Thursday, September 10, 2026

Ermeneutica della metamorfosi e dissoluzione del post-umano nel Pinocchio del XXI secolo

di Ivan Pozzoni

La storiografia letteraria e l’ermeneutica della cultura tardomoderna si sono imbattute, nel corso del primo quarto del XXI secolo, in un’evidenza epistemologica ineludibile: Le avventure di Pinocchio non costituiscono una semplice parabola pedagogica destinata al disciplinamento dell’infanzia. Esse sono un dispositivo narrativo di interrogazione radicale sulle strutture del potere, dell’ontologia e del diritto. Il manufatto collodiano agisce come un catalizzatore di forme discorsive, ponendosi al centro di una faglia ermeneutica in cui la nozione stessa di ‘umano’ viene continuamente problematizzata, decostruita e ricomposta. Analizzare la fortuna di Pinocchio nel panorama contemporaneo significa penetrare nei meccanismi testuali tramite l’uso programmatico delle pragmatics linguistiche — laddove l’atto linguistico (speech act) non si limita a descrivere la realtà, fondandola cogenzialmente — accostato alle categorie della critica letteraria analitica, della neuroscienza cognitiva, della sociologia dell’arte e della politologia della cultura. La corporeità del burattino, sospesa nel limbo della liminarità, contesta la pretesa di esaustività della ragione occidentale. L’espressione della materia che precede il gesto artigianale — manifesta nel celebre momento in cui il legno comincia a parlare primordialmente prima di qualsiasi plasmazione: «I-o… me la son cavata da me» o nella percezione del dolore provato dalla fibra arboricola- costituisce l’esplicita testimonianza di una soggettività vegetale che preesiste al sistema disciplinare dell’adulto e delle sue istituzioni. Sotto la lente delle pragmatics e della pragmatica della comunicazione, il testo di Collodi rivela un’architettura performativa basata sul collasso delle massime conversazionali e sulla sovversione del principio di cooperazione formulato da Paul Grice. La menzogna di Pinocchio, plasticamente resa visibile dall’estensione ipertrofica dell’appendice nasale, cessa di rappresentare un mero scarto etico o pedagogico fino ad assurgere a vero e proprio performative utterance che modifica la topografia corporea del soggetto narrante. Tale fenomeno trova una convergenza con gli indirizzi della neuroscienza cognitiva e dell’empatia embodied (embodied simulation). Quando il lettore recepisce la descrizione del corpo ligneo che subisce la pirofobia della combustione dei piedi o che sperimenta la rigidità della materia rigida rispetto al flusso fisiologico organico, i neuroni specchio attivano una risposta somatosensoriale che abbatte la barriera tra il bios umano e la materia inerte (zoë). Sul piano filosofico e letterario, questo statuto del legno dialoga direttamente con la vibrant matter teorizzata nel materialismo ecocritico di Jane Bennett o con l’ontologia orientata agli oggetti (Object-Oriented Ontology) di Graham Harman, risuonando al contempo nelle posizioni speculative del realismo capitalistico di Mark Fisher. Pinocchio cessa di essere un’allegoria intesa in senso tradizionale per trasformarsi in una presenza estetica autonoma, paragonabile alle entità mutanti della prosa contemporanea di autori quali Don DeLillo o Cormac McCarthy, laddove il confine tra la spazzatura reificata del capitale e l’organicità biologica appare irrevocabilmente consumato. Se la sociologia dell’arte e la politologia della cultura analizzano l’opera letteraria in qualità di campo di forze entro cui si condensano le ideologie dominanti, l’itinerario di Pinocchio rivela le dinamiche del disciplinamento sociale e della produzione della soggettività. Il tribunale di Acchiappacitrulli, la decisione paradossale del giudice-scimmione e la successiva detenzione del protagonista offrono una rappresentazione plastica dell’inversione sanzionatoria e della giustizia formalistica. L’innocente viene incarcerato per il solo fatto di essere stato derubato, mentre la remissione della pena avviene unicamente attraverso la