Il 17 gennaio si è celebrata la giornata dedicata al dialetto che io amo da ottantacinque anni. Gli voglio bene perché è stato “la prima lingua” che ho parlato, che ho imparato nei vicoli e nelle strade di Napoli dove sono nato nel 1940 e perché mi ha avvicinato alla poesia e mi ha fatto vivere guardando il mondo come la più bella poesia scritta dal più grande Poeta di tutti i tempi, passati e da venire, DIO! Per questo voglio ringraziarlo e gli voglio ribadire che continuo a non condividere ciò che diceva l’Unesco nel 2012, affermando che la straordinaria parlata napoletana si sarebbe estinta entro la fine del secolo. Dissento del tutto da tale funerea previsione, così come non ritengo di alcuna utilità la promulgazione di leggi che prevedano l’introduzione dello studio dei dialetti nelle scuole. Secondo me, per salvaguardare i nostri dialetti, basterebbe arricchire il programma di “lettere” con poesie di poeti dialettali scelti tra i migliori e delle varie epoche. Ciò facendo, si salverebbero non solo le parlate popolari e i termini che inevitabilmente si vanno perdendo per la naturale evoluzione di ogni lingua, ma anche le nostre splendide tradizioni culturali. Sono le poesie “lo scrigno” in cui ritroviamo vocaboli e detti della nostra storia e delle nostre radici. Pertanto, indirizzando i ragazzi alla lettura dei poeti più rappresentativi, riusciremo a salvare qualcosa dei dialetti d’Italia dall’inevitabile oblio del tempo e da un’umanità sempre più distratta e superficiale.

E poi, mettiamo la parola “fine” alle balzane proposte di qualcuno che addirittura vorrebbe sostituire i dialetti alla lingua italiana. Teniamocelo ben caro il nostro italiano, sia per la sua bellezza letteraria sia per dare un senso al sacrificio di tanti nostri giovani connazionali che morirono per vederci tutti affratellati, sotto una sola bandiera e una sola lingua che ci accomuna tutti e ci fa sentire non campanile ma NAZIONE. Il dialetto deve continuare a essere “il gioiello di famiglia” da amare, da custodire, da difendere, da mostrare, da lasciare in eredità ai nostri figli, sollecitandoli a rispettarlo e ad amarlo come ho fatto io e tanti altri che gli vogliono bene.
A TTE, VOCE ‘E ‘STA TERRA
Voce d’ ‘a terra mia, voce sincera,
ca saje purtà tutte ‘e penziere mieie
p’ ‘e strade d’ ‘a poesia,
a tte, stanotte,
io voglio dedicà vierze d’ammore.
Pe’ tte, parlata antica, santa, eterna,
ca tuorne ogni mumento
a nascere e a cantà
ncopp’ ‘e vvucchelle d’ ‘e ccriature, voce
allera e malinconica ‘e stu popolo
c’ha scritto dint’ ‘e ppagine d’ ‘a vita
parole ‘e fede, ‘e libertà, ‘e speranza,
pe’ tte,
cumpagna ‘a cchiù carnale,
ca daje calore a tutte ‘e sentimente
ca m’ardono e me scorrono int’ ‘e vvene,
stanotte io scrivo, appassiunatamente:
te voglio bene!
Raffaele Pisani

