Tuesday, May. 22, 2018

Dai Grammy a Sanremo; conversazione a New York con il maestro Gabriele Ciampi

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19 February 2018

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Dai Grammy a Sanremo; conversazione a New York con  il maestro Gabriele Ciampi

Un periodo d’oro per il compositore romano Gabriele Ciampi, apprezzato dai grandi della Terra: ha suonato per gli Obama alla Casa Bianca, su invito della ex First Lady, ha incontrato Papa Francesco ed è stato l’unico a rappresentare l’Italia nella giuria dei prestigiosi Grammy Awards 2018. Uno dei premi piú importanti degli USA, riconoscimento che ogni anno incorona i protagonisti del setttore musicale, è generalmente considerato come gli “Oscar della Musica”. La cerimonia si è svolta il 28 gennaio 2018 al Madison Square Garden di New York. Il Maestro Gabriele Ciampi ci ha incontrato a New York nella sala del suo Hotel il giorno dopo della manifestazione dei Grammy Award. Riportiamo (in ritardo, per ragioni tecniche) parte della lunga conversazione avvenuta tra il nostro direttore editoriale ed il simpatico compositore romano.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena

L’Idea: Buona sera, Maestro. (Sorrido) Mi scusi ma non ero preparato ad incontrare un compositore. Credevo Lei fosse un conduttore d’orchestra, ma  ricercando il suo nome ho scoperto ben altro. Quindi, Lei dirige orchestre ma è un  compositore?
Ciampi: (Sorridendo a sua volta) Sono un compositore contemporaneo; ho un’orchestra di 40 elementi più chitarre e percussioni che danno un tocco un poco più moderno; per intenderci, qualcosa di cinematografico, ovviamente con base classica, perché io vengo dal conservatorio, quindi la base classica c’è. Ho anche collaborato con orchestre sinfoniche…  E ultimamente sono stato anche invitato dalla Recording Academy a fare parte della giuria; oltre a ciò sono anche un membro della Recording Academy, quindi come membro posso sottoporre la mia musica in futuro quando ho qualche altro album e posso votare.

L’Idea: Dunque Lei ha fatto parte della giuria dei Grammy Award. Potrebbe dirci come funziona l’assegnamento dei premi?
Ciampi: Allora, il Grammy lo considero intanto un concorso per emergenti perché non è legato alle vendite, alla discografia o alla popolarità  dell’artista, ma è legato proprio alla qualità della musica, per cui si può avere un artista sconosciuto che è in competizione con Bruno Mars, che ha vinto quasi tutto. Questo perché la Recording Academy riceve ogni anno ventimila titoli. Ci sono 350  esperti della Recording Academy che fanno una prima scrematura. Individuano dieci brani per ogni categoria, poi mandano ai voting members della RC, che sono musicisti, compositori, autori, che scelgono tra questi brani le nomination. Si fa la prima votazione, quella che è chiamata il first round  ballot. Fatto questo, la Recording Academy sceglie un sorta di commissione artistica di un centinaio di persone da varie parti del mondo, tutti appartenenti alla musica, non ci sono giornalisti o discografici, ma pianisti, autori, compositori, eccetera, e ci viene chiesto di fare una selezione e votare per i brani che hanno ricevuto le nomination. Dopo di che, il risultato di queste votazioni si sa la sera degli Award. Un processo a tre steps, quindi. Quando vedete i risultati in televisione, non dovete pensare che la giuria abbia deciso solo poche ore prima, perché i voti erano già stati consegnati una settimana prima.

Tiziano Thomas Dossena e Gabriele Ciampi (Foto di Nicoletta Mita Dossena)

L’Idea: È difficile per un classicista, cioè chi opera, compone e vive nel mondo della musica classica, giudicare la musica pop o RAP?
Ciampi: Dunque, partiamo dal fatto che la musica classica è la musica popolare di cento anni fa, quindi questo concetto di musicalità lo abbiamo dato noi, non era come lo pensiamo noi oggi; non vedo grandi differenze tra la musica pop e la musica classica. Detto questo  il nostro è un parere tecnico sulla partitura, per cui a me arriva il foglio con lo spartito, guardo quello che c’è scritto… nel caso di Bruno Mars, per esempio, io ho esaminato la canzone 24K, è una canzone che è stata scritta al pianoforte, quindi ha delle armonie interessanti; io quello che giudico in realtà è la parte armonica del brano, non mi interessa l’arrangiamento. Ecco che ritorniamo al concetto pop in contrasto al classico: ci può essere innovazione in un pezzo pop mentre ci può essere noia in uno classico, dipende sempre in quello che uno scrive. Per cui la musica è tutta quanta sullo stesso piano…

