Tuesday, Oct. 23, 2018

Da “Sono modesto e me ne vanto” a Bologna Navona”, un autore dello stimolo intellettuale si prova in un romanzo e convince. Intervista esclusiva a Claudio Nutrito.

Written By:

|

27 August 2018

|

Posted In:

Da “Sono modesto e me ne vanto” a Bologna Navona”, un autore dello stimolo intellettuale si prova in un romanzo e convince. Intervista esclusiva a Claudio Nutrito.

Intervista di Tiziano Thomas Dossena.

Claudio Nutrito

Claudio Nutrito, l’autore noto per i suoi libri carichi di ironia e di paradossi, veri e propri manuali del ‘fai da te’ mentale, sorprende il mercato editoriale con un romanzo, “Bologna Navona“.  Sull’onda del successo di questo romanzo, abbiamo avuto l’occasione di intervistarlo in esclusiva per la nostra rivista….

L’Idea: Bologna Navona è il suo ultimo libro, un romanzo. Di che cosa tratta e che cosa l’ha portata a scrivere un romanzo dopo vari trattati e guide su come risolvere vari problemi?
Claudio Nutrito La prima idea è stata quella di un libro sulla mia città: Bologna.  Mentre cercavo di riordinare le idee per definire cosa scrivere, nei miei pensieri si è gradualmente infiltrata un’altra città che amo: Roma. A questo punto ho scelto di lavorare a un libro avente come soggetto entrambe le città. Ho poi deciso di lanciare una nuova sfida a me stesso: cimentarmi in un romanzo. Le vicende del personaggio principale si svolgono sull’asse Bologna-Roma. Si tratta soprattutto di vicende sentimentali: amori vissuti intensamente o solo sognati, amori finiti o mai dichiarati.

L’Idea: Dalla lettura del libro emergono due considerazioni. La prima: il libro è pervaso da una buona dose d’ironia. Soprattutto in certi capitoli, intriganti sin dal titolo, per esempio: “Il disagio da anticonformismo ravvicinato”, “Il menu parlato”, “Il tormentone della complicità”, “Prove tecniche di empatia”….
La seconda osservazione è anche una domanda. “Bologna Navona” è un romanzo un po’ anomalo, ricco di digressioni. Ed è proprio in queste digressioni che emerge l’ironia. Domanda: qual è il suo punto di vista sull’uso delle digressioni nella narrativa?
Claudio Nutrito. Dipende da come le digressioni vengono utilizzate. Si può farne un abuso, quando le digressioni assumono l’aria di “sbavature”, di “disegni fuori cornice” che trascinano la storia fuori strada rischiando di essere fuorvianti per chi legge. Ma esiste anche un “uso virtuoso”, quando le digressioni sono vivaci, creative e danno ritmo al racconto. Il racconto è una sorta di viaggio e non è detto che sia sempre da preferire la strada più breve. Abbandonare, di tanto in tanto, la strada principale per immettersi in un sentiero laterale può rendere il viaggio più piacevole, a patto di trovare in questo sentiero un interessante diversivo. E a patto di tornare poi sulla strada principale per proseguire il percorso originale. Secondo lo scrittore francese Auguste de Villiers, le digressioni devono essere come quei cerchi che i bambini buttano lontano, ma che, grazie a un certo movimento nella fase di lancio, tornano nella mano di chi li ha buttati.

L’Idea: I titoli dei suoi libri (es.: “Le idee nuove sono quelle che nessuno ricorda più”, “Sono modesto e me ne vanto”, “Non ho niente da dire ma so come dirlo”) rispecchiano una certa ironia, che suppongo sia presente anche nel loro contenuto. Da dove nasce questa sua attitudine? La porta anche nella vita di tutti i giorni?
Claudio Nutrito: In effetti, anche nella vita di tutti i giorni, ho la tendenza a ricorrere all’ironia. Almeno a provarci. Ho pure l’attitudine a trattare temi apparentemente leggeri. Dico “apparentemente” perché si tratta spesso di temi che, letti in controluce, rivelano certi aspetti di costume come, ad esempio, il vuoto che si nasconde dietro l’uso di certe parole (è il tema di “Non ho niente da dire ma so come dirlo”). Tratto temi magari effimeri, ma cerco di farlo con un certo impegno, in linea con le parole di Andy Warhol: “Sono una persona profondamente superficiale”.

