Wednesday, July 24, 2024

Fame e povertà si alimentano a vicenda

di Silvia Perrella

A spiegare i motivi che determinano la diffusione molto ampia di questi fenomeni, tra loro correlati, che continuano ad affliggere l’umanità è Desirée Quagliarotti, ricercatrice dell’Istituto di studi sul Mediterraneo del Consiglio nazionale delle ricerche

Nel cosiddetto mondo globalizzato possiamo realizzare attività e progetti che fino a pochi anni fa erano impensabili: in pochi secondi riusciamo a trasferire documenti da una parte all’altra del mondo, con qualche click del mouse riusciamo a fare acquisti senza muoverci di casa, abbiamo costruito macchine che possono sostituire l’uomo in diverse occasioni e altre innumerevoli attività sorprendenti. Eppure, per assurdo, a oggi una larga fetta della popolazione mondiale non riesce ancora a soddisfare bisogni primari che dovrebbero essere garantiti e addirittura scontati, come la fame o la sete. Da una parte abbiamo consumismo, surplus alimentare, sprechi di acqua e di cibo, dall’altra miseria, povertà, fame e disperazione, che colpiscono chi non ha avuto la fortuna di nascere nella parte “giusta” del mondo. Ma quali sono i motivi? Non è possibile sconfiggere fame e povertà?

“Entrambi oggetto dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) stabiliti dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2015, questi due fenomeni appaiono strettamente correlati tra loro”, spiega Desirée Quagliarotti dell’Istituto di studi sul Mediterraneo (Ismed) del Consiglio nazionale delle ricerche. “Secondo la visione classica, infatti, esiste una relazione ben precisa e bidirezionale tra agricoltura, fame e povertà, e questa argomentazione deriva dall’analisi dei dati relativi alla disponibilità di cibo, all’insicurezza alimentare e ai vari indicatori di povertà a livello globale e nazionale che, oltre a fornire un quadro quantitativo sullo stato della povertà e della fame alle diverse scale spaziali e temporali, consente di estrapolare anche altre informazioni utili a tracciare alcune linee generali”.

Le aree più interessate dalla fame e dalla povertà in termini sia assoluti che relativi sono l’Asia meridionale e l’Africa sub-sahariana, e i Paesi in cui l’agricoltura ha un peso maggiore in termini di Pil e di occupazione sono quelli più colpiti; l’incidenza dei due fenomeni è generalmente maggiore nelle aree rurali. “Questi aspetti dimostrano che esiste un nesso tra fame e povertà che può alimentare un circolo vizioso: bassi livelli di reddito generano insicurezza alimentare e, allo stesso tempo, la fame generata dall’insicurezza alimentare favorisce la povertà”, chiarisce la ricercatrice del Cnr-Ismed. “Secondo questa visione, infatti, gli individui sottonutriti hanno una minore capacità di lavorare, di imparare e di prendersi cura di sé e dei propri familiari e ciò determina un calo nella produttività del lavoro”.

Il problema dell’insicurezza alimentare è dunque prevalentemente agricolo. “La soluzione va ricercata in un processo di crescita della produzione agricola da ottenersi principalmente attraverso l’incremento della produttività, in particolare quella dei piccoli produttori. L’incremento di produttività accrescerebbe il livello di sicurezza alimentare e di reddito pro-capite, riducendo la povertà rurale”, prosegue l’esperta. “Allo stesso tempo, il conseguente aumento della produzione alimentare nazionale aumenterebbe la disponibilità alimentare nelle aree urbane, riducendo la domanda di importazioni. In questo modo, il circolo vizioso verrebbe spezzato, innescando un ciclo virtuoso di crescita e benessere. È bene inoltre ricordare che a livello globale, già da diversi decenni, il numero di calorie disponibili pro-capite è non solo sufficiente, ma molto superiore al fabbisogno attuale della popolazione mondiale. A dispetto della miracolosa produttività del sistema agroalimentare moderno, nel 2021 più di 800 milioni di persone si trovava in uno stato di ‘insicurezza alimentare’, milioni di persone in più rispetto all’anno precedente e 150 milioni in più dal 2019”.

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Se il numero di persone denutrite è ancora elevato, la variabile esplicativa non va ricercata necessariamente nella mancanza di cibo in una relazione lineare di causa-effetto, ma in una serie di fattori che, di fatto, limitano l’accesso agli alimenti a una quota non trascurabile della popolazione mondiale. “Il vero punto è l’urgenza di affrontare quelle che sono considerate le cause strutturali della fame, tra cui conflitti, eventi climatici estremi, shock economici, combinati con povertà e crescenti disuguaglianze, ma anche l’affermazione di un sistema agroalimentare che ha legato il suo successo per larga parte alla sua capacità di far sì che il cibo si comporti come una qualsiasi commodity”, aggiunge Quagliarotti. “Ma è proprio questo il paradosso del sistema alimentare globale e, forse, la fonte principale della sua fragilità: malgrado il sistema agroalimentare si sia evoluto come gli altri settori economici, il prodotto sottostante – il cibo – non può essere considerato un bene economico in senso stretto, nel senso che non si è mai conformato del tutto agli imperativi del modello di produzione industriale”.

La precarietà in cui versano i Paesi del sud del mondo mette in evidenza un’altra “imperfezione” del modello alimentare attuale, ossia che un’economia alimentare basata su metodi di produzione industriali su larga scala e sulla crescente domanda dei consumatori cessa di funzionare in contesti caratterizzati da forti vincoli economici, tecnologici e ambientali. “Il risultato è che, sebbene rispetto a mezzo secolo fa i costi del cibo si siano dimezzati (se tralasciamo i picchi dei prezzi alimentari legati a periodi di instabilità politica e climatica) e malgrado l’offerta alimentare globale superi attualmente il fabbisogno calorico pro-capite del 20% circa, il mondo conta un numero di individui denutriti pressoché equivalente a quello degli individui ipernutriti: una simmetria perversa che mette in evidenza tutti i difetti del sistema”, commenta la ricercatrice.

In altre parole, fame e povertà si “alimentano” a vicenda. “È all’interno della formula tra cibo come fenomeno economico, cibo come fattore biologico e cibo come diritto fondamentale tutelato dalle Nazioni Unite che vanno individuate le debolezze strutturali del sistema alimentare globale. Fragilità che appaiono ancora più evidenti oggi che la guerra in Ucraina sta facendo riemergere i falsi miti della ‘scarsità’ e della soluzione immediata innescata dall’aumento della produzione. Non è la carenza assoluta di cibo a causare l’insicurezza alimentare di milioni di individui e non è l’incremento dell’offerta agricola che risolverà il problema della fame nel mondo. Occorre un cambiamento strutturale ma, principalmente, è necessario riconoscere oggi più che mai l’incapacità dell’homo oeconomicus di nutrire una popolazione in continua crescita, soprattutto in un contesto di scarsità di risorse fondamentali per la produzione agricola – terra e acqua – e in uno scenario in cui gli impatti del cambiamento climatico diventano sempre più intensi e frequenti”, conclude Quagliarotti.

(Almanacco della Scienza N.17, 2022)

redazione
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Tiziano Thomas Dossena, Leonardo Campanile, LindaAnn LoSchiavo, and Dominic Campanile

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