Thursday, April 22, 2021

Vivere il Jazz. Intervista esclusiva con il pianista e compositore Arrigo Cappelletti.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

Nasce a Brunate (Como) il 12.2.49. Dopo una laurea in Filosofia e aver insegnato alcuni anni nei Licei, si è dedicato al jazz realizzando finora vetisei dischi a suo nome di cui almeno quattro (Samadhi, Reflections, Pianure e Terras do risco) hanno avuto importanza nella definizione di una via italiana al jazz fatta di lirismo, introspezione e collegamenti con altri universi musicali. Ha collaborato con molti artisti del jazz e del fado,  con la cantante Mia Martini e con l’orchestra nazionale di jazz di Giorgio Gaslini. Nel 1988 la rivista americana Cadence ha inserito il suo disco “Reflections” tra i dieci migliori dischi dell’anno.

Molto attivo anche come scrittore e saggista, ha pubblicato i volumi  “Il profumo del jazz” (1996),  “Paul Bley, la logica del caso” (2004),  “Paul Bley. The Logic of Chance (2010), “La filosofia di Thelonius Monk” (2014) e “Le avventure di un jazzista filosofo” (2016).

L’Idea Magazine: Il tuo omonimo nonno fu un compositore conosciuto e rispettato. Tu hai curato la stesura di un libro a titolo “Arrigo Cappelletti musicista comasco 1877-1946”, che raccoglie gli atti della giornata di studio tenutasi a Como il 16 gennaio 2010. Che sensazione ti ha fatto quando hai iniziato nel campo della musica di avere un parente con il tuo stesso nome e con una fama rispettabile? In che modo può avere influenzato le tue decisioni musicali?
Arrigo Cappelletti: Mio nonno, che non ho mai conosciuto, è una figura fondamentale della mia infanzia perché mio padre architetto me ne parlava sempre e quando ho cominciato a suonare il piano mi induceva a suonare le sue composizioni o mi portava all’opera e ai concerti sperando  che io pure diventassi musicista . Ho quindi vissuto buona parte dell’infanzia e dell’adolescenza in un ambiente dominato dalla figura del nonno, prendendo (poche) lezioni di pianoforte e rovistando nei numerosissimi suoi spartiti rimasti in casa, ma non sono mai stato disposto ad accettare la fatica e i severi studi necessari a seguire la sua strada. Per me che volevo cambiare il mondo e avevo un temperamento ribelle, fare il pianista di professione o studiare composizione classica risultava ripetitivo e noioso, e comunque non abbastanza radicale. Alla fine del liceo ho così preferito iscrivermi alla facoltà di filosofia e intraprendere la carriera di insegnante nei licei. Non potevo prevedere che da lì a poco sarebbe esplosa la passione per il jazz, musica che nessuno  mi aveva fatto ascoltare ma che subito mi è apparsa come la più vicina alla mia indole libera e anarchica. All’inizio mio padre, che voleva fare di me un musicista classico e in più non amava la filosofia, non c’è rimasto bene. Il jazz non gli sembrava rispettare abbastanza i codici della musica colta. Solo verso la fine della vita si è convinto. Per quanto riguarda il nonno, una volta conseguita una certa consapevolezza e sicurezza in me stesso, mi sono liberato dei complessi e ho incominciato a guardare con crescente curiosità e interesse alla sua figura, soprattutto come compositore. Mi sembrava un bel modo per indagare nelle mie radici profonde. Da lì ha preso le mosse l’idea di dedicarmi a una rivalutazione della sua opera, organizzando pubblicazioni, esecuzioni e convegni di studio, spesso mettendomi in gioco in prima persona come esecutore, come è avvenuto per il trio  per pianoforte, violino e violoncello o per l’elegia per mandolino e pianoforte. E l’amore per mio padre ha di certo giocato il suo ruolo.