L’Idea: Qual è il libro da lei scritto con cui s’identifica di più e perché?
Claudio Nutrito: Prima di “Bologna Navona” a questa domanda avrei risposto “Sono modesto e me ne vanto”, libro dedicato ai paradossi. È una materia che mi appassiona: spesso si può scoprire “un senso dietro un controsenso”. I paradossi, infatti, possono svelarci, in maniera pungente, una verità o, meglio, un’altra verità. Così come si può scorgere un aspetto paradossale dietro realtà che si presentano come ovvie, logiche, consolidate. I paradossi aggiungono gusto e relax alla vita quotidiana.  Creare paradossi è un esercizio divertente. E anche utile, perché un paradosso fa riflettere chi lo formula.
Oggi però il mio libro preferito è l’ultimo, cioè “Bologna Navona” perché, essendo un romanzo, ho dovuto creare dei personaggi ed è stata una gestazione laboriosa e lunga…ben superiore ai tradizionali nove mesi. Mi sono quindi affezionato ai personaggi che ho “partorito”, in particolare ai protagonisti − Andrea, Rossella, Cesare, Janine – che sento un po’ come miei figli.

L’Idea: In alcuni suoi libri e articoli, lei parla di pensiero laterale e di pensiero parallelo. A che cosa si riferisce?
Claudio Nutrito: Pensiero Laterale e Pensiero Parallelo sono due metodi inventati dallo psicologo Edward de Bono– e adottati in tutto il mondo da organizzazioni pubbliche e private – per sviluppare le capacità creative.
In sintesi: Il pensiero laterale si differenzia dal pensiero verticale (logico) in quanto i vari passi del pensiero verticale sono deduttivi, mentre nel Pensiero Laterale non è richiesta alcuna logica sequenziale ed è quindi consentito “fare dei salti”. Il pensiero laterale non sostituisce quello verticale: lo integra. Infatti, il suo scopo è di sfociare, alla fine, nella logica tradizionale, cioè di produrre un’idea il cui beneficio sia valutabile con la logica.
Il pensiero parallelo − noto come “Il metodo dei sei cappelli” − consente di superare il tradizionale pensiero critico e antagonistico, e di adottare un pensiero costruttivo. Di fronte ad un argomento si è portati a usare contemporaneamente vari atteggiamenti di pensiero: logico, creativo, emotivo ecc. Il ché si traduce facilmente in un pensiero confuso e improduttivo. Col metodo dei sei cappelli, i vari tipi di pensiero sono invece tenuti rigorosamente separati. Si tratta di indossare, metaforicamente, uno per volta, sei cappelli di sei diversi colori rappresentanti sei diversi atteggiamenti mentali, sei diverse destinazioni verso cui dirigere il pensiero. Il metodo è utilizzabile sia individualmente sia in gruppo. In gruppo tutti i partecipanti “indossano” contemporaneamente lo stesso cappello: per questo si parla di pensiero parallelo.
Pensiero Laterale, Pensiero Parallelo e altri metodi per la produzione d’idee sono esposti in alcuni miei libri: “Voglio essere più creativo”, “Lo davo per scontato, ora non più”, “Utile e dilettevole”.

L’Idea: Dopo questo romanzo, lei pensa che continuerà in questa nuova vena creativa o ha altri progetti in corso per il prossimo libro?
Claudio Nutrito: Ancora non lo so, ci sto pensando. Forse nel prossimo romanzo potrei inserire un’altra città che amo, New York: magari una storia che si sviluppa nel triangolo New York – Bologna – Roma.

