Thursday, April 22, 2021

Riti antichi e moderni

di Marina Agostinacchio

Leggo questa mattina due interessanti scritti che provo a sintetizzare in una frase, Riti antichi e moderni.
Tema conduttore potrebbe essere il vento anche sciolto nella sua accezione metaforica
In un articolo scopro che un tempo le donne anziane salivano in cima alla montagna perché il vento, messaggero delle loro parole, avrebbe portato oltreoceano, attraverso queste, i loro pensieri ai parenti, costretti a emigrare.

Ugo Foscolo

“La madre or sol, suo dì tardo traendo,

Parla di me col tuo cenere muto.

Ma io deluse a voi le palme tendo…”  (Ugo Foscolo, In morte del fratello Giovanni, versi 5/7).

La parola diviene occasione comunicativa per raggiungere chi è lontano; una assenza temporanea o totale può in ogni tempo essere colmata da un moto dell’anima, una spinta che fa dire, aiuta ad esprimere un dolore, per un vuoto che così si colma e rende giustizia ai ricatti dell’esistenza.
Le mani levate esprimono possibilità di un contatto, ingannevole ma indispensabile, per restituirci al flusso della vita, con i suoi sogni, le sue speranze, le delusioni, le nostalgie, la consapevolezza che niente sarà più come prima; ma anche per ridarci dignità di persone che accettano composte il conto che la vita ci presenta.
Ci sono tratti della comunicazione che fanno parte di una memoria collettiva: il ripetersi di gesti che paiono poter essere attinti da un serbatoio comune, ancestrale. Da esso peschiamo per risalire interi con espressioni mimiche del corpo: il volto contratto, disteso, le braccia alzate, le mani a dita aperte o giunte. Tutto rivela sensazioni, emozioni, pensieri.
In Cina, le “lanterne cinesi”, destinate ai riti e alle cerimonie, erano anche progettate per inviare messaggi, al di là dell’intenzionalità.
Ancora una volta il protagonista del quadro è il vento a cui affidiamo noi stessi. Col vento e nel vento perdiamo il peso della corporeità; alleggeriti, siamo essenza, sogno, luogo dove tutto può esistere in una dilatazione che accoglie ogni misura temporale.

Gli antenati degli Irochesi, (nativi americani), giunti nel 900 dagli Appalachi della Pennsylvania per stabilirsi lungo i bassopiani a sud del lago Ontario, invocavano il vento, attraverso il loro canto poetico, vento che assumeva un valore magico in quanto capace di portare il loro cuore tra gli uomini.

 

Irochesi

Il lungo sentiero e la foresta oscura
son davanti a me,
odo il suono di tamburi lontani
che la magia del vento diffonde nell’aria
e avverto il canto ritmico del mio cuore.
Ascolto nel vento il tuo nome,
sussurro lieve..

E ancora

Il lungo sentiero e la foresta oscura
son davanti a me,
odo il suono di tamburi lontani
che la magia del vento diffonde nell’aria
e avverto il canto ritmico del mio cuore.
Ascolto nel vento il tuo nome,
sussurro lieve..

(Nuvola Azzurra – Irochese)

Ho la possibilità di agganciare quanto espresso finora a un altro articolo letto in cui si parla della necessità del cervello di essere nutrito a 360 gradi.

Riti antichi, se non più percorribili, possono essere ripensati, rivisitati alla luce di ciò che oggi siamo, per correggere i riti attuali nocivi, come quello che mi fa riflettere circa il ricorrere di continuo al tasto del PC o del cellulare, aggiornato di continue applicazioni “efficientissime”, per non dovere fare la fatica  con la mente di rielaborare un pensiero su quanto viene scritto, per non approfondire una notizia;  riti rivisitati per prendere le distanze  dal “Creo bisogni e poi te li vendo” , secondo la legge dell’usa e getta, del meglio non pensare, anziché nutrire la “materia grigia” con la ginnastica della memoria, dell’argomentazione, della sana abitudine all’esercizio critico della mente.

Penso così anche a notizie che passano sotto tono, o che forse non fanno quel giusto rumore bastevole ad attirare gli occhi e le orecchie, ad allarmare un’umanità che dovrebbe essere vigile e allertata su quanto dovrebbe fare indignare, al fine di prendere provvedimenti concreti come comunità pensante, socialmente integrata.
Mi riferisco alla Turchia che pare voglia uscire dalla Convenzione del Consiglio di Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza delle donne anche subita all’interno delle pareti domestiche, Convenzione a cui aveva aderito nel 2014.

Assorbiti come siamo dalla pandemia che ci ha sì cambiato e stravolto la vita, tendiamo a non vedere gli eterni problemi che affliggono l’umanità e che sono in un “appannaggio” sfavorevole ai diseredati della terra.
Ecco, il rito antico di varcare i confini, vincere le forze di gravità attraverso il vento – oggi tecnologico – come possa aiutarci a togliere l’àncora del qui e ora, al di là delle preoccupazioni immediate che riguardano e impensieriscono me/noi; ecco che possiamo rivisitare il rito antico, facendo “funzionare” la mente, con un atto di riflessione perché essa sia comunicata anche nelle forme agevoli che abbiamo a disposizione.

Marina Agostinacchio
Marina Agostinacchio
Nel 1998 e nel 2007, Marina Agostinacchio è tra i vincitori del concorso nazionale di poesia “Premio Rabelais”. Nel 2006 è tra i finalisti del Premio “Tra Secchia e Panaro”. Nel 2002 ha ottenuto il Premio internazionale Eugenio Montale per l’inedito. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesie Porticati, nel 2009 la raccolta Azzurro, il Melograno, nel 2012 Lo sguardo, la gioia, nel 2014 Tra ponte e selciato. Nel 2021, Martina Agostinacchio ha pubblicato il volume di poesie Trittico berlinese.

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