Di Federico Scatamburlo
La Stagione Sinfonica 2025 del Teatro Filarmonico di Verona ha regalato un altro appuntamento straordinario, in una serata di altissimo livello musicale che ha visto protagonisti il giovane e brillante direttore Ryan McAdams e uno dei pianisti più acclamati al mondo, Mikhail Pletnëv. Un concerto attesissimo, impreziosito da un sentito omaggio a Béla Bartók, di cui ricorre l’ottantesimo anniversario della scomparsa, e dalla monumentale esecuzione del Concerto n. 3 di Sergej Rachmaninov, una delle opere più complesse e affascinanti del repertorio pianistico.

Il pubblico ha risposto con entusiasmo all’evento: già nei giorni precedenti le ultime disponibilità erano andate esaurite, e la sera del concerto il Teatro Filarmonico si è riempito fino all’ultimo posto. L’attesa era palpabile, e l’atmosfera carica di emozione già prima che si spegnessero le luci in sala.
L’apertura: il contemporaneo incontra la tradizione
Ad aprire il programma è stata una prima esecuzione assoluta per l’Italia: Brink, brano del compositore irlandese Donnacha Dennehy (1970), scritto durante la pandemia e fortemente ispirato alla musica di Beethoven. Un’opera che esplora il concetto di tensione e crisi, conducendo l’ascoltatore “sull’orlo del baratro” attraverso un gioco di equilibri instabili e colori orchestrali intensi.
La bacchetta di McAdams, noto per la sua sensibilità verso il repertorio contemporaneo, ha saputo rendere con precisione l’energia del pezzo, esaltandone le sfumature timbriche e la drammaticità con l’orchestra che ha risposto con grande coesione, creando un crescendo emotivo che ha catturato l’attenzione del pubblico.

Subito dopo, è stato il turno di Béla Bartók con la suite sinfonica tratta da Il mandarino meraviglioso, un’opera che, sin dalla sua prima esecuzione, ha suscitato forti reazioni per la sua audacia espressiva. Il linguaggio orchestrale di Bartók, carico di tensione, ritmi frenetici e armonie penetranti, è stato reso con impeto e precisione da McAdams, che ha saputo mantenere un perfetto bilanciamento tra potenza e controllo. L’Orchestra della Fondazione Arena di Verona ha restituito con grande efficacia la ricchezza coloristica e l’intensità espressiva del brano, lasciando il pubblico senza fiato.
L’accostamento tra il contemporaneo Dennehy e il visionario Bartók ha dunque creato un interessante contrasto tra passato e presente, tra ricerca sonora e tradizione, dimostrando ancora una volta la vitalità del repertorio sinfonico.
L’attesa per Rachmaninov: un’interpretazione straordinaria
Dopo l’intervallo, l’attenzione si è completamente spostata sul pianoforte, pronto ad accogliere Mikhail Pletnëv per l’esecuzione del Concerto n. 3 in re minore op. 30 di Sergej Rachmaninov. Questo capolavoro, composto nel 1909 e debuttato a New York dallo stesso autore, è considerato tra i più impegnativi per qualsiasi pianista: una vera prova di resistenza, abilità tecnica e profondità espressiva.

Pletnëv ha affrontato la partitura con una sicurezza impressionante, offrendo un’interpretazione di rara eleganza. Sin dalle prime note dell’Allegro ma non tanto, il suo tocco si è rivelato impeccabile: chiaro, controllato, privo di eccessi, ma capace di scavare in profondità nelle linee melodiche. L’orchestra, guidata con sensibilità da McAdams, ha sostenuto il pianista senza mai sopraffarlo, creando un perfetto equilibrio tra la brillantezza solistica e la maestosità sinfonica.
Nel secondo movimento, Intermezzo – Adagio, Pletnëv ha messo in luce tutta la dimensione lirica dell’opera. Qui il pianoforte diventa quasi un cantante, e il solista russo ha saputo esaltare ogni sfumatura emotiva con un fraseggio attentamente calibrato. Le melodie, arricchite dai dialoghi con clarinetto e fagotto, hanno creato un’atmosfera sospesa, di malinconia struggente, che ha letteralmente incantato la platea.
Il Finale, Alla breve, è stato il momento di massima tensione esecutiva: un’esplosione di virtuosismo, con passaggi rapidissimi e richiami tematici ai movimenti precedenti. Pletnëv ha gestito con apparente facilità la scrittura densissima di Rachmaninov, evitando qualsiasi forzatura e restituendo un’interpretazione di assoluta naturalezza.
Al termine del concerto, la sala è esplosa in una standing ovation. Il pubblico, travolto dalla qualità dell’esecuzione, ha chiamato più volte il pianista sul palco, tributandogli un’ovazione prolungata.
Pletnëv, con la sua consueta discrezione, ha ringraziato concedendo due bis d’eccezione: un’intensa esecuzione di Chopin, seguita da una raffinata lettura di Tchaikovsky, in un momento di rara bellezza musicale che ha suggellato una serata già straordinaria.
La recensione si riferisce al recital del 29 marzo 2025