L’Idea Magazine: Nel 1986 uscì il tuo CD a titolo Samadhi. Parlacene un po’, di quello che rappresenta per te e per il jazz italiano e di che cosa volevi ottenere.
Arrigo Cappelletti: Samadhi non è stato il mio primo disco (ne avevo già realizzati due in trio) ma, essendo il frutto della mia prima collaborazione importante, quella col sassofonista pugliese Roberto Ottaviano, è stato probabilmente il primo a darmi la consapevolezza di poter svolgere un ruolo di rilievo nell’ambito del jazz italiano. Con Roberto ci ispiravamo al quartetto di Miroslav Vitous (quello con John Surman, Kenny Kirkland e Jon Christensen) avendo in mente atmosfere liriche, struggenti, rarefatte di vaga impronta nordica.
È con quel disco che ho preso coscienza per la prima volta dell’importanza per il mio jazz della componente melodica e del piacere che mi dava scrivere temi piuttosto elaborati e complessi armonicamente.

L’Idea Magazine: Seguisti nel 1987 con Reflections, altro importante passo sia per te sia per il Jazz italiano. Difatti, nel 1988 la rivista americana Cadence lo ha ha inserito tra i dieci migliori dischi dell’anno
Arrigo Cappelletti: Reflections è stato il primo disco in cui ho potuto esprimere per intero il mio amore per Paul Bley, pianista da me scoperto all’inizio degli anni ’80. Il modo in cui Paul Bley si avvicinava agli standards, lirico e sghembo, mi affascinava almeno quanto le sue improvvisazioni  libere, profonde, imprevedibili. Mi piaceva l’idea, instillatami da Paul Bley, di un pianismo libero e innovativo con i piedi ben piantati nella tradizione. E questa idea di ‘gettare ponti’, di realizzare il collegamento fra tradizioni e generi musicali lontani o addirittura opposti è sempre stata una costante della mia musica.

L’Idea Magazine: Altro CD punto di riferimento è Pianure del 1990. Che cosa lo distingue dai precedenti?
Arrigo Cappelletti: Come i dischi precedenti sono stati il risultato di una ‘cotta’, per Paul Bley e parzialmente per Keith Jarrett, anche questo è stato il frutto di una ‘cotta’: questa volta per Astor Piazzolla. Il tango argentino l’avevo già scoperto da qualche anno, al punto da intitolare “Tango” uno dei brani di Samadhi. Ma era un tango in 7/4 e aveva ben poco a che fare con Piazzolla. Con Pianure invece ho cercato di trasferire in ambito jazzistico le atmosfere del quintetto “Nuevo Tango” di Piazzolla, scrivendo brani pensati apposta per il suo bandoneon. Sfortunatamente non esistevano allora bandoneonisti in Italia e il mio tentativo di affidare la mia musica allo stesso Astor Piazzolla fallì a causa dell’ictus che l’avrebbe portato poi alla morte, nonostante egli  avesse ascoltato le mie composizioni  e dichiarato la sua disponibilità. Successivamente ho incontrato a Parigi un altro bandoneonista, Olivier Manoury, con il quale ho portato avanti diversi progetti sempre ispirati al tango jazz. All’epoca di Pianure invece mi sono affidato al fisarmonicista Gianni Coscia, che si è adattato benissimo alla mia musica ma ha finito col darle una coloritura più sottilmente malinconica che drammatica. Con lui e la cantante Gioconda Cilio ho realizzato una lunga collaborazione che è sfociata in ben due cd  di songs  da me scritte su testi di poeti del ‘900 e nel mio primo concerto in Portogallo durante l’Expo ’98 a Lisbona.

L’Idea Magazine: Che cosa ti ha spinto a vivere in Portogallo?
Arrigo Cappelletti: Il fattore scatenante è stato l’invito a partecipare ad Expo ’98 a Lisbona in rappresentanza dell’Italia ma già da qualche mese avevo incominciato a prendere confidenza con la lingua e la cultura portoghese tramite una amica italo-portoghese residente a Milano.
È allora, mentre provavo a trasferirmi da Milano nella vecchia casa di famiglia a Bormio in Valtellina, che ho scritto le mie prime canzoni su testi di poeti portoghesi e in particolare di Fernando Pessoa. Quando mi fu comunicato l’invito a suonare a Lisbona mi sembrò davvero un segno del destino e decisi di andare in Portogallo un mese prima del concerto per trovare una cantante adatta a interpretare le mie canzoni accanto a me e al fido Gianni Coscia alla fisarmonica. Da allora sono tornato molte volte in Portogallo, approfittando dell’ospitalità di una cara amica, ma non ci ho mai vissuto per lunghi periodi.

