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Pascal e il compromesso permanente dell’essere umano con sé stesso

Di Ivan Pozzoni

La contraddizione come struttura dell’umano

L’essere umano desidera la coerenza con la stessa intensità con cui produce le condizioni della propria incoerenza. Questa tensione, in Blaise Pascal, non rappresenta un difetto occasionale del ragionamento, correggibile mediante una dose supplementare di logica: è una condizione antropologica. Le Pensées smontano l’immagine di un soggetto sovrano, trasparente a se stesso e capace di ordinare desideri, giudizi e azioni secondo un unico principio. La ragione resta indispensabile, senza governare. Pascal lo formula nel celebre frammento: «Le cœur a ses raisons, que la raison ne connaît point» («Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce») [Pensées, Lafuma 423, Sellier 680). Il cuore non coincide con l’irrazionalità: designa una modalità di adesione che precede la dimostrazione e condiziona ciò che il soggetto è disposto a riconoscere come vero. La razionalità non opera nel vuoto: lavora su premesse affettive, abitudini percettive e interessi che raramente ha scelto. Il limite della ragione non autorizza il relativismo. Pascal distingue la debolezza del ragionamento dalla falsità di ogni conoscenza: «Nous connaissons la vérité, non seulement par la raison, mais encore par le cœur» («Conosciamo la verità non soltanto mediante la ragione, ma anche mediante il cuore») [Pensées, Lafuma 110, Sellier 142]. La tesi non assegna a ogni sentimento un certificato di verità; segnala che l’esperienza umana non deve essere ridotta a una sequenza di inferenze esplicite. Qui si colloca il problema della coerenza assoluta: il soggetto deve giudicare gli strumenti con cui giudica, senza disporre di un punto di osservazione esterno alle proprie inclinazioni. Jean Mesnard, nei suoi studi sulle Pensées, interpreta il moi haïssable come un io che pretende di farsi il centro di tutto, subordinando il mondo alla propria conservazione. Philippe Sellier, attraverso il lavoro filologico ed editoriale su Pascal, consente di leggere i frammenti come un pensiero in tensione, non come un sistema chiuso che abbia risolto ogni contraddizione. La forma incompiuta delle Pensées è coerente con il loro oggetto: una coscienza che cerca l’ordine e, contemporaneamente, scopre quanto sia difficile stabilizzarlo. L’analisi pascaliana dell’immaginazione approfondisce questa fragilità. «Les hommes prennent souvent leur imagination pour leur cœur» («Gli uomini scambiano spesso la propria immaginazione per il cuore») [Pensées, Lafuma 975, Sellier 739]. L’individuo attribuisce alla convinzione ciò che deriva da una rappresentazione ripetuta, da una paura o da un desiderio. Gérard Ferreyrolles, studiando il ruolo dell’immaginazione e della consuetudine in Pascal in Les reines du monde (Champion, 1995), mostra quanto sia decisiva la capacità di queste forze di orientare il giudizio e di rendere plausibili le costruzioni mentali. La questione non è che possiamo sbagliarci: è che non riconosciamo come errore ciò che protegge la nostra immagine di noi stessi. L’io si presenta come giudice imparziale mentre difende, senza dichiararlo, la sua posizione.

Autoinganno, attenzione e pragmatica della giustificazione.

La psicologia contemporanea offre strumenti per precisare il meccanismo senza dissolvere Pascal in un precursore delle scienze cognitive. La dissonanza cognitiva descritta da Leon Festinger mostra come la compresenza di cognizioni incompatibili sia idonea a spingere l’individuo a ridurre il conflitto, modificando le sue interpretazioni anziché le sue condotte. In When Prophecy Fails, Festinger, Henry W. Riecken e Stanley Schachter sintetizzano una dinamica resistente alla confutazione: «A man with a conviction is a hard man to change» («Una persona profondamente convinta è difficile da cambiare») [Simon & Schuster, 2013, 4]. Non è che ogni convinzione sia falsa, bensì che la sua forza soggettiva può sopravvivere anche all’urto con i fatti. La ragione, in simili circostanze, diventa un avvocato difensore: cerca argomenti che rendano sostenibile una posizione emotivamente acquisita. Daniel Kahneman chiarisce un altro versante del fenomeno attraverso l’illusione di focalizzazione: «Nothing in life is as important as you think it is when you are thinking about it» («Niente nella vita è importante quanto credi che lo sia mentre ci stai pensando») [Thinking, Fast and Slow, Farrar, Straus and Giroux, 2011, 402]. Ciò su cui si concentra l’attenzione rischia di occupare l’intero campo del giudizio, facendo apparire marginali elementi che, in altre condizioni, risulterebbero decisivi. William James aveva osservato che «My experience is what I agree to attend to» («La mia esperienza è ciò a cui acconsento a prestare attenzione») [The Principles of Psychology, Henry Holt, 1890, I/XI, 403). L’attenzione selettiva non registra un mondo organizzato: contribuisce a stabilire che cosa, per il soggetto, diventi un’esperienza significativa. La coerenza personale dipende dalla selezione dei dati ammessi nel processo interiore. La pragmatica del linguaggio consente di seguire il passaggio dal conflitto interno alla sua giustificazione pubblica. Le persone non descrivono ciò che credono: attraverso le parole legittimano le decisioni, proteggono le reputazioni e negoziano la responsabilità delle proprie azioni. Erving Goffman scrive che, quando un individuo compare davanti agli altri, «he knowingly and unwittingly projects a definition of the situation» («proietta, consapevolmente e inconsapevolmente, una definizione della situazione»), della quale l’immagine di sé costituisce una parte essenziale (The Presentation of Self in Everyday Life, Doubleday, 1959, 6). L’identità si costruisce nell’interazione: il soggetto cerca di mantenere una rappresentazione accettabile di sé e, quando un comportamento la smentisce, è in grado di reinterpretare l’accaduto fino a ripristinarne la plausibilità. La contraddizione viene trasformata in racconto. La riflessione di Erich Fromm sulla coscienza di sé illumina il costo di questa operazione: l’essere umano sa di essere osservabile, limitato e vulnerabile, e deve organizzare le sue difese per sottrarsi a tale consapevolezza. Kierkegaard individua nel perdere se stessi un pericolo capace di passare inosservato: «The biggest danger, that of losing oneself, can pass off in the world as quietly as if it were nothing» («Il pericolo più grande, quello di perdere se stessi, può attraversare il mondo silenziosamente, come se non fosse nulla») [The Sickness Unto Death, Penguin, 1989, 62/63). L’autoinganno non richiede una menzogna consapevole: consiste nella lenta sostituzione dell’identità vissuta con quella che si è imparato a esibire.