L’Idea: Lei insegna vari corsi. Potrebbe illuminarci su questa sua attività?
Claudio Nutrito: Sono corsi per aziende e organizzazioni inerenti marketing, strategia, qualità dei servizi, creatività e innovazione. In questi corsi la creatività (pensiero laterale, pensiero parallelo e altri metodi) ha un ruolo primario perché oggi efficienza e competenza sono fattori indispensabili, ma non sufficienti. Per le organizzazioni diviene essenziale un terzo elemento: la creatività. Dall’ambiente si emergono nuove esigenze e non è più sufficiente migliorare ciò che già si sta facendo. Da qui la necessità di nuovi approcci che nascono dalla corretta applicazione del pensiero creativo.   Per le organizzazioni, quindi, la creatività non è più un optional, ma una necessità.

L’Idea: Se potesse incontrare un personaggio famoso di qualsiasi epoca, quale sarebbe e perché? Che cosa gli direbbe?
Claudio Nutrito:Vorrei incontrare due grandi artisti francesi di cui ho parlato in un mio libro: François Truffaut (regista, 1932-1984) e Sacha Guitry (attore, commediografo, regista, 1885-1957). Due artisti molto diversi, ma con un punto in comune: l’insolenza. Del resto il titolo del mio libro è “I due magnifici insolenti”.
Quest’insolenza si riscontra nei loro scritti e nelle battute dei loro personaggi.  Un’insolenza che non è mai arroganza gratuita, ma piuttosto un’assoluta franchezza nell’esprimere punti di vista inconsueti, in contrasto con i luoghi comuni più diffusi. Le loro opere raccontano spesso l’instabilità dei sentimenti, l’amore provvisorio che prevale sull’amore definitivo.
Truffaut e Guitry non credono all’amore definitivo.
Dice Truffaut: “Poiché un amore dura poco tempo, non c’è altra soluzione per combattere la solitudine che innamorarsi spesso”.
Sacha Guitry, convinto dell’instabilità dell’amore, suggerisce queste parole per una proposta di matrimonio: “Vuoi essere la mia prima moglie?”.
Amore provvisorio e definitivo: mi piacerebbe scrivere un romanzo su questo tema.  A Truffaut e Guitry perciò chiederei “Come vedete oggi la contrapposizione fra amore provvisorio e definitivo? È la stessa da voi descritta qualche decennio fa? Internet e smartphone assecondano l’amore provvisorio o possono facilitare la ricerca dell’amore definito? Pensate sia preferibile vivere l’amore nella prospettiva di una fedeltà “a tempo”, di una probabile futura sostituibilità? E che magari questa consapevolezza renda capaci di amare più intensamente?
Il dualismo fra amore definitivo e provvisorio è stato così sintetizzato dalla scrittrice Louise de Vilmorin: “Ti amerò per sempre, stasera”. Vorrei chiedere a Truffaut e Guitry se questa dichiarazione è ancora valida.

L’Idea: Ha un messaggio da inviare ai nostri lettori italoamericani che ancora amano la lingua della madre patria?
Claudio Nutrito: Spero che continuino ad amare la nostra lingua. È sempre una lingua molto bella nonostante se ne faccia spesso un uso distorto. Molte parole, infatti, sono oggi usate come “stampelle” cui sorreggersi quando non si ha niente da dire: quando si vuole coprire un vuoto nel pensiero, nascondere la mancanza d’idee e argomenti.
Il mio messaggio (“messaggio”, per la verità, è una parola grossa) è: “Non facciamoci il sangue amaro quando – per esempio nei talk-show in TV −, sentiamo la nostra lingua usata in discorsi vuoti. Affrontiamo magari la cosa con ironia citando alcuni aforismi d’illustri autori: “Ci sono persone che parlano, parlano …finché non trovano qualcosa da dire.” (Sacha Guitry), “Amo molto parlare di niente: è l’unico argomento su cui so tutto.” (Oscar Wilde). ”Non ho niente da dire e lo sto dicendo” (John Cage).

Share This Article

Related News

From supermodel to Celebrity Chef and successful author. An exclusive interview with Maria Liberati
Being Italian American is in the DNA of my being and of my work… An exclusive interview with playwright and director Charles Messina
The Sirian Revelations bring hope to the world. An exclusive interview with author and clairvoyant Patricia Cori

About Author

Tiziano Thomas Dossena

Leave A Reply

Leave a Reply