L’Idea: Come mai non ci sono nomi italiani nell’elenco dei nominati al Grammy?
Ciampi: Il discorso dell’Italia è una vecchia questione. Per primo, la lingua. La lingua italiana non è considerata una lingua musicale, per cui, purtroppo, a parte l’opera, l’italiano essendo considerata una lingua adatta al classico… È un errore… pero, sicuramente l’inglese è una lingua molto più musicale. Se deve scrivere una canzone, l’inglese scorre più facilmente ed agevola il lavoro di composizione. Certo, quando ho dovuto scrivere un’opera per gli esami di composizione, il testo italiano era perfetto, ma se dovessi scrivere un’opera, usare un testo inglese mi renderebbe il lavoro più semplice, perché l’inglese ha parole che sono brevi e seguono molto il suono; l’italiano, un po’ per gli accenti, per la lunghezza delle parole, le sillabe, è molto tecnico, quindi sono d’accordo con loro che la musica italiana è difficile da capire.
Mentre una bella melodia inglese arriva  a tutti, una melodia in italiano, anche se scritta con passione, è difficile, non avrà mai lo stesso impatto. Questo è il primo problema. Il secondo è che, finché la musica italiana non ritorna ad essere originale, non è in grado di competere ai Grammy, perché si è persa l’identità, perché c’è una tendenza un po’ a ricalcare il successo americano, allora, se per esempio esce un brano pop, basato sulla esperienza americana, gli italiani cantano e pensano che sia musica italiana,ma non lo è, in realtà. Sono tutti così gli ultimi album…
Allora, nel momento in cui tu segui una tendenza, ma non fai tendenza, perché la Recording Academy dovrebbe scegliere una canzone italiana? Paradossalmente, se ci fosse una canzone alla Modugno, sarebbe lì, perché la tradizione italiana viene da lì. Finito lui, finito il periodo anni 60-70, è finito tutto. Quindi oggi, sul mercato discografico italiano ci sono quasi solo artisti che ricalcano quello americano, quindi non è musica originale.

L’Idea: Lei pensa che tornare ad una giuria professionale e non popolare migliorerebbe la qualità delle scelte al Festival di Sanremo?
Ciampi: Penso che avremo una rivoluzione importante con Baglioni, perché ha tolto l’eliminazione, ha dato più importanza agli autori, quindi grandi novità… Se si riuscisse a cambiare leggermente il sistema della giuria, certamente ci sarebbe un aumento della qualità…il voto popolare è un po’ una caratteristica di Sanremo, è importante, però allo stesso tempo il voto popolare è influenzato dalla presenza di un artista in televisione, quindi ci vorrebbe un cambiamento della giuria di qualità, cioè la giuria di qualità dovrebbe pesare un po’ di più nel Festival di Sanremo. Quindi ben venga la giuria popolare, però quella di qualità valga un 40% invece del 20% per avere un bilanciamento tra il voto demoscopico e popolare e quello della giuria di qualità. Il momento che si ha questo tutto migliora. Quindi, nella giuria di qualità sarebbe bello vedere soltanto musicisti, perché il giornalista, il regista non ha la competenza tecnica per giudicare. Allora la giuria popolare e quella di qualità assieme darebbero altri frutti. Già siamo, ad ogni modo, in una fase di cambiamento

L’Idea: Ora dovrà continuare il suo tour internazionale con la Santa Monica Symphony Orchestra. Suoneranno solo brani composti da lei oppure è un repertoire più complesso?
Ciampi: Io sono un compositore che dirige la propria musica, quindi tutti i  miei concerti sono musiche mie originali. Per quanto ho fatto studi classici, direzione orchestra, però  non è il mio lavoro. Chi fa quello fa musica classica. La mia attività non è di conduttore, ma di compositore.