Dalla coscienza alla società: forza, consuetudine e rappresentazione.

Per Pascal la contraddizione individuale non si comprende separandola dalle strutture sociali. La consuetudine conferisce stabilità alle norme e familiarità alle gerarchie; ciò che è condiviso deve essere scambiato con ciò che è giusto. Nel frammento politico celebre, «Ne pouvant fortifier la justice, on a justifié la force» («Non potendo rendere forte la giustizia, si è giustificata la forza») [Pensées, Lafuma 103, Sellier 135], Pascal condensa il processo con cui un rapporto di potere viene convertito in una giustificazione normativa. Christian Lazzeri, in Force et justice dans la politique de Pascal (PUF, 1993), esamina il nesso fra forza, giustizia e legittimazione: la stabilità dell’ordine politico non dimostra, da sola, la sua giustezza. L’autorità riesce a produrre obbedienza e a presentare quell’obbedienza come prova della propria legittimità. La medesima dinamica opera nella cultura e nell’arte. Il pubblico non giudica un’opera a partire da criteri autonomi: reputazione, istituzioni, consuetudini e cornici interpretative contribuiscono a definire ciò che viene riconosciuto come valore. L’analisi sociologica dell’arte permette di vedere come le valutazioni estetiche si formino in campi di relazioni e non nella coscienza isolata di un fruitore. In termini pascaliani, la consuetudine riesce a trasformare una convenzione in evidenza; in termini goffmaniani, la presentazione pubblica riesce a consolidare un’identità fino a farla apparire naturale. La critica deve interrogare non soltanto l’opera, ma anche i dispositivi che ne rendono possibile la ricezione: chi attribuisce prestigio, che aspettative vengono attivate, che forme di dissenso risultano tollerabili. Antony McKenna, nel saggio «Le sentiment dans les Pensées de Pascal: son origine, ses fonctions, son statut» (in Revista Portuguesa de Filosofia, 79, 4, 2024, 1549-1574), propone di leggere la fede umana come prodotto di educazione e abitudine, un sentimento fra gli altri. L’autore parla di una concezione «very modern» della fede umana, considerata «the product of education and habit» («il prodotto dell’educazione e dell’abitudine»). Questa lettura aiuta a comprendere quanto le convinzioni siano plasmate da processi sociali prima di essere difese come scelte individuali. La contraddizione non appartiene all’interiorità: viene organizzata e stabilizzata da linguaggi, istituzioni e pratiche collettive. La filosofia di Pascal non conduce alla rinuncia alla ragione, ma alla critica della sua pretesa di autosufficienza. Il soggetto non è in grado di eliminare ogni conflitto fra desiderio, giudizio e condotta; deve imparare a riconoscerlo, a distinguere la convinzione dalla sua difesa interessata e a sottoporre a esame le condizioni sociali che la sostengono. L’attenzione, nella prospettiva di Simone Weil, richiede una disciplina capace di sospendere l’automatismo dell’io: «L’attention est la forme la plus rare et la plus pure de la générosité» («L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità») [lettera a Joë Bousquet, 13 aprile 1942]. Prestare attenzione significa non imporre al mondo la propria versione, e lasciare che ciò che contraddice le nostre aspettative possa essere visto. L’impossibilità della coerenza assoluta non è un alibi dell’incoerenza permanente. È il limite da cui comincia un esercizio critico: sapere che la ragione è necessaria senza essere sovrana, che l’identità è vissuta e rappresentata, che le convinzioni hanno una storia affettiva e sociale. Pascal mette in scena un essere umano incapace di coincidere con se stesso, non per questo condannato all’ignoranza delle proprie contraddizioni. La ragione negoziata non è una ragione sconfitta: è una ragione che rinuncia al mito dell’innocenza e comincia a interrogare anche gli interessi che parlano attraverso la sua voce.

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