Questo disturbo del ritmo circadiano, che si verifica quando si percorrono grandi distanze in poco tempo e si cambia repentinamente fuso orario, ha varie ricadute sul nostro organismo, influendo non solo sul sonno, ma anche su altre funzioni. A comprendere meglio i suoi effetti ci aiuta Anna Lo Bue, ricercatrice dell’Istituto di farmacologia traslazionale del Cnr
Nel nostro organismo esiste un orologio biologico che detta i tempi di attivazione e messa a riposo del corpo nell’arco delle ventiquattr’ore e che coordina anche altre nostre funzioni: dal battito cardiaco alle variazioni di temperatura, dalle difese immunitarie al metabolismo energetico. Sono molti i fattori che possono alterare questo nostro orologio biologico interno disallineandolo con il ciclo luce-buio, ad esempio i turni di lavoro notturni, la luce artificiale – anche quella degli schermi dei computer – o anche irregolarità negli orari dei pasti. Tra i più evidenti elementi che influiscono su di esso c’è sicuramente il jet lag, disturbo provocato dal rapido attraversamento di più fusi orari che si verifica quando si viaggia tra diversi continenti. Per comprendere meglio i suoi effetti, abbiamo parlato con Anna Lo Bue, ricercatrice dell’Istituto di farmacologia traslazionale (Ift) del Cnr.
Il jet lag, o sindrome da fuso orario, è una condizione ben nota a chi viaggia tra continenti, ma è spesso sottovalutata nella sua natura biologica: non si tratta infatti semplicemente di stanchezza legata al viaggio, bensì di una vera e propria desincronizzazione temporanea del ritmo circadiano, una sorta di ‘orologio interno’, localizzato nel nucleo soprachiasmatico dell’ipotalamo, che agisce come centro di controllo dei ritmi fisiologici”, spiega Lo Bue. “Attraverso una complessa rete neuroendocrina, questo sistema modula il ciclo sonno-veglia, la secrezione ormonale – in particolare melatonina e cortisolo -, la temperatura corporea e il metabolismo. In condizioni normali, questo sistema è perfettamente sincronizzato con il ciclo luce-buio del luogo in cui viviamo; la luce solare, in particolare, costituisce il principale segnale ambientale che ‘informa’ il cervello sul tempo esterno. Ma quando si attraversano rapidamente più fusi orari, come avviene nei voli intercontinentali, l’ambiente cambia improvvisamente mentre l’orologio biologico interno continua a seguire il ritmo del luogo di partenza. Si crea così un vero e proprio conflitto temporale: il cervello interpreta ancora il vecchio orario mentre l’ambiente ne impone uno nuovo. Va poi evidenziato che il ritmo circadiano non è immediatamente adattabile, ma si modifica in modo graduale poiché il cervello deve ricalibrare i propri segnali interni in risposta ai nuovi stimoli ambientali, soprattutto alla luce. In media, questo processo richiede circa un giorno per ogni fuso orario attraversato, ma ci sono ampie variazioni individuali”.

A influire sul jet lag è anche la direzione del viaggio. “I voli verso est risultano generalmente più difficili da sopportare rispetto a quelli verso ovest; questo dipende dalla natura del nostro orologio biologico, che tende spontaneamente a un ciclo leggermente superiore alle 24 ore. Per questo motivo, anticipare il ritmo, come accade nei viaggi verso est, è più complesso che ritardarlo, come avviene nei viaggi verso ovest”, precisa l’esperta.
Il jet lag non interferisce però solo con il sonno, ma va ad alterare anche altri parametri fisiologici, con ricadute su varie funzioni, come evidenzia la ricercatrice del Cnr-Ift: “Con il jet lag si verifica una desincronizzazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene che regola il rilascio del cortisolo; normalmente il cortisolo segue un ritmo circadiano preciso: è alto nelle prime ore del mattino per favorire risveglio, vigilanza e metabolismo energetico, e diminuisce progressivamente fino alla sera. Quando si attraversano più fusi orari, questo picco mattutino può non coincidere con l’orario locale, creando una sorta di ‘attivazione biologica’ nel momento sbagliato, di conseguenza, si possono avere difficoltà di concentrazione, memoria di lavoro meno efficiente; il disallineamento tra cortisolo e melatonina – che dovrebbe aumentare la sera – amplifica la sensazione di stanchezza diurna e insonnia notturna”.
Ma il “mal di fuso” coinvolge anche altri organi e apparati. “Clinicamente, il jet lag può manifestarsi con insonnia, sonnolenza diurna, difficoltà di concentrazione, deficit di memoria, irritabilità e riduzione del tono dell’umore. In alcuni casi possono comparire anche disturbi gastrointestinali, perché anche intestino, stomaco e fegato seguono dei propri ritmi circadiani: di giorno aumentano peristalsi, secrezione di bile, succhi gastrici ed enzimi digestivi; di notte, invece, queste funzioni fisiologicamente rallentano. Anche il microbiota intestinale cambia attività tra giorno e notte, modificando metabolismo e fermentazione. Quando si cambia rapidamente fuso orario, questi ‘orologi periferici’ possono restare sincronizzati sull’ora di partenza, così il corpo può ricevere cibo in un momento in cui la digestione sarebbe biologicamente in modalità notturna, con effetti come fame irregolare, gonfiore, digestione lenta, stipsi o diarrea”, conclude Lo Bue.
Il jet lag è quindi un fenomeno biologico complesso, che mette in evidenza come il nostro organismo sia regolato dal tempo. È importante comprendere questi meccanismi per gestirne meglio i sintomi, ma conoscerli contribuisce anche a valorizzare il ruolo fondamentale dei ritmi circadiani nella salute umana.






