La nostra memoria non è fatta per conservare tutti i ricordi: rimuoverne alcuni è necessario per fare in modo che essa lavori correttamente. A spiegarci come funziona il nostro cervello e come effettua le selezioni mnemoniche è Elvira De Leonibus ricercatrice dell’Istituto di biochimica e biologia cellulare del Cnr
La vita di tutti noi è fatta del presente, ma anche del passato, di quanto abbiamo vissuto, delle nostre esperienze e dei nostri ricordi, che ci permettono in qualche modo di “rivivere” ciò che ci è accaduto – sia esperienze piacevoli che eventi tristi -, contribuendo a plasmare la nostra esistenza e la nostra personalità. La memoria svolge quindi un ruolo fondamentale. A volte, però, notiamo che alcune cose non ci vengono in mente e non riusciamo a recuperarle. Non si deve però pensare che questa dimenticanza sia necessariamente il segno di un disturbo, di un problema del nostro cervello, come sottolinea Elvira De Leonibus, neuropsicofarmacologa dell’Istituto di biochimica e biologia cellulare (Ibbc) del Cnr: “La memoria viene spesso immaginata come un archivio: più informazioni riesce a conservare, migliore è il suo funzionamento. Eppure, come rivelano le neuroscienze, il cervello umano non è progettato per ricordare tutto, ma per selezionare. Dimenticare infatti non è sempre un errore del sistema, è anche una sua funzione essenziale. Questo dato emerge in maniera chiara negli studi sulla cosiddetta ‘supermemoria’, o Highly Superior Autobiographical Memory (Hsam), una rara condizione in cui alcune persone riescono a ricordare con precisione impressionante eventi della propria vita anche a distanza di decenni. A prima vista potrebbe sembrare una capacità straordinaria; tuttavia, molte di queste persone descrivono ricordi intrusivi, difficoltà a liberarsi di esperienze negative e una continua presenza del passato nella mente. Ricordare troppo può, quindi, diventare un peso”.
Non si deve dunque sempre associare l’assenza di un ricordo a un disturbo mnemonico, questa manifestazione è in molti casi una sorta di strategia messa in atto dalla nostra mente per poter funzionare correttamente. “Il cervello ha bisogno di filtrare. Ogni giorno siamo esposti a una quantità enorme di stimoli, dettagli, conversazioni, immagini e informazioni, se tutto venisse immagazzinato stabilmente il sistema cognitivo diventerebbe meno efficiente e meno flessibile. Dimenticare è indispensabile perché consente di liberare risorse mentali, aggiornare le conoscenze, adattarsi a nuove situazioni e anche proteggersi emotivamente”, continua la ricercatrice.

A conferma della necessità di dimenticare qualcosa per far sì che la memoria continui a svolgere la sua attività correttamente ci sono ricerche scientifiche. “In un nostro lavoro pubblicato su ‘Nature Communications’ nel 2022 abbiamo osservato questo meccanismo in un modello animale di memoria incidentale, cioè quella forma di memoria che si costruisce automaticamente, senza l’intenzione consapevole di memorizzare. Maschi e femmine ricordavano lo stesso numero di oggetti quando venivano testati subito dopo l’esposizione. Ma dopo un’ora o dopo 24 ore emergeva una differenza: le femmine consolidavano meno informazioni nella memoria a lungo termine. Questo dato potrebbe sembrare uno svantaggio, ma in realtà quando gli animali venivano sottoposti a interferenza cognitiva, cioè a distrazioni che disturbavano il mantenimento delle informazioni, la memoria delle femmine risultava più resistente rispetto a quella dei maschi. Come se il cervello, selezionando ciò che vale davvero la pena conservare, diventasse meno vulnerabile al rumore mentale”, spiega De Leonibus. “La parte più interessante è che queste differenze non dipendevano da una diversa struttura del cervello, ma da un diverso modo di attivare gli stessi circuiti neurali. Quando abbiamo modificato sperimentalmente l’attivazione cerebrale dei maschi, anche loro hanno iniziato a mostrare lo stesso ‘filtro’ tra memoria a breve e lungo termine. Questo suggerisce che non esista una memoria universalmente migliore: esistono strategie diverse con cui il cervello gestisce le informazioni”.
Dimenticare è poi necessario in caso di ricordi emotivamente forti o traumatici, che possono rendere la nostra vita quotidiana piena di angoscia, triste e difficile da sostenere. “Molti ricordano perfettamente cosa stessero facendo l’11 settembre 2001, anche se si trovavano a migliaia di chilometri di distanza dagli eventi, mentre guardavano in televisione le immagini di due aerei che si schiantavano contro le Torri Gemelle del World Trade Center di New York, mentre un terzo si lanciava sul Pentagono e un quarto precipitava su un campo nello stato americano della Pennsylvania; eventi che provocarono migliaia di vittime. Questo accade perché il cervello non registra soltanto ciò che viviamo direttamente, ma anche ciò che percepiamo come emotivamente rilevante. Le emozioni intense rilasciano neuromediatori legati allo stress, che fissano il ricordo in modo particolarmente stabile, quasi come se l’esperienza stesse accadendo a noi in prima persona. Ma proprio perché alcuni ricordi tendono a fissarsi così profondamente, il cervello ha bisogno di meccanismi complementari che consentano di attenuare, filtrare e talvolta lasciare andare. Senza questa capacità, saremmo probabilmente prigionieri di un accumulo continuo di esperienze, paure e informazioni non più utili”, conclude l’esperta.
Quanto fin qui detto evidenzia come la memoria non serva soltanto a conservare il passato, ma anche a permetterci di continuare a vivere nel presente.