L’Idea Magazine: Che cosa ti ha portato alla registrazione di Terras Do Risco? Perchè tu lo ritieni uno dei punti cardinali della tua produzione musicale?
Arrigo Cappelletti: Ad Expo ’98 con me e Coscia si esibì una giovane cantante portoghese, Barbara Lagido. Ma per il progetto discografico che subito dopo incominciai a coltivare mi occorrevano musicisti più esperti e che provenissero dal mondo del fado, dato che l’idea era di fondere il jazz con i colori e le atmosfere del fado. Il cantante e chitarrista Jorge Fernando, che la mia amica portoghese gentilmente mi fece conoscere,  me li offrì su un piatto d’argento presentandomi due autentiche ‘star’ del fado, la cantante Alexandra e il chitarrista Custodio Castelo, grande specialista di chitarra portoghese (quella che in Portogallo si chiama “guitarra”). Il gruppo si completò con un giovane italiano, Daniele Di Bonaventura al bandoneon, quasi a trasferire la mia vecchia passione per questo strumento dal tango argentino all’ambito portoghese. Così registrammo a Lisbona Terras do risco, un titolo ispirato al romanzo di una scrittrice portoghese, Agustina Bessa Luis, inteso a sottolineare il carattere di rischio e di avventura rappresentato da questa inedita fusione fra jazz e fado mai tentata fino ad allora e portata avanti per di più in trasferta, con tutti i problemi e le difficoltà che questo comportava. Un’avventura musicale senz’altro riuscita ma che poteva avere ben altro successo sul piano commerciale se l’etichetta che stampò il disco in edizione lussuosa, come audio-book, l’italiana Amiata records, ne avesse curato maggiormente la promozione e la distribuzione. Uno dei tanti rimpianti della mia vita musicale.

L’Idea Magazine: E per quale ragione sei stato in Russia?
Arrigo Cappelletti: Come per il Portogallo il mio interesse per la Russia è stato all’inizio artistico-culturale. In famiglia era quasi un obbligo leggere i romanzi russi e si ascoltava un sacco di musica russa, soprattutto Mussorgsky, Scriabin, Shostakovitch. Poi, in un momento particolarmente effervescente e dinamico della mia vita, ho deciso di passare una breve vacanza a Pietroburgo e in quell’occasione ho conosciuto la mia futura seconda moglie Anna. Da quel momento ho iniziato una serie di brevi visite a Pietroburgo, nel corso delle quali sono entrato in contatto con l’ambiente musicale della città e ho suonato spesso come solista e come accompagnatore della cantante e performer Polina Runovskaya. Prima di iniziare a insegnare nei conservatori, ho addirittura pensato di trasferirmi là ma le difficoltà della vita musicale in Russia e la passione di Anna per l’Italia mi hanno convinto a rinunciare. In seguito a questa esperienza ho scritto canzoni direttamente su testi di poeti russi del 900, affidandole prima a Polina Runovskaya e poi a una cantante italiana che conosce il russo, Nicoletta Petrus, e credo di essere uno dei pochissimi compositori italiani ad averlo fatto se non l’unico. Queste canzoni sono uscite quest’anno, insieme ad altre portoghesi cantate da Maria Anadon, nell’album “Different Shades of Melancholy” per l’etichetta italo-giapponese di Edmondo Filippini Da Vinci Classics.