L’Idea: Quale fu la differenza di emozioni che provò negli incontri con Papa Francesco e gli Obama?
Ciampi: L’incontro con Obama è importante anche come è arrivato… Dunque io ho scritto alla First Lady, che mi ha riscritto dopo tre mesi, invitandomi alla Casa Bianca. Voleva un compositore italiano… a vederli di persona… quando sono potuto entrare… (emette un lungo sospiro)  La Casa Bianca non è poi grandissima, noi abbiamo il Quirinale che è un palazzo di quelli… La Casa Bianca da più l’idea, però, tutto è pulito, estremamente curato nei dettagli, insomma emozionante già da fuori.
Per il papa è diverso,  dal punto di vista umano; (si ferma un attimo, tira un sospiro lento e controllato, quasi rivivesse quegli attimi, e poi riprende a parlare) l’abbraccio con il papa, il fatto che mi ha detto di andare avanti, mi ha colpito, perché ce l’hai davanti, senti proprio la forza di quest’uomo,  e poi indipendentemente dalla fede cattolica o meno,la personalità dell’uomo la senti, non puoi non sentirla… Due emozioni diverse, insomma; pe quella del papa sono contento anche perché è venuta dall’Italia.

Rachmaninoff

L’Idea: Se potesse incontrare, ipoteticamente, uno dei grandi della musica del passato, chi sarebbe? Perché?
Ciampi: Io ho la passione per Rachmaninoff perché analizzando le sue partiture, che si trovano ad oggi, nei passaggi armonici ,che possono andare bene per un’opera lirica, un balletto, piuttosto che per un brano… beh, insomma, L’armonia di Rachmaninoff è molto moderna, eppure è stata scritta quasi cento anni fa. Io lo considero il migliore autore contemporaneo. E poi era un grande pianista; non ne parla nessuno, ma ci sono le registrazioni che parlano per lui. Era un grande pianista ma voleva essere riconosciuto come compositore, perché era quello che voleva fare più di tutto e lo faceva magnificamente. Mi sarebbe proprio piaciuto incontrarlo.
Oggi, in Italia, e non parliamo di chi viene in America, ci sono quelli che fanno i pianisti, poi diventano compositori, dirigono l’orchestra, scrivono  libri. Una cosa si può fare e fare bene, allora uno sceglie, Io pure ho fatto varie cose, ho suonato pianoforte e diretto l’orchestra, ma poi  come messaggio io sono un compositore, rispetto chi fa il direttore d’orchestra … Oggi c’è un po’ la ricerca di fare tutto e poi non fai niente… Dei compositori del passato, lo stesso Chopin era un  pianista eccezionale però non ne parla nessuno, perché era prima di tutto un compositore. Non si deve perdere l’identità. Ed è una delle cause per cui la musica italiana non era presente al Madison Square Garden.

L’Idea: Quanto ha influenzato la sua scelta di carriera aver lavorato nell’azienda di famiglia che vende pianoforti?
Ciampi: Diciamo che il peso è stato notevole, perché  è un’azienda iniziata da mio nonno, nel 1945; oltre 70 anni di storia… Però quando vivi la musica dal punto di vista commerciale è diverso. È un business, non c’è spazio per la creatività. Ad ogni modo sono stati dieci anni eccezionali, bellissimi, mi sono avvicinato al pianoforte, alla composizione, però mi mancava l’aspetto creativo, perché quando lavori è un commercio, però devo dire che senza l’esperienza del lavoro di famiglia, forse non avrei mai fatto quello che sto facendo, perché respirando aria di pianoforte tutti i giorni, fin da quando avevo sei anni, poi la passione per la composizione è diventata quasi una crescita naturale perché ero affascinato proprio dallo strumento. Io ho lavorato anche nella fabbrica, conosco tutti gli aspetti di come nasce un pianoforte.

