IL VECCHIO E PAULINA
Racconto di Bruno Pegoretti
Tra il frangersi sulla sabbia delle ultime, purissime onde dell’Oceano e le prime, innocue rocce rosse della Sierra Madre, se ne stava là, nel cielo di maggio, accovacciato nel sole, un piccolo rancho. Timido, si sarebbe detto, malato di solitudine, ignorato dalle rare macchine di passaggio sulla stradella bianca. Come da copione scritto da duecento e passa anni, era interamente costruito in legno, con un portico a tre colonne e quattro sedie (una a dondolo), messe lì sotto, all’ombra, e una minima costruzione, anch’essa in legno, adiacente: la dimora padronale. Un rancho, insomma, simile a tutti gli altri. Vedere per credere: carretera Tapantepeca, trenta chilometri a nord di Mazatlàn, uno più, uno meno, camino de tierra, a sinistra.
Fuori dal mondo, seminascosta dai cactus e dagli alti ficus benjamin, affacciata sulla strada, quasi inutile tra il fogliame, sulla facciata, in alto, un’insegna di un giallo sbiadito dalla salsedine e da troppe stagioni e una scritta, una volta di un rosso vivo. Indicava: RANCHO SIERRA MADRE.
Il rancho ospitava cinque rancheros, un indiscusso capo e undici cavalli, custoditi nella grande stalla. Di giorno, più o meno strigliati, si sgranchivano le zampe in quell’esiguo mezzo ettaro di erba spelacchiata confinante con il rancho.
Rare volte, due o tre al mese, arrivavano i turisti americani, adescati da un complice a Mazatlàn.
Accompagnati dai rancheros, gli americani, in sella a cavalli al passo, risalivano i primi contrafforti della Sierra e imboccavano un sentiero quasi invisibile, segnalato solo a tratti da enormi cactus sbilenchi. Tornavano al tramonto. Là, accolti in una grande sala, si sedevano stanchi attorno a tre tavoli uniti in fila. Armadi e cassettoni, di ordinaria fattura, erano addossati alle pareti senza criterio né gusto. Tre divani rivestiti in tessuto a fioroni sbiaditi e tre bassi tavolini ne rifinivano l’arredamento. Alle pareti, alcune stampe di cavalli e una, in bianco e nero, del ritratto di Frida Kahlo. I gringos americani, ai tavoli, offerta dal rancho, imbastivano la cena (all included) e gli ospiti s’ingozzavano di tacos con carnitas e burritos, e scolavano smodatamente birra. Terminavano con tequila e mezcal en abundancia. Scomposti ringraziavano sinceri, salivano ubriachi sui suv e sulle jeep e ritornavano a Mazatlàn. Fortunatamente, la strada dritta e per nulla trafficata, almeno la sera e la notte, concedeva ai gringos, gonfi di birra e tequila, un ritorno quasi sicuro.
La verità? Il rancho Sierra Madre, i cavalli e i rancheros improvvisati recitavano la parte di attori sgangherati in una commediola alla buona, una finzione mal riuscita di un teatrino di dilettanti. La verità era che i cinque rancheros e Miguel Torres, indiscusso boss dell’intera baracca, erano l’ultimo avamposto di fentanyl, l’ultimo prima della California.

