Recensione di Salvatore Margarone
La ripresa al Teatro Filarmonico di Verona del Don Giovanni di Mozart, nell’allestimento firmato da Enrico Stinchelli e già presentato nella stagione 2019, conferma le perplessità emerse fin dal suo debutto. La regia, improntata a un sostanziale rispetto letterale del libretto, si colloca su un piano prevalentemente illustrativo, rinunciando a un’elaborazione concettuale capace di interrogare in profondità la complessa ambiguità drammaturgica dell’opera.
L’azione scenica procede con linearità, ma senza una reale tensione interna: la dialettica fra dramma giocoso e dimensione tragico-metafisica resta sostanzialmente irrisolta. Il personaggio di Don Giovanni viene così restituito più come ingranaggio funzionale alla narrazione che come principio perturbante e catalizzatore dell’intero impianto teatrale. La ripresa non sembra aver beneficiato di un ripensamento sostanziale rispetto al 2019: la direzione degli interpreti appare spesso generica e le soluzioni registiche privilegiano la chiarezza narrativa a scapito di un più incisivo approfondimento psicologico e simbolico.
Più problematica la prova di Elisa Verzier, chiamata anche in questa recita a sostituire Gilda Fiume nel ruolo di Donna Anna. L’interpretazione, pur attenta al dettaglio espressivo, risulta disomogenea sul piano vocale e scenico; la cantante talvolta appare spaesata, complice anche un impianto registico che offre pochi appigli drammaturgici e un palcoscenico visivamente spoglio.
Efficace anche il Leporello di Paolo Bordogna, ben calato scenicamente nel ruolo del servitore-spalla, dotato di presenza teatrale e di una vocalità sicura, capace di coniugare precisione musicale e senso del teatro, conquistando il pubblico con meritati applausi.
Corretta e professionale la prova del Don Giovanni, interpretato da Christian Federici con voce controllata e intenzioni sempre misurate, senza compiacimenti o forzature, a testimonianza di una lettura consapevole e stilisticamente rispettosa del ruolo. Qualche riserva, invece, per la coppia Zerlina-Masetto, rispettivamente Emma Fekete e Alessandro Abis: Zerlina evidenzia una vocalità talora stridula e instabile, mentre Masetto appare scenicamente e vocalmente ancora acerbo. Analoghe perplessità suscita il Don Ottavio di Leonardo Sánchez, la cui resa vocale non sempre sostiene le intenzioni musicali e risulta impacciato sul piano attoriale.
Infelice, ancora una volta la scelta, nella scena finale, di far cantare il Commendatore, interpretato da Ramaz Chikviladze, da dietro le quinte con un amplificatore (nemmeno calibrato bene).
Scene di Enrico Stinchelli e costumi di Maurizio Millenotti rimangono invariati in questa ripresa, così come le luci di Paolo Mazzon e il visual design di Ezio Anronelli.
Nel complesso, questo Don Giovanni veronese si impone come una produzione di interesse soprattutto musicale, sostenuta da una direzione orchestrale di alto profilo e da alcune prove vocali di rilievo. L’impianto registico, già problematico in origine, continua invece a lasciare irrisolti i nodi interpretativi di un’opera che richiederebbe uno sguardo più radicale, analitico e coraggioso sul piano teatrale.
La recensione si riferisce alla recita del 25 gennaio 2026.
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