L’Idea: Quindi, voi li producete anche, i pianoforti?
Ciampi: Noi li distribuiamo e  li produciamo anche, nella repubblica Ceca. Quindi, io seguivo anche dalla singola vite che veniva usata, e ho  capito che il pianoforte è un insieme di dettagli ed è come il mio stile, molto minimal; nelle mie composizioni io cerco di ridurre al minimo il tessuto armonico e melodico, perché è facile scrivere musica con tante note, la difficoltà sta nel toglierle il più possibile finché rimane l’ossatura essenziale. Per  Il pianoforte è lo stesso, tu inizi con tanti ornamenti, ma poi devi toglierli, devi aprirlo per pulirlo. Allora, c’è una bella analogia fra una composizione scritta bene, che può anche non piacere, ma che è scritta bene, e il pianoforte aperto. Così come puoi mettere una nota di troppo è come aver messo un ornamento di troppo nel pianoforte, che perde quell’eleganza. Per cui ero affascinato proprio dalla produzione; ecco, la mia musica la produco anche perché mi affascina il processo creativo, da quando scrivi una melodia, da quando la sviluppi, e possono passare settimane, perché io ancora adesso uso carta e matita.

L’Idea: Quando lei completa una composizione, poi è tentato di ritornarci sopra e correggerla varie volte, come fanno certi scrittori con i loro libri?
Ciampi: Diciamo che il momento in cui metti il punto, il brano, l’opera sono finiti. Poi se ci torni sopra… Certo, io alcune volte mi dico, “avrei  potuto”… però è sbagliato quel ragionamento, perché quando avviene la composizione si cerca di trasferire le emozioni del momento, il mio modo di parlare è attraverso la musica, quindi io ho uno stato d’animo in quel momento… Che ne so? Una rabbia, un’angoscia, un disagio, io lo esprimo. Se rivedo il brano con uno stato d’animo diverso, non sarà più un discorso di creatività, ma solo un discorso commerciale. Insomma, quando metti il punto, lì decidi.

L’Idea: Infatti, io stesso, come poeta, cerco di non riscrivere mai le mie poesie a distanza di tempo per evitare di perdere quella sensazione che ho provato ed  è stata unica, irripetibile, e che ho descritto nella poesia stessa. Cambiare le parole vorrebbe dire modificare la sensazione che si è provata…
Ciampi: Infatti, nell’opera, quando uno la sente, tecnicamente potrebbe dire: “sai, qui, non capisco perché il flauto non suona…” Ma se è stata scritta così, se vai ad analizzare Verdi, il perché è stata scritta così, allora capisci anche il contesto in cui viveva, perché è importante anche capire cosa c’è dietro l’opera, non solo l’opera stessa. Ecco perché alla fine, quando noi andiamo a sentire l’opera diciamo “bravo direttore”, però quella è una sua personale interpretazione. Sarebbe interessante poter chiedere al compositore: “Ma tu la volevi così? Perché alla fine ci dimentichiamo sempre di chi l’ha scritta. Chopin, Verdi, dicevano che nelle loro opere c’erano degli errori, e lo confermo anch’io, perché riascoltando i miei  brani mi dico: però, in quel passaggio avrei potuto fare così. Però lo lascio così perché quel componimento è parte di me, nel bello e nel brutto. Se tu lo continui a ritoccare non finirai mai.
E poi ogni strumento ha la sua voce e la sua emozione, quindi se io inserisco un clarinetto lo faccio perché ho bisogno di esprimere una sensazione di tristezza, di malinconia. Ritornare indietro dopo un anno e risentendo il pezzo mi chiedo se no avessi potuto usare il flauto per lo stesso brano. Certo, lo avrei potuto fare, ma non volevo così al momento, allora, cambiando lo strumento si perderebbe l’emozione vera che avevo cercato di trasferire.

L’Idea: E a proposito delle rappresentazioni operistiche fatte in periodi diversi da quelli prescritti dal libretto, che cosa ne pensa? Io, personalmente, le detesto.
Ciampi: Io sono profondamente contrario a certe cose che fanno in America. Questi ammodernamenti di scene che portano l’opera in altri periodi storici sono una mancanza di rispetto per il compositore, per la tradizione nostra italiana, e ci vuole qualcuno che lo scriva. Questo genere di estremismo interpretativo in Italia già non va molto, in Europa nemmeno, alla fine è rimasta solo l’America, perché fanno un po’ gli alternativi.

