Friday, Sep. 25, 2020

Presentazione a Venezia il 9 dicembre del libro di Marina Agostinacchio “STATUE D’ACQUA”

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27 November 2015

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Presentazione a Venezia il 9 dicembre del libro di Marina Agostinacchio “STATUE D’ACQUA”

di Silvia Desideri

Il libro STATUE D’ACQUA sarà presentato al pubblico Mercoledì, 9 dicembre alle ore 21 presso la Fornace Carotta- via Siracusa- zona Sacra Famiglia, Venezia

Conoscendo Marina da molto tempo, ed essendo voce di donna che si riconosce negli stessi temi e nelle medesime atmosfere dell’autrice, cercherò di dare voce alla sua anima, per come la ritrovo nei (suoi) versi. 

“STATUE D’ACQUA”

Il poemetto “ Statue d’acqua” racconta in versi una storia personale, canta in maniera solenne, in ottave, una metamorfosi , una scoperta , una rivelazione, alla quale Marina arriva trasformandoun appuntamento ordinario in un evento straordinario: un giorno qualunque, ripete dentro una piscina termale, durante l’attività ginnica, dentro L’ACQUA, in un ambiente dunque deformante e riflettente, gli esercizi che le vengono impartiti dal bordo vasca. E’ corpo in allenamento, ma è pur sempre corpo, pesante, fermo. Lo sguardo di Marina, fino a poco prima distratto, viene gradualmente catturato da sagome liquide che si muovono in una vasca sovrastante e sembrano plasmate dall’energia fluida del mezzo. Sono statue leggere che, tra immagini vicine, familiari ,delicate e gentili ( “di un curvo ramo riflesso sottile, II, v.5) ma anche reali e concrete (“voci su polveri e tetti spioventi/di odore grattati in un bianco muro”, II, vv.6-7), nella stagione primaverile tra “ rondini tese” ( idem,8) , diventano,in climax ascendente,”respiro, sibilo, poi/ suono” ( I,vv. 6-7).

Durante la ginnastica il volto fa “ il cerchio… e un giro le braccia” ( IV,v4): il corpo pesante di Marina si allunga e si piega fino a curvarsi. Ecco che “si piega a ritroso” ( IV, v.1), “fa un giro” anche la sua percezione delle cose, si rovescia la prospettiva: dalle statue liquide, leggere e in movimento, dai contorni indefiniti e vaghi, sembra provenire una cantilena, una conta, un canto di culla “…Nocciòlo, nonterra, esistenza/Nonterra, esistenza, nocciòlo. Suono…” ( I; vv. 7-8). Nella vasca sottostante la cantilena restituisce al corpo pesante la voglia di aprirsi ad uno sguardo affettuoso e di riprendere i propri esercizi in una navigazione diversa, metafora della sua vita, della nostra vita.

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Già dal titolo e da questo inizio d’opera è evidente come la categoria del contrasto prevalga nell’opera: l’ossimoro “Statue d’acqua”, infatti, associa staticità e movimento, peso e leggerezza, la forma e l’ informe; inoltre nei primi versi, si contrappongono“corpi” , vocabolo collocato in posizione iniziale e in anafora ( I, v 1 e v.4), radicati, giù, sul fondo, e statue fluttuanti ,di sopra, quelli ignari, in un vero“lento naufragio” ( III, v.1), queste danzanti e “ di sonagliera” ( VII,v.5). Si contrappongono allo stesso tempo, in un gioco di specchi, il graduale denudamento delle vecchie certezze (le radici, la fissità) e la vestizione delle nuove (il movimento,l‘alleggerimento): l’anima tornata fanciullina si salva cercando il varco in “un cielo stellato” ( III,v.2), anch’esso spazio dicotomico tra poesia e anatomia (   cielo “ ornato di linfa e midollo/ di guance” ( III, 5-6). L’esercizio ginnico si carica di simbologia e, tra apparenza e realtà, immagini piccole e sacre, dentro una rete di legami sottesi difficili da cogliersi in apparenza,la statua in movimento si riempie di vita e fa inebriare lo sguardo mentre noi, pesanti e finiti siamo “molle cosa”( III, v. 8).

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Illustrazione di Elena Candeo dal libro STATUE D’ACQUA.

L’intuizione sul senso della vita viene confermata e affiancata dal desiderio di illuminare la propria anima in cammino. “Fluiscono corpi in reti e drappeggi/ intarsio di nulla e presa di grano”( IV, vv.7-8): i corpi, giù nella vasca, ora accelerano, smollano la propria fissità, si lasciano trasportare lievi dall’energia dell’ anima, ingabbiare da lei. Questa volta, però, le reti e le prese, quelle dell’anima, sono preziose e al contempo semplici:l’anima ora tiene in pugno il corpo, con reti e prese intarsiate e non più con legacci pesanti. I corpi alleggeriti rappresentano la vita che fluisce al soffio di vele nuove come il movimento che le dita della mano imprimono ai cerchi ritmati nell’ esercizio in acqua. L’acqua ha davvero impreziosito lo sguardo spingendolo attraverso i vapori termali fino a togliere la nebbia del vedere comune, fino al trionfo della consapevolezza: quelle statue sono davvero piene di vita! Nel rovesciamento della prospettiva, per Marina non contano più le definizioni certe, i confini precisi, i contorni delimitati che ancorano a identità troppo fisse: contano le sfumature e i colori così come lei li percepisce; l’autrice può essere addirittura fantasma, statua d’acqua!

