Caro direttore, ho 86 anni, sono stato uno scolaro svogliato e distratto. Ho vissuto un’infanzia travagliata, tra miseria, umiliazioni e sofferenze. Eppure non mi sono arreso all’ignoranza e al male. Lo devo all’amore educativo di mia madre e alla curiosità e all’amore per la lettura e la poesia. Mille volte sono caduto e mille e una volta mi sono rialzato, sostenuto anche dalla fede. Non rinnego i miei errori, ma devo riconoscere che alcuni miei ruzzoloni scolastici furono dovuti anche a insegnanti poco sensibili sul piano umano. Eppure non ho mai pensato di offendere o fare del male a qualcuno, tanto meno a un insegnante. La violenza giovanile è un problema complesso, che coinvolge tutti. Mi domando: si nasce violenti o si diventa violenti? Ognuno ha un proprio temperamento, ma l’ambiente in cui cresce e gli esempi degli adulti possono influenzare profondamente la formazione di un ragazzo. La famiglia è il primo luogo in cui si imparano il rispetto, le regole e la convivenza; subito dopo, la scuola. Agli insegnanti è affidato un compito difficile e delicato. Anche loro, in quanto esseri umani, possono sbagliare e, talvolta, mortificare un ragazzo può provocare risentimento. Ma nessun errore giustifica la violenza: una presunta ingiustizia si può contestare senza ricorrere all’aggressione. A mio avviso, si deve partire da tre punti fermi: la famiglia deve educare; la scuola deve formare con autorevolezza e rispetto, accompagnando l’insegnamento con un pizzico di calore umano che forse molti ragazzi difficili non hanno mai ricevuto nemmeno in famiglia; la società deve dare il buon esempio. Educare significa aiutare un ragazzo a diventare libero e responsabile, rispettando la libertà altrui. Un gesto di comprensione, una semplice pacca sulla spalla possono trasformare la rabbia in un sorriso gettando le basi per un futuro diverso.
Raffaele Pisani






