Monday, February 26, 2024

Cristina Campo- seconda parte seconda lassa di Diario bizantino. Sesto appuntamento.

Di Marina Agostinacchio

Alla pesante pioggia
dell’altro mondo s’intesse
il soave scrosciare delle dalmatiche di questo mondo,
l’altero volo dei veli di questo mondo
inenarrabilmente ignoto al mondo.
Estatici allarmi ed appelli
d’angeli ministranti:
Le porte! Le porte!
escano i catecumeni!
Tre volte beato l’inno,
tre volte divina la folgore
teologica dei Cherubini,
ingiunge di deporre, disperdere dimenticare
ogni sollecitudine mondana.
Nessun catecumeno rimanga!

CRISTINA CAMPO

Cristina Campo si schiera dalla parte del mondo invisibile, sconosciuto, un mondo che non può dire con parole umane, o forse dice per difetto. L’altro è un mondo che più non le appartiene, da cui si è esclusa: è il mondo della “pesante pioggia”.

Paradossalmente questo mondo (—Verso tre — “il soave scrosciare delle dalmatiche di questo mondo”), che a una lettura distratta potrebbe sembrare il mondo terreno è quello, l’altro, mentre quello è ormai divenuto la terra lontana.

Il nuovo mondo, potremmo dire oltre cortina, è connotato di richiami lessicali scelti: il soave scrosciare, l’altero volo dei veli, l’ inenarrabilmente ignoto al mondo.

Essi sono i segni di quel mondo, altro, che ormai lei chiama “questo mondo”; questo nel senso di appartenenza, di vivido esserci, di spazio in cui Cristina percepisce i suoni, le immagini, luogo dove lei siede perfettamente a suo agio

Nel corso della lettura delle lasse di “Diario bizantino”, avvertiamo un inedito modo di accostarsi al divino, una percezione “sensuale che si trasmette con i gesti, i gusti e i colori che riempiono la poesia “bizantina” della Campo”. La parola di Campo diviene allora protagonista di un pensiero che sa farsi tangibile, l’immagine dove il “rovescio abbagliante del visibile” è restituito ai sensi. Pertanto, la scrittura, come dice bene la studiosa Federica Negri, deve quindi irrimediabilmente farsi esercizio ascetico che svuota, che scava, che prepara all’arrivo di ciò che ora si può solo intuire, ma che darà senso retrospettivamente a tutti i nostri passi.

Riprendo ora il testo poetico proposto, con alcuni dettagli esplicativi dei versi.

L’altero volo dei veli di questo mondo — verso 4 — è riferito al velo nero, copricapo dei dignitari e dei monaci bizantini, velo che alla morte viene abbassato sul volto.

Circa il verso otto: Le porte! Le porte! / escano i catecumeni! esso è l’esclamazione proferita dai diaconi all’inizio della liturgia dei fedeli.

A sottolineare la pregnanza e a dare rilevanza all’espressione esortativa, la poetessa dice dei diaconi: Estatici allarmi ed appelli/d’angeli ministranti, il che conferma quella congiuntura terra-cielo che la Campo intende comunicare attraverso le Icone, il rito liturgico bizantino, le scelte lessicali.

(Importante sempre ribadire come tutto il discorso della poetessa sia una dichiarazione del proprio libero atto di volontà di adesione religiosa alla chiesa bizantina, quasi logica prosecuzione della argomentazione poetica che la stessa svolge nella lassa analizzata la scorsa puntata; lì, infatti abbiamo attinto alla fonte del Mistero incarnato nell’Icona, “sostanza divina sulla terra”).

Nel decimo, tredicesimo, quattordicesimo verso, troviamo queste parole: Tre volte beato l’inno,/tre volte divina la folgore/teologica dei Cherubini,/ingiunge di deporre, disperdere dimenticare/ogni sollecitudine mondana, ecco il Kerubicon, ovvero l’Inno dei Cherubini all’offertorio, che invita quasi in modo perentorio “a  disperdere dimenticare/ogni sollecitudine mondana”, a concentrarsi su quel mondo a cui lei stessa ha aderito.(“ Non si tratta di superare la natura ma di sostituirla con un’altra natura a noi ignota”).

Un’ ultima riflessione vorrebbe essere testimonianza di quanto mi ha suggestionato della parola poetica di Cristina Campo, a proposito di questi ultimi versi che ripropongo al lettore:

Tre volte beato l’inno, /tre volte divina la folgore/teologica dei Cherubini

L’espressione “Tre volte” ripetuta all’undicesimo e dodicesimo verso, mi ha richiamato alla mente l’idea di una parola che rimanda ad altro; si tratta perciò di una parola/simbolo che mette insieme l’aspetto della forma, il suo essere visibile, la rappresentazione, come amava dire lei, con l’aspetto nascosto delle cose, fatto di immagini infinite che trascendono l’immediatezza di quanto giunge a lettore per istantanea allusione e che giungerà a lui “obliquamente all’ora propizia”.

Il riferimento al numero Tre (“Tre volte beato… tre volte divina…) farebbe pensare alla Trinità divina, ma anche all’uso biblico di un numero riferito a una realtà non-numerica, umana, temporale, alla totalità cosmica: cielo, terra, uomo, al tre nella Divina Commedia; penso anche al tre come a un ritorno di unità, dopo la divisione del due. Penso al tre come triangolo dove il vertice in alto può indicare l’impulso alla salita di ogni cosa. Il tre nella Kabbalah, è in riferimento alla terza lettera dell’alfabeto ebraico: Ghimel . Nella sua forma essa offre l’immagine di una persona nell’atto di correre, e a indicare con il piede in avanti uno slancio, spinta ad uscire da se stessi, dalle proprie limitazioni. Infine, la triade del pensiero nell’Idealismo hegeliano che vede nei tre momenti dello spirito Assoluto- Tesi-Antitesi -Sintesi il raggiungimento di una ricomposizione in cui l’idea raggiunge se stessa e la propria libertà.

Indubbiamente per Campo il tre è riferimento religioso; penso ai tre sacramenti principali dell’iniziazione alla vita cristiana (battesimo, comunione e cresima). Penso anche a un riferimento della poetessa, così attenta a tutto ciò che fa parte del rito ortodosso, come il triodio che nella liturgia bizantina è un canone liturgico di tre odi o strofe.

“Tre volte beato”, — verso dieci —, espressione detta anche Trisagion angelico, è l’inno usato in maniera comune nella liturgia delle Chiese orientali cattoliche e ortodosse. Inoltre, nella liturgia bizantina si chiama cherubico l’inno cantato mentre il diacono porta all’altare il pane e il vino

Infine, circa il riferimento alla folgore divina, (verso undici), il pensiero corre ai Cherubini come i primi fra tutti gli altri angeli ad essere citati nella Bibbia: “E il Signore Dio… pose davanti al giardino dell’Eden i Cherubini, e la fiamma della spada folgorante, per custodire la via all’albero della vita”.

Marina Agostinacchio
Marina Agostinacchio
Nel 1998 e nel 2007, Marina Agostinacchio è tra i vincitori del concorso nazionale di poesia “Premio Rabelais”. Nel 2006 è tra i finalisti del Premio “Tra Secchia e Panaro”. Nel 2002 ha ottenuto il Premio internazionale Eugenio Montale per l’inedito. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesie Porticati, nel 2009 la raccolta Azzurro, il Melograno, nel 2012 Lo sguardo, la gioia, nel 2014 Tra ponte e selciato. Nel 2021, Marina Agostinacchio ha pubblicato i volumi bilingue di poesie "Trittico Berlinese", 2021, e "In the Islands of the Boughs", 2023.

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