Solitamente si preferisce restare attaccati alla riva, ma bisogna salpare, slargare le vele. È inutile la fatica con cui ci sforziamo di dire i nomi, gli enti; per Marina, ora, “Frase e parola riposa; traballa ogni suono” ( VI, vv.1-2): definire, radicare, fissare è morire; meglio dar voce ad echi dell’infanzia, antichi come l’inchiostro; meglio procedere in compagnia, fare insieme, radunarsi e salpare, non ormeggiare. La fatica del viaggio è compensata dalla meraviglia sempre rinnovata di quanto ci attende di inesplorato; il mare dell’esistenza è sempre lo stesso, ma entrando in esso con occhi diversi noi “spostiamo ninfee” ( V,v.7), rispondiamo con la fantasia e l’adattamento al movimento dell’acqua. Se il corpo invecchia e la parola traballa, essa, però, non tace, anche se stanca delle ferite, dei rumori assordanti di una società non sempre capace di ascoltare e dialogare: il verso per Marina, leggero come la seta, si colora di vita, illumina l’anima. S’inseguono,infatti, nella sesta ottava ( pag.18), analogie e sinestesie: “ l’ugula d’oro” ( v.7), per esempio, suggerisce l’idea che anche nell’arte e nel bello, come nel movimento, si collochi il fuoco di questa prospettiva di vita rovesciata. L’analogia sinestetica subito triplicata,“ l’ugula d’oro/ arpeggio che è seta e drappo sonoro” ( VI, vv.7-8) dà enorme forza a questo appiglio.

Ma cosa sono queste statue d’acqua? Il frutto di una fantasia? Un sogno? Sono Angeli, “forse di strana fattura”( VII,v.6)! No, sono fantasmi! Nell’ultima parte dell’opera emerge sempre di più la consapevolezza che sia difficile vedere la realizzazione delle statue d’acqua , pur avendo esse una vita e pur suggerendo a Marina il senso della stessa. Nasce anche il dubbio che gli interrogativi sulla loro natura lascino trasparire il legame di Marina con l’identità del passato, malgrado la nuova dimensione. Marina appare, infatti, sospesa tra la luce, quasi sacra e messianica, dell’ attesa che le venga svelato chi esse siano e   l’ombra, il buio,il piacere,l’impossibilità che ne vengano decifrati i segni: “Un angolo e un centro incongruo grafema,/ un tondo di lettera calma e piena” ( XI, vv.7-8). Restano, certamente, in lei una nuova voluttà, uno slancio vitale che la immerge nella vita istintiva, nella natura e la perdita di un pudore paralizzante per cui riesce a mostrare di sé anche la dimensione intima e sensuale: “Il ventre sontuoso dell’acqua di sere/ fumose…” ( IX,vv1-2); “Qui appare sopita la mente, odore/ di terra sfalciata. Odore felice;/ rivolta le faglie di carne e di ali” (IX, vv.6-7-8 ).

Illustrazione di Elena Candeo dal libro STATUE D'ACQUA.

Illustrazione di Elena Candeo dal libro STATUE D’ACQUA.

Questo percorso dalla fissità alla fluidità di un corpo e di un’anima che finalmente vibrano, senza più paletti, in una visione rinnovata di naturalezza e libertà mi ha molto affascinato: dovunque, anche in una piscina, ognuno può trovare spunti per un cambiamento interiore, se ha l’intenzione e la voglia profonda di mettersi in gioco e navigare senza paura nella vita, anche nella morte, nell’altrove. Il rovesciamento nell’acqua è affascinante: il mito di Apollo e Dafne ci racconta con grande suggestione che la giovane ninfa muore e diventa alloro una volta che Apollo la cattura, le blocca la corsa e il movimento e la costringe a mettere radici. Marina colloca la metamorfosi , con maggiore coerenza a parer mio,non sul terreno pesante ma nel liquido vitale e deformante dove non è possibile radicarsi.

Il cambiamento ci spaventa? Lo viviamo, forse, come disordine, come un taglio , la conclusione del passato? Preferiamo rimanere corpi incapaci! Se siamo capaci di adattarci ad una vita materiale ormai in continuo fluire e cambiamento, in un dinamismo quasi schizofrenico delle cose, perchè si fatica ad accettare la fluidità e la liquidità dei moti interiori e della condizione esistenziale? Perché non si riesce a deformare , flettere, riflettere l’immagine di noi fino ad abbracciare la vita in tutti i suoi aspetti, sensibili, e oltre? Marina è alla ricerca di autenticità, “La maschera sciolta in questo vapore” ( XIII,v.6); il recupero della dimensione affettiva ed erotica , l’amore per le piccole cose, una complessa semplicità interiore segnano insieme l’opera. Marina non vuole stare attraccata al porto; non vuole essere tassello numerato da incastrare nell’incavo di un puzzle. Preferisce essere “liquida statua d’acqua” .

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