenomeno è anche la cosiddetta obsolescenza programmata dei prodotti, progettati per avere una durata di vita programmata, così da indurre i consumatori a sostituirli. Ad aiutarci a comprendere meglio di cosa si tratta, ne abbiamo parlato con Giampaolo Vitali dell’Istituto di ricerca sulla crescita economica sostenibile (Ircres) del Cnr. “È necessario distinguere tra fenomeni diversi, esiste innanzitutto un’obsolescenza tecnologica normale, che accompagna il progresso: nuovi prodotti sostituiscono quelli precedenti perché sono oggettivamente migliori. In un mercato concorrenziale, questa dinamica è fisiologica: le imprese innovano per migliorare e competere. Il quadro cambia però quando la concorrenza si riduce : in presenza di pochi produttori, il rischio è che il consumatore venga spinto a sostituire più spesso i prodotti”, spiega Vitali. Un esempio significativo è il rapporto tra software e hardware. “Per anni i programmi sono diventati sempre più pesanti, rendendo necessario acquistare dispositivi nuovi, anche quando quelli vecchi funzionavano ancora. In questi casi, più che una strategia esplicita, è il sistema nel suo insieme a favorire il ricambio”, continua il ricercatore.
Diverso è il ruolo del marketing. Vitali sottolinea come le aziende, in alcuni settori, scandiscano l’uscita dei nuovi modelli, come nel caso degli smartphone : “Le innovazioni vengono distribuite nel tempo per mantenere alta la domanda e, in questo meccanismo, il consumatore non è obbligato a cambiare dispositivo, ma viene costantemente sollecitato. Questi prodotti diventano anche simboli di status: avere l’ultimo modello non è solo una scelta funzionale, ma anche sociale”.

Secondo il ricercatore, il fenomeno è strettamente legato al modello di consumo contemporaneo. “Viviamo in una società che chiede continuamente novità e le imprese rispondono a questa domanda. Il punto centrale è la consapevolezza: i consumatori davvero informati sono pochi. Capire come funzionano questi meccanismi permette di non subirli passivamente”, aggiunge l’esperto.
Un altro elemento riguarda la difficoltà di riparare i prodotti. “Anche su questo punto è necessario evitare semplificazioni. il modello produttivo attuale punta all’efficienza: produrre il nuovo costa spesso meno che riparare. Ma la questione è anche progettuale : i prodotti, infatti, non sono pensati per essere facilmente smontati, ma per essere compatti e performanti. Su questo fronte interviene l’Unione europea con il diritto alla riparazione, che mira a rendere i prodotti più duraturi e riparabili. È un passo importante, ma sarà decisivo capire i costi: se riparare resta troppo caro, il consumatore continuerà a comprare il nuovo”, chiarisce Vitali.
Accanto a questo, si stanno diffondendo pratiche di riuso e ricondizionamento. Il ricercatore osserva come sempre più imprese investano in questi modelli, segno di una domanda crescente, anche se ancora limitata rispetto al mercato complessivo. Le implicazioni riguardano anche il nostro rapporto con il tempo. “C’è una pressione costante a stare al passo, a lavorare e consumare per il prossimo acquisto. Comprendere questi meccanismi diventa quindi essenziale. Il punto non è demonizzare le imprese o l’innovazione, ma capire come funziona il modello, per decidere consapevolmente fino a che punto vogliamo seguirlo”, conclude Vitali.