L’Idea Magazine: Il tuo percorso musicale è lungo e ben variato, pur essendoti attenuto alla musica jazz. Quando fu che tu decidesti di fonderci il tango nelle tue composizioni?
Arrigo Cappelletti: Nonostante mi affascinasse, non ho mai praticato davvero il tango tradizionale e quando ho tentato di farlo sono stato accusato di non suonare in modo conforme al codice. Il fatto stesso che per me il tango si sia sempre identificato con Astor Piazzolla conferma questa mia relativa estraneità. Piazzolla non è mai stato visto in Argentina come un vero rappresentante del tango e la sua musica è ancora oggi considerata nel suo paese un ibrido di tango e avanguardia  che non incarna l’intima essenza del tango. Più ancora che per Piazzolla per me il tango non è mai stato  una ‘maniera’ ma piuttosto un’mood’, un’atmosfera il cui simbolo è il bandoneon, uno strumento che mi ha affascinato fin dall’inizio per la sua sottile, perentoria drammaticità. Quando con gli anni la passione per il tango  si è attenuata, questo è rimasto  come una sorta di retro-gusto, di fondo segreto della mia musica. Ancora oggi mi stupisco di come una certa iper-espressività drammatica, alcuni passaggi melodici, la tendenza a pensare ‘in battere’, caratteristici della mia musica, debbano più ad Astor Piazzolla  che al codice be-bop.

L’Idea Magazine: Che cosa ti ha spinto a comporre veri e propri fado? Secondo te, che cosa hanno apportato le tue composizioni di fado a quelle tradizionali.
Arrigo Cappelletti: Per il fado vale lo stesso discorso fatto per il tango. Il fado è musica basata su giri armonici estremamente semplici, a volte niente più che una marcetta in 2/4. Ma i melismi arabeggianti della voce e le sonorità evocative della chitarra portoghese, uniti alla drammaticità di contenuti quasi sempre legati al tema dell’emigrazione, ne fanno la musica più adatta a esprimere il sentimento tipicamente portoghese della ‘saudade’. Il mio progetto era di conservare questo carattere di ‘musica della saudade’ grazie alla presenza della chitarra portoghese e a voci autenticamente fadistiche ma all’interno di composizioni melodicamente e armonicamente complesse e a testi importanti come quelli di Pessoa. La componente jazzistica era assicurata dagli spazi improvvisativi lasciati a ciascuno strumento e dal dialogo costante fra di loro.

L’Idea Magazine: Questo tuo stile di mischiare sonorità tradizionali (tango, fado) con il jazz è una cosa nuova o esistevano già dei precedenti? Che cosa ti stinola di più in queste esperimentazioni musicali?
Arrigo Cappelletti: Il jazz ha dimostrato nel corso della sua storia di essere musica onnivora, in grado di metabolizzare i più diversi generi e le più imprevedibili tradizioni musicali. Non posso escludere che tentativi analoghi ai miei siano stati compiuti, ma per quanto riguarda il tango gli unici gruppi ai quali nel ’90 facevo riferimento erano il trio del bandoneonista Juan José Mosalini (basato su musica quasi interamente scritta) e il quintetto di Enrico Rava con Dino Saluzzi al bandoneon nel disco “Volver”, che però riecheggia uno schema tipicamente jazzistico. Per quanto riguarda la commistione fra jazz e fado avevo in mente un cd di Maria Joao e Mario Laginha con ospiti come Dino Saluzzi, Raph Towner e Trilok Gurtu intitolato “Fàbula” dove però i riferimenti sono più la musica brasiliana, indiana e il folklore argentino che il tradizionale fado portoghese. Gli ultimi 20 anni hanno assistito a una vera e propria mondializzazione del jazz, con un sacco di esperimenti di commistione fra jazz e musiche del mondo. Alcuni di questi esperimenti sono stati spuri e scarsamente sinceri, altri frutto di passione autentica. Ho la pretesa di ritenere che i miei rientrino in questa seconda categoria.

L’Idea Magazine:  Suppongo che “Spiritual and Christmas Songs” si stacchi dalla tua produzione jazzistica…
Arrigo Cappelletti: È un progetto che mi è stato commissionato da Eurarte per il Natale 2001. In quell’occasione Ennio Cominetti mi fece conoscere una serie di canti popolari natalizi appartenenti alla tradizione anglosassone. A questi, per completare il progetto, ho aggiunto alcuni famosi Spirituals. È un cd di inni a carattere religioso in cui è facile riscontrare la mia vecchia passione per il pianista sudafricano Abdullah Ibrahim con le sue solenni ed estatiche meditazioni per piano solo.

