Saturday, October 16, 2021

Le pitture dei Misteri 2a parte

Di Marina Agostinacchio

Riprendiamo la nostra conversazione su Villa dei Misteri…
Quando visitai la Villa, giovane donna, mi posi delle domande su cosa sarei andata a conoscere in quelle due giornate di calda estate del 1998.
Ma cosa si intende per Misteri? Chiesi.
Mi fu detto che i Misteri, in greco “mysterion” (μυστήριον), poi, per il mondo romano,”mysterium” , sono culti di carattere esoterico le cui origini si possono riscontrare già ai tempi delle antiche iniziazioni primitive; essi permearono la cultura greca e mediorientale, si diffusero in tutto il mondo greco antico, ed ebbero poi sviluppo in età ellenistica e romana.
I culti misterici erano riti appannaggio di gruppi ristretti di persone. Il luogo destinato alla loro espressione erano i templi, somiglianti esteriormente a scuole, dove il sapere e l’agire erano un’unica cosa; niente però poteva essere rivelato circa la loro essenza, né intorno a come avvenivano. Tutto veniva custodito e insegnato da una ricercata accolita di maestri-sacerdoti.
I culti misterici più antichi (quelli dionisiaci di Dioniso-Zagreo ed eleusini di Demetra-Core) riguardano una forma di esperienza religiosa molto diffusa, di cui abbiamo scarsissime testimonianze.
Essi sono, in origine, dei culti iniziatici, noti solo ai partecipanti sotto il vincolo del segreto, e sembrano di derivazione agricola.
E qui le informazioni si facevano sempre più interessanti. Che stessi per divenire anch’io un’adepta di quel mondo esoterico?
Ma proseguiamo entrando progressivamente nel mondo del culto a Dioniso.
Di carattere mistico-sacrale, i Misteri presentano due momenti dello sviluppo religioso

  1. Quello iniziale

Esprimeva un atteggiamento concettuale popolare rispetto alla natura, attraverso riti sacro-magici, simboli sacri e cerimonie magiche, sacramenti e rituali di purificazione, sacrifici, abluzioni, digiuni o astinenze, banchetti devozionali; ciò veniva espresso con movimenti del corpo e suoni, danze simboliche, uso di maschere, atti licenziosi e grida.
Questo modo di rapportarsi alla natura era propiziatorio al raccolto dopo la germinazione. I riti, inoltre, erano tesi a rappresentare il ciclo della vita nella natura: vita-morte-rinascita. Attraverso la drammatizzazione simbolica e spirituale dell’alternanza ciclica delle stagioni e dei fenomeni naturali, attuata nei riti di iniziazione, i proseliti soddisfacevano al bisogno di comprensione e di raggiungimento della salvezza e del loro fine ultimo.

2. Momento

Dionisiaci di Dioniso Zagreo

Il passaggio da una forma interpretativa dell’atto misterico a un’altra avviene quando i riti di iniziazione, rivolti al risveglio della natura, indicano per naturale associazione il risveglio dell’anima dell’uomo. Tra i proseliti, infatti, alcuni, in sintonia col gruppo degli adepti, rivolsero lo sguardo interpretativo a una dimensione più elevata del significato dei Misteri, connotando questi di valore culturale e sacrale.
Ciò testimonia lo sviluppo del pensiero dei proseliti che vedevano nei misteri un’esperienza di vita investita di sacro, di visione straordinaria, di coscienza della sorte esclusiva cui ci si era votati attraverso quei riti.
Ma perché mai preoccuparsi della sorte dell’anima? Una tale attenzione ascetica, potremmo definirle così, nasce in concomitanza ad un’esigenza dell’uomo che, misurato in un contesto di progresso civile e culturale, si estranea progressivamente dalla sfera pubblica attraverso forme di individualismo dove il pensiero e la coscienza trovano una propria autonoma cittadinanza. E chi meglio delle piccole associazioni religiose, rimaste immutate nel rituale primitivo – ma svuotato del primo significato magico-agrario, evolute nella lingua del tempo e nella visione spirituale, poteva dare ricetto e soddisfazione a questi asceti?
La religione dello Stato non aveva queste preoccupazioni; “l’integrità e la prosperità di Roma erano la finalità dello Stato stesso e, a questo scopo, doveri civili e religiosi coincidevano: lo Stato si attribuiva il diritto di stabilire e specificare qual è il sacro e pertanto la religione romana è una religione civica, una religione che ha carattere pubblico e, di conseguenza, nella organizzazione istituzionale di Roma è presente anche un apparato religioso”.

