Plastiche che ingialliscono, resine che si trasformano, materiali industriali e organici che sfidano l’idea di durata. Nell’arte contemporanea il degrado non è sempre un problema da risolvere, ma talvolta una scelta consapevole. Gli interventi conservativi presuppongono sempre un’analisi approfondita delle componenti materiche dell’opera e del loro stato di conservazione, come dimostrano le pratiche consolidate degli esperti del Cnr, e un atto di interpretazione critica e di responsabilità. Ne abbiamo parlato con Laura Cartechini dell’Istituto di scienze e tecnologie chimiche “Giulio Natta”
Una superficie di cera che si deforma, una plastica che ingiallisce, una resina che si irrigidisce o un colore industriale che perde brillantezza nel giro di pochi anni. Nell’arte contemporanea la materia non è più promessa di eternità, ma una condizione instabile, destinata a mutare insieme al tempo e allo sguardo di chi osserva. Negli ultimi decenni l’arte contemporanea ha introdotto un cambiamento radicale nel rapporto tra opera e materia, mettendo in discussione le categorie tradizionali della conservazione e del restauro. L’impiego di materiali innovativi e spesso di origine industriale – plastiche, resine sintetiche, vernici industriali, bitumi, adesivi, oltre ai cosiddetti materiali poveri – ha ampliato in modo significativo le possibilità espressive degli artisti, ma ha anche reso più complessa la gestione della loro durata nel tempo. Molte opere contemporanee sono infatti realizzate con materiali instabili, non progettati per una lunga durata o soggetti a trasformazioni rapide, chimiche e fisiche. In numerosi casi, tale mutamento è il risultato di una scelta consapevole e intenzionale dell’artista che considera il tempo, la trasformazione e talvolta la scomparsa dei materiali, come fattori intriseci all’opera stessa.
Questa attitudine è particolarmente diffusa nelle pratiche artistiche del Novecento e del XXI secolo, come dimostra l’utilizzo di materiali deperibili, quali cibo, terra, piante, lattice, carta, fibre di vetro, che entrano in molte forme di arte. Ne sono un esempio le opere di Joseph Beuys (1921-1986), Dieter Roth (1930-1998), Giovanni Anselmo (1934-2023), Eva Hesse (1936-1970). In questi casi l’azione conservativa molto spesso deve accettare il degrado come parte integrante del lavoro, limitando l’intervento alla leggibilità della testimonianza.
Esistono tuttavia numerosi casi in cui, pur in presenza di materiali contemporanei e non tradizionali, l’opera non è concepita come effimera e può dunque essere oggetto di un intervento conservativo, come spiega Laura Cartechini dell’Istituto di scienze e tecnologie chimiche “Giulio Natta” (Scitec) del Cnr: “Il concetto di conservazione non può prescindere da una conoscenza approfondita dei materiali costitutivi dell’opera d’arte e dei loro comportamenti nel tempo, soprattutto in relazione ai diversi fattori ambientali cui sono esposti. Proprio questa esigenza ha favorito la nascita e lo sviluppo della scienza del patrimonio culturale, un ambito di ricerca fortemente interdisciplinare, che costituisce oggi il fondamento della conservazione preventiva. Tuttavia, la comprensione degli aspetti materici di un’opera rimane una sfida complessa. Se ciò vale per le tecniche artistiche tradizionali, diventa ancora più evidente con l’introduzione dei nuovi materiali, diffusi a partire dall’era industriale fino alla contemporaneità. La varietà, l’instabilità e spesso la scarsa durabilità di questi materiali, che troviamo in diversi contesti, quali, per esempio, la produzione artistica moderna e contemporanea, tra cui il muralismo urbano e la street art, fino agli oggetti di design, ne rendono più difficile la caratterizzazione analitica e la comprensione dei processi di degrado, imponendo un continuo aggiornamento delle metodologie di studio e di intervento”.
Il Consiglio nazionale delle ricerche, attraverso lo sviluppo di metodologie analitiche avanzate e sofisticate strumentazioni, è spesso chiamato ad analizzare le componenti materiche non solo di opere antiche, ma anche di capolavori contemporanei, come è accaduto per “Alchemy”, il primo dripping di Jackson Pollock, conservato presso la Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, o più recentemente per il murale “Musica popolare” realizzato nel 2017 dal collettivo Orticanoodles a Milano.
In Italia, la riflessione sul restauro dell’arte contemporanea si inserisce in una tradizione teorica solida, avviata già nel 1939 con la fondazione dell’Istituto centrale del restauro, diventando un campo interessantissimo di ricerca, come dimostrano i complessi interventi sulle opere di Alberto Burri realizzate con sacchi, combustioni, plastiche e supporti industriali. In questi casi, l’azione conservativa ha privilegiato interventi minimi, un’intensa attività di studio e la conservazione preventiva, che mira a comprendere e a “governare” gli effetti del tempo e dell’ambiente su questi preziosi manufatti.
Il restauro dell’arte contemporanea si configura quindi come un atto critico che comporta scelte etiche, interpretative e culturali.

