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Un tocco particolare (il mio piede sinistro)

di Danilo Santelli

Una grave malattia cerebrale che ha reso Christy Brown quasi completamente infermo non gli ha impedito di cimentarsi con l’arte della pittura e della scrittura, utilizzando il solo piede mancino. “Il mio piede sinistro” è il film che racconta la storia di questo ragazzo irlandese, disabile dalla nascita, interpretato magistralmente da Daniel Day-Lewis. Con la collega giornalista Sandra Fiore, storica dell’arte, abbiamo passato in rassegna diverse storie di artisti e di opere scultoree e pittoriche che testimoniano come la menomazione e la malattia possano veicolare una potente forza espressiva

“Il mio piede sinistro” è un film del regista Jim Sheridan incentrato sulla storia di un artista irlandese realmente esistito, Christy Brown, che imparò a scrivere e a dipingere con il piede mancino, nonostante fosse affetto da una paresi cerebrale che gli impediva di camminare, parlare e mangiare autonomamente. Le notevoli prove attoriali che realizzarono Daniel Day-Lewis e Brenda Fricker, impersonificando Brown e la madre, valsero loro gli Oscar come miglior attore protagonista e miglior attrice non protagonista, nel 1990. La pellicola ricevette anche altre tre candidature, come miglior film, regia e sceneggiatura non originale.

La storia dell’uomo racconta di un lungo percorso nel quale la malattia e la disabilità, che riguardino l’artista o i soggetti rappresentati, danno all’arte stessa una piega espressiva particolare e per certi versi peculiare. “La sofferenza può diventare una lente che orienta lo sguardo e l’interpretazione della realtà, dando forma a visioni più intime e cariche di tensione. ‘Il paralitico’, scultura della cosiddetta ‘Fontana degli assetati’, eseguita da Arnolfo di Cambio tra il 1277 e il 1282, colpisce per la sua forza espressiva: il corpo deformato, realistico nelle sue fattezze, ha introdotto la dimensione umana e tangibile della fragilità, anticipando una sensibilità che diventerà centrale molti secoli dopo. In età moderna i temi della malattia e della deformità non scomparvero, ma vennero in gran parte espressi dalla narrativa religiosa, nelle rappresentazioni di carità, miracoli o nella pittura di genere. ‘Lo storpio’ di Jusepe de Ribera, dipinto del 1642, raffigura un giovane mendicante sorridente, emblema della povertà ma anche di dignità e speranza, nel quale la prospettiva dal basso esalta la figura e l’umanità del soggetto. Un capitolo significativo è quello delle opere legate alle grandi epidemie, come il dipinto del 1630-31 ‘La peste di Ashdod’ di Nicolas Poussin, che restituiscono la malattia come fenomeno collettivo, spesso permeato da una lettura degli accadimenti in chiave religiosa”, spiega Sandra Fiore, giornalista dell’Ufficio stampa del Cnr e storica dell’arte.

Nel diciannovesimo e ventesimo secolo la rappresentazione di queste tematiche cambia radicalmente perché la prospettiva, anziché proiettarsi sul mondo esterno, si riversa nell’esperienza interiore dell’artista, contribuendo a fornire una visione intimistica e personale dell’arte figurativa. “Il percorso di molti artisti di questo periodo è stato influenzato da condizioni fisiche o psicologiche specifiche, spesso legate anche al riemergere di traumi dell’infanzia. In questi casi la malattia è diventata un filtro in grado di trasformare lo sguardo, definendo un linguaggio artistico unico. Vincent Van Gogh ha tradotto il proprio disagio psichico in una pittura inquieta, nella quale il colore si carica di tensione emotiva e le pennellate diventano rapide e vorticose. Allo stesso modo, lo scultore Vincenzo Gemito ha sviluppato una ricerca quasi ossessiva, caratterizzata da una profonda intensità introspettiva, dopo aver subito un crollo nervoso. Edvard Munch, segnato fin da giovane da lutti e malattie, ha tratteggiato un immaginario dominato dall’angoscia, come testimonia il dipinto del 1893 ‘L’urlo’, mentre Frida Kahlo ha trasformato il dolore fisico cronico in un racconto autobiografico, dove l’arte diventa testimone di memoria e sofferenza. In Francis Bacon, la cui biografia è marchiata da rifiuti, instabilità e relazioni drammatiche, la rappresentazione del corpo perde unità e compattezza diventando effige della fragilità umana, come nel dipinto del 1953 ‘Studio dal ritratto di Innocenzo X’. Infine, anche alterazioni fisiche di non grande entità possono produrre effetti profondi, come nel caso di Claude Monet che, colpito da cataratta nei suoi ultimi anni di vita, ha modificato la percezione dei colori approdando così a soluzioni pittoriche sempre più libere”, conclude Fiore.

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