Tuesday, July 5, 2022

Simone Weil: un’insegnante a trecentosessanta gradi

Vivere con adesione totale l’esistenza…

Poco sappiamo dell’attività di insegnante di Simone Weil durante ben cinque anni scolastici, dal 1931 al 1938, mentre era occupata anche in fabbrica come operaia costretta a strettissimi digiuni e inverni senza riscaldamento.
Simone, capace di lasciare un forte segno nella personalità delle ragazze dei licei femminili nei quali ha insegnato… Un insegnamento incisivo e rispettoso nulla a che fare con un soggiogamento o una fascinazione fine a sé stessa.

Attraverso gli scritti lasciati, sappiamo che la Weil, appena ventiquattrenne, era un’insegnante anticonformista, “dotata di rigore e di chiarezza”, in grado di trasformare la speculazione filosofica nella vivacità dell’esistenza.

Come insegnante sento consonanza con la Weil per un suo vivere la scuola e gli studenti con passione ed entusiasmo. Leggo che Simone si poneva di fronte alle sue allieve come un docente che avverte l’imperativo educativo di crescita e progresso del pensiero.

Delle discipline che conosceva sapeva riversare tutto con sollecitudine a chiunque, anche gratuitamente. Leggo poi che “si recava al lavoro anche nei giorni in cui soffriva di terribili emicranie che le impedivano di toccar cibo per giorni di seguito e che le provocavano forti dolori anche a salire un gradino”.

Lei, antesignana di un modo di vedere la scuola, ha saputo seminare, se penso al fatto che non tanto diversa è stata la vita per alcuni docenti che scelgono l’insegnamento come una vera e propria missione. Educare gli studenti all’ autonomia e alla crescita di pensiero, dare e darsi con gratuità, oltre le ore di contratto previste, trascurare il proprio stato di salute per un impegno preso, per una causa ritenuta prioritaria (un recupero, una richiesta di parola, un incoraggiamento, un potenziamento) è stato per gli anni che hanno visto un gruppo di insegnanti, ieri come oggi, sulle barricate della scuola, un esercizio di impegno etico.

Dalla testimonianza di un’allieva sappiamo della avversione di Simone alle etichette, a giudizi di pensiero cristallizzato; inoltre di come sapesse cogliere anche nelle sconfitte l’opportunità di miglioramento.

E poi spendeva il proprio tempo per divulgare le conoscenze. Si preoccupava anche delle necessità materiali. Così se occorreva un libro arrivava carica di testi che ordinava e pagava di persona in anticipo, perché le studentesse “potessero usufruire dello sconto concesso dai librai agli insegnanti”.

Penso che i docenti che hanno avuto modo di accostarsi al pensiero della Weil si ritroveranno, per molta parte almeno, nel condividere l’idea e il metodo riguardo a diversi dei suoi interventi didattici.

Anch’io, negli anni dell’insegnamento, ho incontrato situazioni in cui era importante un gesto, una parola, indirizzati alla valorizzazione dello studente; contesti di emergenza riguardo alla distribuzione o all’acquisto di libri, o di occorrente di cui necessitavano; ho vissuto momenti in cui era necessaria la condanna e qualsiasi atto di mortificazione che inevitabilmente sopraggiunge con la sconfitta; soprattutto ho cercato di non cadere nella pericolosa trappola della categorizzazione e della cristallizzazione del pensiero nei confronti degli alunni.

Che cosa significava insegnare per Simone Weil

Il suo obiettivo nell’insegnamento era sviluppare l’attenzione attraverso la sospensione del proprio pensiero, che doveva essere così disponibile ad accogliere in uno spazio non contaminato e attraversabile da quanto veniva trasmesso, riuscendo a mantenere in zone perimetrali della mente “le diverse conoscenze acquisite che si è costretti ad usare”.

Ma come raggiungere questo tipo di attenzione?

Ci dice la Weil, cambiando l’atteggiamento abituale con cui lo studente si pone di fronte allo studio. Pertanto la Weil indicava alcune vie percorribili per raggiungere il suo obbiettivo di attenzione costruttiva, come studiare senza avere per fine il conseguimento dei buoni voti; non seguire le proprie inclinazioni, le naturali attitudini personali; concentrarsi con uguale intensità nel conseguimento dei compiti, “perché tutti servono a formare l’attenzione”; “sapere porsi di fronte al fallimento della prestazione scolastica con onestà intellettiva “senza cercare scuse”.

Trovo di incredibile attualità il pensiero della Weil, pensiero sicuramente anche condiviso da molta parte della categoria insegnante. Si sa che per l’allievo lo studio, finalizzato al risultato positivo immediato e/o finale, è frutto di un desiderio dettato da una propensione naturale al conseguimento di successo subitaneo, o di un’azione calcolata. Tuttavia è importante aiutare una persona a credere che essa conta molto più di una valutazione in termini di voto; studiare per imparare qualcosa, per costruirsi come persona è lo sforzo a cui dovrebbe convergere l’azione educativa del docente.