L’Idea: Quali suggerimenti ha per i giovani che cercano di sfondare nel mondo della musica? Questa domanda mi viene fatta molte volte da lettori della rivista OperaAmorMio ed io, come giornalista, non so che rispondere…
Ciampi: Mah! C’è solo una parola secondo me; io non credo alla fortuna, perché anche se mi dicono “Sei stato fortunato con la Casa Bianca” io rispondo: “Ci vuole anche il coraggio di stare dietro per sei mesi, non è proprio solo fortuna…” Detto questo, serve lo studio. Se c’è il talento viene fuori. Non è vero come dice la gente: “Sai, in Italia non ci sono possibilità…” È più difficile,ci ho messo anni anch’io a fare qualcosa in Italia, però se tu hai qualcosa da dire, lo spazio ti viene dato, eventualmente. Il problema è che molti vogliono  il successo così; vanno in televisione, c’è il talent, sono un artista… Ci vogliono anni.

L’Idea: Beh, c’è anche il problema che i “reality show” fanno diventare famose delle persone che non hanno alcun talento, ma solo la faccia tosta di apparire in pubblico…
Ciampi: Verissimo. Il talent show  dovrebbe esserci una conseguenza della fama. Uno dovrebbe  avere già una certa notorietà e quindi diventi più popolare. Creano la popolarità prima del personaggio. Creiamo prima l’artista. Se tu vuoi correre, prima devi camminare e non viceversa. Costruiscono i castelli di sabbia. Si viva il sacrificio, ma può essere facilitato dallo studio.

L’Idea: Per chi studia opera, in Italia, pare che non ci siano molte speranze…
Ciampi: Certamente l’opera italiana, la nostra scuola, è la migliore nel mondo, ma non è la sola. Uno dovrebbe confrontarsi… La fortuna che ho avuto io, se di fortuna vogliamo parlare, è che io riesco a studiare al conservatorio a Roma e confrontarmi con la scuola americana. Quando sono arrivato qui mi hanno detto: “Quello che hai fatto in Italia non ci interessa. Dimostraci quello che sai fare”. Uno che studia l’opera in Italia pensa già di essere arrivato. Allora, ci vuole un po’ più di umiltà. Cioè, tutto quello che fai in Italia, in America conta poco. Devi dimostrarlo. Allora, dimostra che sei un cantante bravo, un pianista bravo, e prima o poi parti.

L’Idea: Si, ma come fa un giovane soprano, per esempio, a farsi notare?
Ciampi: Oggi, grazie a Dio, c’è un mezzo molto importante che non c’era dieci anni fa’, o perlomeno non aveva la stessa influenza: l’Internet. Allora, io, anche se non ho soldi di venire a New York, di venire in America, metto un video su YouTube e lo vede tutto il mondo. Siamo sempre lì. È lo strumento più democratico che c’è oggi. Io, che sono in genere contrario alla tecnologia e la musica la scrivo ancor oggi con carta e matita, e non con il computer, però dico che è lo strumento più democratico. Se tu sei bravo,una canzone su Spotify va in vetta alla classifica da sola. Non hai bisogno della casa discografica che paga; non hai bisogno di soldi per sfondare. Se però non succede niente, però forse quella voce non è poi così accattivante. Ecco, io qualche dubbio lo metterei. Ecco, io mi spingo online per ottenere la visibilità, non ho followers,forse c’e qualcosa nella mia musica che non funziona; non sono gli altri che non capiscono, siamo noi il problema.
Allora, per rispondere alla domanda, il giovane italiano che vuole sfondare deve usare il social dove non ha possibilità economiche per finanziarsi l’esperienza all’estero; il social è il modo più veloce per raggiungere lo scopo. Insomma, se uno ha il talento si vede ed eventualmente ti chiamano.
Io consiglio questo: se sei un cantante, fai un bel pezzo pianoforte e voce; non c’`e bisogno che sia opera, tutt’altro. Al Grammy, Lady Gaga ha cantato un pezzo pianoforte e voce e ha fatto venire la pelle d’oca. Una che fa quindici milioni di ascolti al Grammy con pianoforte e voce ha una tenacia… quello è talento.
Allora, giovane caro, fai un video di tre minuti, pianoforte e voce. Non costa niente. Lo metti su You Tube e vedi cosa succede. Questa è la risposta che io darei.
Lasciamo perdere l’orchestra; io voglio sentire la voce. Se vanno a guardare e chiedono “Non ce l’hai il sito?” bisogna essere pronti…. Quanti artisti non hanno il sito e poi si meravigliano che non li si conosce. Queste sono cose che hanno costo zero, quindi sono da farsi.

 

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