Trio Arrigo Cappelletti: il pianista con John Hebert e Jeff Hirschfield

L’Idea Magazine: Una delle tue visite negli USA ha portato alla registrazione di “Arrigo Cappelletti Trio in New York”. Come fu deciso questo rapporto tra te, John Hebert e Jeff Hirschfield?
Arrigo Cappelletti: Fino al 2005 non ero mai stato a New York. Sognavo da anni di andarci e di registrarvi un disco. È incredibile quello che rappresenta per un jazzista NY e desideravo scoprire quali stimoli ed emozioni mi avrebbe dato registrare un disco nella autentica capitale del jazz. L’occasione mi è stata offerta da Alessio Brocca della Music Center che, dopo anni di amicizia e collaborazione (Alessio noleggia pianoforti per concerti), decise di finanziarmi viaggio e registrazione. I collaboratori li avevo già scelti: John Hebert al contrabbasso e Jeff Hirshfield alla batteria, due grandi dell’avanguardia newyorchese che avevo già avuto modo di ascoltare in Italia con il trio di Frank Kimbrough. E per lo studio seguii il consiglio di un critico jazz italiano residente a NY, Luigi Santosuosso, che mi suggerì lo studio di John Kilgore sulla 9th Avenue.

La registrazione ha dato luogo a ben 2 cd, “Trio Arrigo Cappelletti in NY”, pubblicato subito nel 2005 per la Music Center, e “In a Lyrical Mood”, con gli “scarti” della prima registrazione, pubblicato 5 anni dopo nel 2010 dalla Philology di Paolo Piangiarelli, due cd molto diversi, più sperimentale e con brani prevalentemente di mia composizione il primo, più classicamente jazzistico il secondo. A distanza di anni sono molto soddisfatto del risultato e noto che il fatto di registrare a NY ha reso il mio jazz meno ‘europeo’ e più il linea con il contesto nord-americano.

L’Idea Magazine: Tu ammiri molto Paul Bley, al punto di aver scritto un libro su di lui. Che cosa ti ha colpito di più in lui?
Arrigo Cappelletti: Paul Bley è per me un Maestro e un secondo padre. Senza di lui probabilmente non avrei fatto il musicista di jazz. Difficile dire in poche parole cosa mi ha più colpito in lui. Ma forse è la unità di opposti rappresentata dalla sua musica, capace di unire tonalità e atonalità, lirismo e sprezzatura, forma e libera esplorazione. Su di lui ho scritto un libro che è stato l’appassionata occasione per fare i conti con la mia propria poetica e che, tradotto e pubblicato in inglese dalla casa editrice canadese Vehicule Press, è forse il primo libro di un italiano sul jazz tradotto in inglese.

L’Idea Magazine: Potresti spiegare ai nostri lettori che non sono esperti di Jazz come mai hai scelto le composizioni di Thelonius Monk per un tuo CD, lo hai registrato da pianista solista ed addirittura hai composto alcuni brani ispirati a lui?
Arrigo Cappelletti: Anche il progetto su Monk è nato da un invito, quello della Open Reel dell’amico Marco Taio, chitarrista e ingegnere del suono specializzato in registrazioni analogiche, a registrare su nastro analogico musiche di Thelonious Monk o a lui ispirate. Questo perché Marco aveva già a disposizione una registrazione su nastro di Monk dal vivo effettuata al Teatro Lirico di Milano. Monk è, insieme a Lennie Tristano, Andrew Hill, Abdullah Ibrahim e naturalmente Paul Bley, uno di quei pianisti austeri, sghembi, anti-convenzionali cui ho sempre guardato con interesse nel corso della mia vita. Dedicare un disco doppio a lui mi ha fatto dunque un immenso piacere. Casualmente l’anno dopo sono stato invitato a scrivere, insieme con un mio studente del conservatorio che aveva scritto una tesi su Monk, Giacomo Franzoso, un libro su Monk per la collana di Musica contemporanea dell’editore Mimesis, “La filosofia di Monk”, e questo, insieme con la registrazione appena realizzata, mi ha reso un vero specialista della musica di Monk.