mendace auto-inclusione nella categoria dei «malandrini». L’analisi analitico-critica del testo fa emergere la natura biopolitica del potere: l’ordine giuridico non mira alla giustizia sostanziale, bensì al controllo dei corpi devianti. Le parole pronunciate dal giudice— «Questo povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione»— incarnano la vertigine dell’assurdità burocratica e sanzionatoria. La metamorfosi finale da burattino a «ragazzino perbene» concretizza l’assimilazione definitiva dell’individuo nell’apparato di produzione della civiltà industriale. Tale processo di estinzione dell’ibridismo primordiale trova un parallelo critico e teorico immediato nel pensiero filosofico contemporaneo di Giorgio Agamben sul concetto di homo sacer e sulla nuda vita, oltre che nelle riflessioni di Judith Butler sulla producibilità dei corpi normati. La ricezione teologica del testo, nell’evidenziare la struttura della caduta, del travaglio e della conversione riconducibile alla parabola del figlio prodigo, si scontra con l’ambivalenza ontologica del finale. La trasmutazione di Pinocchio in essere umano implica una scissione traumatica: la carcassa di legno rimane abbandonata su una sedia, come un involucro svuotato e reificato. «Come ero buffo, quand’ero un burattino! e come ora son contento di essere diventato un ragazzetto perbene!»: in questa dichiarazione conclusiva della voce narrante si consuma la tragedia del conformismo e la perdita della condizione vegetale e selvatica. Attraverso gli strumenti dei Childhood Studies e del post-umanesimo, la trasformazione non appare come un’esclusiva vittoria morale, è la definitiva cancellazione della child agency e dell’alterità radicale del non-umano. Il burattino, originariamente immune alle dinamiche di genere, alle barriere biologiche e all’addomesticamento sociale, soccombe alla griglia della normalizzazione tardo-capitalistica. La figura della Fata Turchina e l’istanza paterna di Geppetto agiscono quali agenti di una restaurazione simbolica che disciplina l’esuberanza anarchica della materia d’origine. Volendo tirare le somme al di fuori delle gabbie del gergo strettamente accademico, la straordinaria tenuta di Pinocchio nel nostro secolo risiede nella sua capacità di parlare direttamente alle nostre paure e alla nostra natura incerta. Il racconto mostra in modo lineare come la società tenti costantemente di plasmare, correggere e omologare l’individuo fin dalla sua origine. La parabola del burattino rivela che il passaggio all’età adulta e la conquista della cosiddetta ‘normalità’ comportano sempre un prezzo altissimo: la rinuncia alla libertà originaria, alla fantasia spontanea e a quella carica vitale e imprevedibile che ci lega al mondo naturale. Pinocchio non è semplicemente la storia di un disobbediente che impera a comportarsi bene, ma rappresenta lo specchio della condizione umana contemporanea, divisi come siamo tra il desiderio di adattarci alle regole del sistema e l’impulso irrinunciabile di rimanere autentici, liberi e fuori da ogni schema preordinato.

Ivan Pozzoni
Ivan Pozzoni
Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature. Ha diffuso saggi su filosofi italiani e su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2005 e 2026 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi Introversi, Mostri, Galata morente, Carmina non dant damen, Scarti di magazzino, Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni e Kolektivne NSEAE e Lo Stato Pontificio con Divinafollia. Ha scritto/curato 152 volumi, scritto 1000 saggi, fondato un movimento d'avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman), e steso un Anti-Manifesto NeoN-Avanguardista. I suoi versi sono tradotti in trenta lingue. Nel 2024, dopo sei anni di ritiro totale allo studio accademico, rientra nel mondo artistico italiano e fonda il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica) [https://kolektivnenseae.wordpress.com/], braccio “armato” del tardomodernismo letterario.

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