Nei suoi scritti, la Weil sembra indicarci la strada, ponendo l’attenzione sulla motivazione all’apprendimento del discente e sul desiderio di imparare. “L’intelligenza può essere guidata solo dal desiderio. Perché ci sia desiderio, occorre che ci siano piacere e gioia. L’intelligenza cresce e porta frutto solo nella gioia”.

Rifletto sul binomio apprendimento-gioia Senza gioia non c’è apprendimento intuito, metabolizzato, trasformato in competenza, ripescato negli abissi delle conoscenze accumulate nel tempo, una capacità di “riutilizzo” che nasce da un’azione ponderata di discernimento.

C’è poi un punto nella trattazione, letta, sulla attività di docente della Weil. Ed è quello del concetto di insegnamento al gusto del bello in Arte, un’idea di bello colto nella natura. La natura, ci dice la Weil, è il luogo dello spirito in cui possiamo intuire la presenza di Dio. L’Arte pertanto è portatrice di valore etico (il bello nella sua estensione lessicale incorpora anche molto di quanto per noi è nell’idea di buono, inteso come agire secondo virtù morale). Nel bello c’è il soffio dello spirito ritrovato in natura, la realtà di cui è conformato l’uomo nella sua dimensione identitaria di spirito e corpo.

Da questo concetto deriva l’ultimo obiettivo: educare all’azione.

Finora abbiamo visto come l’intento che muove il pensiero di Simone Wiel sia una prorompente disponibilità ad accogliere il mondo con abnegazione. “La passione per il mondo, per l’umanità, per la storia spingono all’azione”. A dimostrazione di ciò, sappiamo che la Weil ha avuto una vita ricca di attività, da quella sindacale a quella politica, dal lavoro in fabbrica in qualità di operaia, all’intervento nella guerra di Spagna.

Pur considerandosi una pacifista, credeva fermamente che quando non si può più fare nulla per evitare la guerra si sarebbe dovuto gioco forza ricorrere alla lotta.

“Nel luglio 1936 ero a Parigi. Non amo la guerra; ma ciò che mi ha sempre fatto più orrore nella guerra è la situazione di quelli che si trovano nelle retrovie. Quando ho capito che, malgrado i miei sforzi, non potevo fare a meno di partecipare moralmente a questa guerra, cioè di augurarmi ogni giorno, in ogni momento, la vittoria degli uni, la sconfitta degli altri, mi sono detta che Parigi per me era le retrovie, e ho preso il treno per Barcellona con l’intenzione di arruolarmi. Era l’inizio dell’agosto 1936. Un incidente mi ha costretta ad abbreviare il mio soggiorno in Spagna. Sono stata qualche giorno a Barcellona; poi in piena campagna aragonese, lungo l’Ebro, a una quindicina di chilometri da Saragozza, nello stesso posto dove recentemente le truppe di Yaguë hanno passato l’Ebro; poi nel più lussuoso albergo di Sitges trasformato in ospedale; poi di nuovo a Barcellona; complessivamente pressappoco due mesi” (Lettera di Simone Weil a George Bernanos, scritta probabilmente nell’estate del 1938, a due anni dall’esperienza della guerra civile spagnola).

Solo attraverso l’azione l’uomo può avere consapevolezza totale di sé.

Conoscenza ed azione, quindi, sono i tratti distintivi della vita di questa grande donna. L’ansia di conoscenza e di ‘conoscenza della verità’ non danno tregua alla Weil per l’intero l’arco della sua vita. Capiamo, così, le scelte esistenziali di Simone, scelte che sottendono la costante ricerca della verità.

Azione, cammino intellettuale e spirituale sono i cardini della dimensione totalizzante della donna Simone Weil. Superare la separatezza tra lavoro manuale e lavoro intellettuale per aderire alle cose, alla vita e potere, quindi, attuare una trasformazione migliorativa della società.

La personalità, l’adesione alle scelte di vita, la passione nelle battaglie per la “promozione” umana dei suoi alunni, si dispiegano davanti ai nostri occhi a indagarci, a sollecitare le nostre coscienze.

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Marina Agostinacchio
Marina Agostinacchio
Nel 1998 e nel 2007, Marina Agostinacchio è tra i vincitori del concorso nazionale di poesia “Premio Rabelais”. Nel 2006 è tra i finalisti del Premio “Tra Secchia e Panaro”. Nel 2002 ha ottenuto il Premio internazionale Eugenio Montale per l’inedito. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesie Porticati, nel 2009 la raccolta Azzurro, il Melograno, nel 2012 Lo sguardo, la gioia, nel 2014 Tra ponte e selciato. Nel 2021, Marina Agostinacchio ha pubblicato il volume di poesie Trittico berlinese.

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