Shiva Trimurti

Questo per dire che la religione costituiva il perno fondante per il mantenimento dello Stato; religione e politica convivevano e si identificavano secondo una visione utilitaristica dello stato stesso; la religione, in definitiva, era una manifestazione esteriore e collettiva di un culto pubblico, costitutiva di ogni religione istituzionalizzata.
L’aspetto privato della religione riguardava le divinità del focolare domestico (Lari, Penati, Vesta) e affiancava la religione pubblica con lo scopo di mantenere rapporti equilibrati tra la città e gli dèi, per avere costantemente la loro benevolenza.
I Romani chiamavano questo rapporto “pace con gli dèi” (pax deorum).
In un contesto del genere, per la salvezza della propria anima, si avverte in modo pregnante la ricerca di un rapporto più intimo con la divinità.  E il culto a Dioniso offriva questa possibilità.
I più antichi culti misterici, i dionisiaci, di Dioniso-Zagreo e quelli eleusini, di Demetra-Core, intrinseci di esperienza religiosa, erano diffusi, ma con pochissime testimonianze.

Vediamo ora cosa caratterizza i diversi culti convergenti nella concezione escatologica e soteriologica dll’uomo .

Demetra

IL CULTO DI PERSEFONE
Il culto a Demetra era antichissimo, risale al 1550 a.C. e si svolgeva nella città di Eleusi, cittadina vicino ad Atene. I riti in onore di Demetra, si celebravano ogni anno nel santuario di Demetra, dea della terra, e di sua figlia Persefone, sposa di Ade, erano segreti (la parola misteri fa riferimento proprio a tale segretezza). Questi riti avvenivano una volta all’anno, attraverso una grande processione, silenziosa; essi prendevano avvio nel cuore della notte da Atene per raggiungere Eleusi, lungo una via sacra. Si racconta che la cerimonia fosse caratterizzata da atteggiamenti smodati, fino a che il sacerdote, avvertito da un colpo di gong, non mostrava alcuni oggetti sacri…”E allora la statua di Persefone riemergeva dal suolo a testimonianza della vita dopo la morte”. Il più famoso dei riti religiosi segreti dell’antica Grecia, si riferisce a divinità ctonie (della Terra), riflettono esperienze ed idee di comunità agricole e pastorizie, legate ai ritmi ciclici della natura. Queste divinità della Terra corrispondono simbolicamente alle pratiche agrarie, propiziatorie alla rinascita della vegetazione dopo l’inverno.

Dioniso

Quando, nel VII sec. a.C., Eleusi fu aggregata allo Stato ateniese, i riti si estesero a tutta la Grecia antica e alle sue colonie.
Demetra, ad esempio, è la dea delle messi, ottiene, per mezzo di Zeus, che la figlia Persefone, rapita e sposata da Ade, possa risalire dal mondo degli Inferi, sulla terra, per due terzi dell’anno perché la stagione rifiorisca e dia frutto.
Dioniso, è il dio che promette l’immortalità, è “il nato due volte”, anche detto “il fanciullo della doppia porta” perché tenuto in gestazione per sei mesi dalla mortale Semele, poi, altri tre mesi nella coscia del padre Zeus.

Satiro

Fu poi trasformato in capretto dallo stesso Zeus che così voleva proteggerlo, rendendolo irriconoscibile agli occhi della vendicativa Era, artefice dell’inganno che aveva portato Semele ad essere fulminata da Zeus.
Questo momento del culto, come dicevamo, si carica di ulteriore significato; esso è legato — con il nascere, il morire e il rinascere di ogni cosa nella natura — al nascere, al morire e al rinascere degli individui.

 

IL CULTO DI DIONISO
I riti a Dioniso -che rappresenta il mito della “resurrezione del Dio ucciso – il dio del vino, dell’oscuro e dell’irrazionale (presso i romani è riconosciuto nel nome di Bacco) – sono caratterizzati dalle orge che letteralmente significano ‘azione sacra’. Avvenivano lontani dalle mura cittadine; tra gli adepti le donne, (chiamate menadi cioè ‘pazze’), costituivano la maggioranza. Lo stato di trance, in cui cadevano, dava loro la sensazione di essere possedute da una indecifrabile energia oltre che dal dio stesso.
In che senso Dioniso rappresenta la “resurrezione del Dio ucciso”?
Bisogna sapere che Dioniso sarebbe nato da Zeus e dalla mortale Semele a cui si unì dopo aver mangiato il cuore di Zagreo (figlio che Ade, sotto forma di serpente, ebbe dalla moglie Persefone). Il cuore fu portato a Zeus da Atena ancora palpitante.