L’Idea Magazine: Potresti parlare un poco del tuo libro Il Profumo del Jazz?
Arrigo Cappelletti: “Il profumo del jazz” è il primo libro da me scritto. Fui invitato a scriverlo da mio cugino Massimo Bonfantini, filosofo e direttore di una collana di manualetti e pamphlets irriverenti e polemici sui problemi della comunicazione per l’editrice ESI di Napoli. È un libretto a metà fra il didattico e l’autobiografico, che vorrebbe rappresentare una sorta di invito al jazz per chi non conosce questa musica o ne ignora il “profumo”, l’intima essenza. Oggi, dopo 25 anni e diversi libri scritti sull’argomento, mi appare pieno di vitalità ed entusiasmo, ma ingenuo e decisamente ‘datato’. Quando Luca Cerchiari, direttore della collana di Musica contemporanea, mi ha perciò proposto di riscriverlo, dandone una versione ampliata e aggiornata, ho accettato con entusiasmo. Il libro, in questa nuova versione e con lo stesso titolo, uscirà nei prossimi mesi per Mimesis.

L’Idea Magazine: Quando suoni dei classici in versione Jazz (Vivaldi, Mozart), qual è lo scopo di queste interpretazioni?
Arrigo Cappelletti: Bisognerebbe forse cercare una spiegazione psicoanalitica per questa mia tendenza a confrontarmi con compositori classici: un omaggio a mio padre, che sicuramente ne sarebbe stato contento, e indirettamente al mio nonno omonimo.

L’Idea Magazine: Esiste una differenza tangibile tra Arrigo Cappelletti parte di un trio o di un quartetto e l’altro Arrigo Cappelletti, quello che compone musiche per video, fonde il tango con il Jazz e compone canzoni fado?
Arrigo Cappelletti: Quando suono in una formazione tipicamente jazzistica come il trio e dove l’improvvisazione e l’interplay  hanno un ruolo predominante, mi sento, per così dire, “ a casa”. Con i piedi ben piantati nella tradizione. So a quali modelli guardare e questo mi rassicura. Dato che si tratta di musica quasi completamente improvvisata questo può sembrare paradossale. Ma in fondo l’improvvisazione jazz è sempre improvvisazione secondo un codice, sia pure un codice aperto. Quando invece scrivo composizioni ispirate ad altre musiche, a immagini, a testi poetici quel senso di sicurezza paradossalmente scompare. Sento di non avere terreno solido sotto i piedi e ho la sensazione di muovermi in terre incognite. Questo dà una certa eccitazione, quella che deve provare un esploratore che muove i suoi passi in terre sconosciute, ma rischia di essere destabilizzante.

L’Idea Magazine: Tu hai insegnato sia filosofia al liceo sia Jazz al conservatorio. Quali sono le differenze sostanziali tra le due materie nel rapporto con gli studenti?
Arrigo Cappelletti: Non potendo vivere di solo jazz, nella mia vita ho sempre insegnato, prima filosofia, poi jazz in scuole private e in conservatori statali, da ultimo per 13 anni in quello di Venezia. So che molti colleghi jazzisti vivono l’insegnamento come una seconda scelta. Per me non è così. L’insegnamento mi ha dato moltissimo non solo sul piano umano per il rapporto che sono riuscito a creare con molti studenti ma perché mi ha aiutato ad acquisire consapevolezza di me stesso e della mia musica. Certo insegnare filosofia e insegnare jazz (che poi significa molte cose: non solo Tecnica strumentale ma Armonia, Composizione, Tecniche dell’improvvisazione, Musica d’insieme etc…) è molto differente. Nel primo caso si tratta di un insegnamento prevalentemente teorico, nel secondo la parte teorica non può essere isolata dalla prassi strumentale. Nessuna nozione teorica ha validità in sé, salvo per alcune regole generali di strategia, ma è valida se funziona, se aiuta a suonare meglio. A volte la prassi strumentale arriva al punto di contraddire e mettere in crisi regole precedentemente indicate dall’insegnante come valide. Questa disponibilità a rivedere le proprie certezze, i propri dogmi caratterizza l’insegnamento del jazz e potrebbe essere utile anche per altre discipline (filosofia compresa). Personalmente non ho mai considerato l’insegnamento del jazz e della filosofia come due momenti separati, offrendomi le lezioni di jazz una moltitudine di spunti per riflessioni filosofiche generali su temi come il rapporto tra scrittura e improvvisazione, il tempo circolare, la relazione tra disordine e forma etc…

