Saturday, October 16, 2021

Poesia e poeti, parte sesta: Callimaco e i poeti Alessandrini

Di Marina Agostinacchio

Callimaco (310 a.C circa – Alessandria d’Egitto, 235 a.C circa), poeta e filologo greco antico d’età ellenistica, vissuto dopo Aristotele, è immerso in una tradizione poetica non più fatta soltanto di conoscenze tecniche, relative al genere poetico, in quanto si rifà a una tradizione culturale, letteraria in cui il sapere dei libri costituisce l’essenza della saggezza degli antichi.

Dati questi presupposti, qual è dunque ora il compito del poeta? Quello di innovare. E questo implica che il termine poiein (l’arte e la tecnica di esprimere in versi esperienze, idee, emozioni, fantasie…) assuma una precisa connotazione valoriale: diventi per il poeta un preciso compito da cui non può sottrarsi.

Assistiamo pertanto nel periodo alessandrino (periodo che va all’incirca dopo le imprese di Alessandro Magno, cioè dal 334 a.C. , fino alla nascita dell’Impero Romano – con la morte di Cleopatra e con l’annessione dell’ultimo regno ellenistico, il Regno tolemaico d’Egitto, nel 30 a.C. –  con Ottaviano) un mutamento dei generi poetici tradizionali del mondo greco. Essi fedeli per secoli alle loro regole fondanti, legittimate socialmente, sono per gli alessandrini il riferimento costante per una organizzazione del patrimonio della poesia classica.

Il letterato, anche poeta, incomincia ora a riflettere intorno alle regole costitutive dei diversi generi letterari; ma se un tempo le tecniche compositive erano Intimamente connesse al fare poetico, sentite come necessarie e pertanto sempre seguite, ora, pur nella presa d’atto del loro limite intrinseco per un atto creativo assolutamente libero, non costituiscono più alcuna doverosa adesione ad esse. La Poetica di Aristotele è quindi vista non solo come indagine dell’esperienza psicologica del singolo, ma anche come un insieme di norme che regolano la composizione poetica; gli effetti che essa suscita nel lettore sono considerati nella varietà dei meccanismi interni cui il poeta ricorre per il suo fine.

Tale precettistica viene considerata dagli alessandrini anche quando essi prendono in considerazioni opere classiche del passato; essi quindi intervengono da veri e propri filologi sui testi con correzioni, censure, riordinano tutto un materiale che perveniva spesso confuso e poco strutturato. Questo lavoro sia sulla teoria che sulla pratica della poesia è circoscritto soprattutto all’attività del bibliotecario. Nella biblioteca, infatti, vive un laboratorio di studio e intervento sulle classificazioni dei generi e dei sottogeneri. Ed è vicino alla biblioteca che   si forma “un compendio di grandi opere e importanti autori che si ritengono ‘ufficiali’, ‘originali’, di illustre valore artistico”. Ecco che la poesia prende a oggetto di riferimento se stessa, mentre il poeta riflette sulla propria attività e sulle proprie composizioni. Se in Pindaro la metafora è la protagonista di questa poetica, negli alessandrini è l’allegoria.

Tre sono i punti attorno a cui ruotano i brani poetici:

  • il poeta che riflette sulla sua e sull’arte altrui;
  • il lettore anch’egli doverosamente letterato, se non poeta;
  • l’autore antico, il modello, a volte esplicitato, richiamato per lo più, per allusione.

Oggetto di riferimento per comporre è l’imitazione, non più però rivelatrice del dio, come accadeva per il passato, né la realtà dell’esistenza che il poeta ha davanti a sé, ma la realtà degli antichi, fondamentale punto d’avvio di conoscenza per ogni apprendimento. Quindi in età ellenistica (alessandrina) la poesia è poesia di allusione, di citazione mascherata, reperibile all’orecchio esperto cui è dedicata, ed insieme è poesia antica nei suoi riferimenti teorici tali da costituire il vero e proprio modello cui guardare.

Per quanto riguarda invece l’elaborazione di dottrine specifiche e di descrizioni particolareggiate dell’arte della parola, il compito spetta ai retori. Veri e propri laboratori del gusto e dello stile letterario sono le scuole di retorica dove la produzione di opere è assai nutrita – pur se apprendiamo questo dato, in somma parte, da testimonianze indirette e talvolta ambigue e frammentate.