Zagreo

Ma come mai Zagreo muore? Zeus aveva deciso di nominare Zagreo suo successore nel dominio del mondo. Ma la moglie Era si adirò e si rivolse ai Titani perché uccidessero il piccolo.  Questi così lo fecero a pezzi e divorarono le sue carni. Le parti rimanenti del corpo di Zagreo furono raccolte da Apollo, che le seppellì sul monte Parnaso.
La stessa sorte di Zagreo subì Dioniso; questi infatti fu vittima della gelosa di Era che, non sopportando il tradimento del marito, commissionò ai Titani l’uccisione del piccolo.
Zeus inghiottì il cuore di Dioniso, che era stato preservato dall’amore compassionevole di Atena, la quale salvò il cuore del piccolo ancora palpitante e lo pose in un cofanetto, mentre le ossa e il cranio furono sepolte a Delfi. Zeus così rigenerò Zagrèus, che prese il nome di Iacco (Iakchos) o Bacco.
Anche da questo evento, a Dioniso fu attribuito il titolo di “nato due volte”. Nel culto di Dioniso, dio delle plebi rurali, il rito orgiastico delle baccanti fu poi sublimato nell’orfismo.

IL CULTO DI ORFEO
Orfeo, secondo una delle versioni circa la sua fine, vedendo Euridice ritornare nel mondo dei morti, poiché egli stesso si era voltato indietro, trasgredendo così la condizione posta da Ade, si disperò; sapeva che non l’avrebbe vista più. Decise allora di non desiderare più nessuna donna dopo di lei. Un gruppo di Baccanti ubriache, lo invitò, in seguito, a partecipare a un’orgia dionisiaca. Ma Orfeo voleva tenere fede a quanto detto e rifiutò l’invito. Le Baccanti, infuriate, lo uccisero, lo fecero a pezzi e gettarono la sua testa nel fiume Evros, insieme alla sua lira. Orfeo veniva sentito come “il più vicino all’anima del popolo per la sua vita fatta di emozioni profonde”.
Orfeo, infatti, è il cantore del mito, conosciuto dal popolo per sapere ammansire gli animali feroci e per fare spostare gli esseri inanimati. Il mito di Orfeo diede avvio (nella Grecia del VI secolo a.C.) a un culto segreto -detto orfismo – che si espanse in diversi ambienti della società greca arcaica, in parallelo alla religione ufficiale. Gli adepti, dopo avere superato prove iniziatiche, si trovavano in piccoli gruppi, sostenuti da una fede escatologica che prometteva la vita dell’anima dopo la morte e il raggiungimento di un luogo chiamato “mondo dei beati”. L’orfismo prometteva ai suoi aderenti – “gli spiriti migliori” – il sacro rifugio, conforto nel presente, libertà nel futuro. In un’epoca, connotata da un regime di oppressione e di violenza, il movimento orfico costituiva un anelito alla liberazione

Il Titano Typhon combatte con Zeus

“Gli orfici credevano nella metempsicosi e pertanto rifiutavano qualsiasi forma di violenza, conducevano una vita austera ed erano strettamente vegetariani”. (Poiché le dottrine orfiche indicavano una “vita pura”, una delle regole del movimento era l’astinenza dalle uccisioni; da ciò derivava il rifiuto del culto sacrificale, comportando ciò, pertanto, un’alimentazione a base di vegetali). L’orfismo rappresentò il lato mistico della religiosità greca che ufficialmente praticava un culto rivolto alle divinità principali, rivelando di sé un aspetto esteriore (politico, pubblico e cittadino) differente da quello più intimo di chi rivolgeva il proprio credo a Orfeo.

Ma cosa collega Orfeo a Dioniso, il culto orfico a quello dionisiaco?

L’orfismo risponde sia alla necessità di fare proprie le credenze sull’ indiamento col dio, (dell’esperienza dionisiaca), sia dal bisogno di dover prolungare quelle pratiche di “purezza”, caratterizzanti i Misteri eleusini, volte ad ottenere l’accesso ad una vita ultraterrena felice. Secondo l’orfismo, infatti, l’umanità ha in sé una natura malvagia (riconducibile ai Titani) e una divina divina (riconducibile a Zagreo, figlio di Persefone e Zeus). L’elaborazione orfica in chiave escatologica e soteriologica trova nella purificazione e nelle pratiche rituali il mezzo attraverso cui l’anima può ricongiungersi con il divino.
Inoltre, l’orfismo pone al centro del suo credo anche la il problema dell’immortalità dell’anima. Qui ora vogliamo riferirci al Mito a proposito del fatto che l’anima è “caduta” a causa della colpa originaria dei Titani (dalla cui combustione da parte di Zeus nascono gli uomini) che hanno divorato Dioniso nella sua prima incarnazione. Proprio in riferimento a tale memoria, la religione orfica si pone come promessa di immortalità e di termine della continua rinascita in stati di sofferenza.