L’Idea Magazine: Hai progetti in lavorazione al momento?
Arrigo Cappelletti: Purtroppo il Covid ha fermato un po’ tutto, non solo concerti ma prove, registrazioni discografiche etc…Però la progettualità non si ferma mai completamente e al momento sto lavorando a due progetti: un cd di piano solo di musica completamente improvvisata (ma per farlo ho bisogno di un pianoforte davvero adatto allo scopo) e uno spettacolo di letture accompagnate di Dante per il 700esimo della morte in duo con l’attore lecchese Luca Radaelli. Abbiamo già alcuni concerti fissati per il 2021 e speriamo di trovarne altri, magari anche per l’Istituto italiano di cultura a New York…. È incredibile ma l’accostamento fra Dante e il jazz funziona benissimo.

 

L’Idea Magazine: Che cosa fai quando non scrivi o  suoni il piano, adesso che non insegni più?
Arrigo Cappelletti: Sono un instancabile e onnivoro lettore. In più amo molto le passeggiate in montagna e quando, come è capitato ultimamente, ci sono restrizioni agli spostamenti mi accontento delle gite nei boschi sopra Varenna, il paese del lago di Como dove vivo. Sono appassionato anche di sci da fondo….

L’Idea Magazine: Sogni nel cassetto?
Arrigo Cappelletti: Non ho mai suonato in Giappone e mi piacerebbe farlo. Mi piacerebbe anche suonare con Sting, un artista che ammiro molto e che ama molto il jazz, oppure suonare ancora una volta insieme con il bassista Steve Swallow, con il quale ho avuto l’onore di registrare un disco e fare una breve tournée. Non ho mai avuto la sensazione di essere compreso fino in fondo da qualcuno come quando ho suonato con lui.

L’Idea Magazine: Se tu potessi incontrare un personaggio qualsiasi e di qualunche epoca, chi sarebbe e di che cosa vorresti parlare con lui o lei?
Arrigo Cappelletti: Come ho detto prima, mi piacerebbe incontrare Sting e collaborare con lui. Ma siccome sono un lettore accanito il mio vero sogno sarebbe di incontrare due scrittrici viventi che ammiro: la canadese Alice Munro e l’americana Jennifer DuBois il cui romanzo “Storia parziale delle cause perse” ho ammirato moltissimo. Con Alice Munro non vorrei discutere di letteratura, mi basterebbe starle accanto, magari mangiando una pizza o parlando di cose di nessun conto, per assorbire almeno in parte il suo equilibrio, la sua saggezza. Con Jennifer DuBois parlare di quanto sia autobiografico il suo romanzo (la sua esperienza della Russia assomiglia molto alla mia) e degli scacchi come metafora della vita.

L’Idea Magazine: Un messaggio per i nostri lettori?
Arrigo Cappelletti: Quando ascoltate jazz imparate a distinguere chi usa un linguaggio pre-confezionato da chi si mette in gioco ogni volta come fosse la prima.

Tiziano Thomas Dossena
Tiziano Thomas Dossena
Tiziano Thomas Dossena is the Editorial Director of L’Idea Magazine. He is the author of “Caro Fantozzi” (2008), “Dona Flor, An Opera by van Westerhout” (2010), Sunny Days and Sleepless Nights (2016), and The World as an Impression: The Landscapes of Emilio Giuseppe Dossena (2020). Dossena is the editor of A Feast of Narrative anthologies and co-editor of Rediscovered Operas Series books on librettos.

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