Tuttavia più che occuparsi di una nuova formulazione sull’essenza di poesia, della sua funzione sociale, sull’atto sociale fondativo su cui poggia l’attività del poeta, le scuole di retorica appaiono avere una preoccupazione fondamentale: vivono delle dispute che le differenziano.

Due sono le distinzioni categoriali, nettamente distinte, che emergono all’interno della produzione creativa: la prima è la distinzione tra contenuto -“poiesis”, l’azione del creare –  e forma- poiema- espressione metrico-ritmica.

Il poeta che si accinge a scegliere se vuole comporre più sul versante della poiesis che su quello del poiema, o che voglia privilegiare per il proprio componimento la forma sul contenuto, o che voglia combinare questi due vettori per l’elaborazione personale di un testo, seguendo le regole complesse che la filologia elabora di volta in volta, deve avere alle spalle una densa formazione letteraria.

La seconda categoria presa ora in esame riguarda la natura, o facoltà connaturata del poeta (physis, dynamis, ingenium) versus l’arte, la téchne, (nel senso di “perizia”, “saper fare”, “saper operare”).

La riflessione sull’arte è fortemente presente nel periodo alessandrino i cui adepti hanno dibattuto seguendo un filone irrazionalistico, se non intuizionistico. Distinguere tra natura ed arte appare imprescindibile anche da parte di chi è estraneo a entusiasmi istituzionalistici, per spiegare le disparità presenti nel mondo letterario. La natura, l’ingenium non è descritto né collocato all’interno di uno spazio sociale, e neppure gli viene attribuito un ruolo peculiare nella vita della collettività.

Conclusioni

Capiamo come la ricerca di un’arte sempre più raffinata ed erudita in cui importanza primaria assume la scelta di argomenti poco divulgati o del tutto nuovi abbia avuto per interpreti i poeti alessandrini. La nuova poesia pur mostrando interesse per temi realistici viene concepita in chiave puramente fantastica e letteraria.

Pertanto “La poesia è presentata come frutto di dottrina e di faticoso impegno a cui non si può avvicinare un uomo privo di cultura, rozzo e ignorante” Callimaco teorizza il superamento dei rigidi confini tra i diversi generi letterari; particolarmente significativo è che le dichiarazioni di poetica siano disseminate in àmbiti letterari diversi. Dal Giambo XIII, 30-33 “Chi disse (…) tu devi comporre pentametri, (cioè Elegia), tu esametri (cioè Epica), e tu dagli dei hai ottenuto di comporre tragedie? Nessuno, credo.

Callimaco, inoltre, “rifiuta categoricamente tutto ciò che nell’arte è comune e banale: teorizza la necessità di coltivare una poesia breve che sia elegante e raffinata, che non si limiti a percorrere itinerari facili e tradizionali, ma che si inoltri su cammini difficili e non battuti da altri. Callimaco e gli alessandrini sviluppano una poesia raffinata, erudita e allusiva, elitaria, che tende a ricercare la parola oscura e difficile, non composta per l’esecuzione pubblica, ma esercizio di cultura. Si ricerca l’essenzialità, la leggerezza, la brevità; si prediligono temi più intimi e personali”.

Desidero concludere questo ciclo di appuntamenti con gli appassionati di poesia, considerata dal punto di vista del pensiero greco antico, con alcuni scritti di Callimaco, come abbiamo visto, il massimo esponente del periodo alessandrino considerato. Egli ribadì più volte i concetti-base della sua poetica nelle sue opere; leggiamo, ad esempio, l’epigramma XXVIII: da cui emerge la visione elitaria dell’artista che si accinge a comporre.

ἐχθαίρω τὸ ποίημα τὸ κυκλικόν, οὐδὲ κελεύθωι

χαίρω τίς πολλοὺς ὧδε καὶ ὧδε φέρει,

μισέω καὶ περίφοιτον ἐρώμενον, οὐδ᾽ ἀπὸ κρήνης

πίνω· σικχαίνω πάντα τὰ δημόσια.

 

Odio il poema ciclico, né una strada

mi piace che molti porti qui e lì.

