Gentile Direttore,
ogni volta che leggo che ogni giorno vengono gettate tonnellate di cibo, non riesco a pensare soltanto alle statistiche. Io, nato nel 1940 e cresciuto in una Napoli devastata dalla guerra e dalla miseria, rivedo la mia infanzia e il volto di mia madre. Oggi si parla di sprechi alimentari come di un problema economico e ambientale. Lo è certamente. Ma per chi ha conosciuto la fame, lo spreco è prima di tutto una ferita della memoria. Noi bambini degli anni Quaranta non sognavamo dolci o pranzi abbondanti. Desideravamo soltanto un pezzo di pane. Ricordo ancora mia madre davanti al focolare, con un vecchio ventaglio tra le mani, mentre cercava di ravvivare il carbone che faticava ad accendersi. Su quel fuoco cuoceva una zuppa fatta di bucce di patate, fave e piselli. Era un pasto poverissimo, ma quando riuscivamo a mangiarlo ci sembrava già una fortuna. Il vero miracolo, però, lo compiva mia madre con la sua fantasia. Preparava il “finto capretto al forno” con patate, aglio, cipolle e un po’ di “sugna”. Oppure il “finto baccalà”, usando una semplice aringa sotto sale, qualche cappero e poche olive. E il piatto che aspettavamo con maggiore gioia era la “finta genovese”: tante cipolle, un po’ di pomodoro, sedano e un cucchiaio di sugna. La carne non c’era. Eppure quel piatto profumava di festa. Ho capito, con il passare degli anni, che il vero ingrediente non era quello che mancava, ma quello che mia madre aggiungeva sempre: il suo amore e il suo sorriso. Erano loro a rendere prezioso anche il pasto più povero. Ogni pezzo di pane finito nella spazzatura mi ricorda il pane che noi aspettavamo come un dono. Ogni avanzo gettato via mi riporta alla dignità di una generazione che aveva imparato a non sprecare nulla, perché nulla era superfluo. Non scrivo queste righe per rimpiangere il passato, ma perché credo che la memoria possa ancora insegnarci qualcosa. Il benessere è una conquista preziosa, ma non dovrebbe mai farci dimenticare il valore del cibo e il rispetto dovuto a chi, ancora oggi, non ha il necessario per vivere. Chi ha conosciuto la fame non butta il pane. Perché in ogni briciola continua a vedere il volto di sua madre.
Raffaele Pisani
Nato a Napoli nel 1940