Orfeo

Torniamo ora ai Misteri.

Come ci si preparava a questi riti?
Ogni individuo che voleva aderire al culto misterico doveva presentarsi al rito in uno stato di purità; ciò significa che doveva compiere dei veri e propri attraversamenti. Nello specifico essi consistevano in:

  • Esorcismi, abluzione, purgazioni varie, con acqua, fuoco, zolfo, ventilazione (definite purificazione negativa, in quanto queste forme depurative detergono dagli elementi impuri, appunto considerati negativi)
  • Astensioni sessuali che macchiano e indeboliscono l’individuo, mentre l’astinenza lo rafforza, penitenze, mortificazioni, digiuni, astinenze da cibi (definite purificazione positiva poiché viene perseguita una pratica di vita migliorativa). I cibi, infatti, appesantendo il corpo, possono togliere forza allo spirito ed essere un ostacolo alle visioni (allucinazioni) importanti perché tramite alla rivelazione.
  • Danze, formule invocazioni sacre che permettono di ricevere la manifestazione del dio e fare parte del suo sacro seguito, essendo ormai l’individuo purgato.

Quando avviene l’iniziazione vera e propria?

Dopo un’istruzione preliminare, attraverso un rito che realizza l’unione mistica dell’iniziando col dio del mistero, avviene l’iniziazione vera e propria.
A seconda della qualità del rito, l’unione può essere intesa come un rapporto di figliolanza, (Eleusi, Sabazio), di connubio (Attis), di amicizia (Mithra).
L’iniziazione comprende la Rivelazione, il compimento di un rito sacro, non comunicabile ai profani. L’iniziazione avveniva attraverso fasi (non uguali per tutti i Misteri), rivelanti l’idea di rinnovamento dell’essere. Ad esempio, c’era il toccamento di oggetti sacri, la recitazione di formule dimostranti il completamento del rito; l’entusiasmo (indiamento), cui si perveniva attraverso la danza, simbolo di forza capace di attirare con rumori assordanti in grado di estraniare l’individuo dal mondo circostante e facendolo sentire come posseduto dal dio (Saboi,Balchoi!Attis!); il pasto sacro che preso in comune esprime il vincolo sociale che affratella gli adepti.

In cosa consisteva il pasto sacro?

L’ingestione di un animale sacrificato permetteva di assimilare le forze sacrali racchiuse nello stesso. In alcuni Misteri, tale mezzo che esprimeva l’unione col dio significava il rinnovamento della vita, (Misteri di Attis). In altri esprime il convito atto a sottoscrivere sia l’unione degli adepti tra loro, sia l’unione con la divinità protettrice (Misteri di Mithra).
Come abbiamo visto, l’unione al dio permetteva di accedere alla Salvezza:
liberazione dai mali fisici, salvezza dello spirito, certezza di raggiungere l’immortalità, la beatitudine a somiglianza del dio.
Ma tale salvezza sfumerà in gradazione a seconda della capacità morale di assimilazione dell’adepto.
L’uomo rude sentirà di aver raggiunto un alto grado spirituale del Mistero nel pieno godimento dei grossolani riti orgiastici di cui avverte pervasi i sensi. Esso, attraverso uno stato di ebrezza volgare e l’abbandono totale di sé, otterrà l’unione al dio; il superstizioso attribuirà al rituale misterico un valore sacro-magico e ciò gli rivelerà il raggiungimento della Salvezza; il filosofo coglierà nei Miti e nei riti misterici le verità conformi al suo spirito speculativo (atto all’indagine filosofica); il mistico sentirà l’unione alla divinità attraverso il rito.

Alla prossima!

Marina Agostinacchio
Nel 1998 e nel 2007, Marina Agostinacchio è tra i vincitori del concorso nazionale di poesia “Premio Rabelais”. Nel 2006 è tra i finalisti del Premio “Tra Secchia e Panaro”. Nel 2002 ha ottenuto il Premio internazionale Eugenio Montale per l’inedito. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesie Porticati, nel 2009 la raccolta Azzurro, il Melograno, nel 2012 Lo sguardo, la gioia, nel 2014 Tra ponte e selciato. Nel 2021, Martina Agostinacchio ha pubblicato il volume di poesie Trittico berlinese.

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