Non sopporto un amante vagabondo, né dalla pubblica fonte

bevo: schifo ogni bene comune

(Callim. epigr. XXVIII, tr. G.B. D’Alessio)

La metafora della κρήνη, la «fontana pubblica», (la pubblica fonte citata), richiama, per contrasto, un’altra immagine: quella della sorgente purissima, limpida e remota, che la massa non può contaminare:

 

105     ὁ Φθόνος Ἀπόλλωνος ἐπ᾽ οὔατα λάθριος εἶπεν

‘οὐκ ἄγαμαι τὸν ἀοιδὸν ὃς οὐδ᾽ ὅσα πόντος ἀείδει’.

τὸν Φθόνον ὡπόλλων ποδί τ᾽ ἤλασεν ὧδέ τ᾽ ἔειπεν·

‘Ἀσσυρίου ποταμοῖο μέγας ῥόος, ἀλλὰ τὰ πολλά

λύματα γῆς καὶ πολλὸν ἐφ᾽ ὕδατι συρφετὸν ἕλκει.

110     Δηοῖ δ᾽ οὐκ ἀπὸ παντὸς ὕδωρ φορέουσι μέλισσαι,

ἀλλ᾽ ἥτις καθαρή τε καὶ ἀχράαντος ἀνέρπει

πίδακος ἐξ ἱερῆς ὀλίγη λιβὰς ἄκρον ἄωτον’.

 

105     L’Invidia furtiva all’orecchio disse ad Apollo:

«Non apprezzo il poeta che non canta neanche quanto il mare».

Apollo l’Invidia col piede scacciò, e disse così:

«Grande è il flutto del mare d’Assiria, ma spesso

sozzure di terra e molto fango sull’acqua trascina.

110     Ma a Deò non da ogni dove recano acqua le api,

ma quella che pura e incontaminata zampilla

da sacra sorgiva, piccola stilla, è l’offerta migliore»

(Callim. hymn. II, 105-112, tr. G.B. D’Alessio)

 

“Ma l’atteggiamento polemico di Callimaco non riguardava solamente l’accurato labor limae formale, da lui ritenuto indispensabile e che non sarebbe stato possibile in scritti di vasta mole; l’erudizione e la novità dovevano risaltare con brillante evidenza nella scelta, oltre che nella trattazione dei contenuti. È questa la «fonte intatta», il «sentiero non calpestato da alcuno» a cui il poeta allude più volte, per sottolineare l’originalità delle sue composizioni”.

Diego Lanza, Trattato di estetica, a cura di  M.Dufrenne- D.Formaggio, Oscar Mondadori

https://studiahumanitatispaideia.wordpress.com/2019/08/20/callimaco-di-cirene/

ANTICA GRECIA Callimaco di Cirene di I. BIONDI, Callimaco, in Storia e antologia della letteratura greca. 3. L’Ellenismo e la tarda grecità, Messina-Firenze 2004, pp. 155-167.

http://www.liceoclassicodettori.edu.it/UserFiles/File/Utenti/fatimacarta/Appunti%20greco/Letteratura%20greca/La%20poesia%20ellenistica.pdf

  1. Carta. La Poetica alessandrina e Callimaco

Bibliografia utilizzata

      • AA.VV |Ellhnikaé, Torino 2006
      • L. Canfora, Storia della Letteratura greca, Roma-Bari 1989
      • G. Privitera-R. Pretagostini, Storia e forme della Letteratura greca, Milano 1997
      • L. Barbero, Civiltà della Grecia antica, Milano 1999
      • G. Rosati, Scrittori di Grecia, Milano 2004
      • AA.VV, Il ramo e l’alloro, Bologna 2004
Marina Agostinacchio
Nel 1998 e nel 2007, Marina Agostinacchio è tra i vincitori del concorso nazionale di poesia “Premio Rabelais”. Nel 2006 è tra i finalisti del Premio “Tra Secchia e Panaro”. Nel 2002 ha ottenuto il Premio internazionale Eugenio Montale per l’inedito. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesie Porticati, nel 2009 la raccolta Azzurro, il Melograno, nel 2012 Lo sguardo, la gioia, nel 2014 Tra ponte e selciato. Nel 2021, Martina Agostinacchio ha pubblicato il volume di poesie Trittico berlinese.

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