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IL PAESE DELLE MACCHIETTE

Caro direttore, sarà per l’età, sarà perché ho vissuto gli ultimi anni della tragica Seconda Guerra Mondiale e il difficile dopoguerra, avverto oggi un forte indebolimento di quei punti di riferimento che accompagnavano noi ragazzi dei primi anni Cinquanta. Il dibattito pubblico appare sempre più confuso e aggressivo, sempre meno ancorato ai fatti. Pur essendo astemio, la situazione sociale e politica mi fa sentire come se fossi un ubriaco: ho l’impressione che il nostro Paese stia perdendo il senso della ragione e dell’equilibrio. Si affievoliscono valori fondamentali come il rispetto dell’altro, il confronto civile e il senso della responsabilità. Cresce la sfiducia nelle istituzioni e nell’informazione, mentre riaffiorano linguaggi e atteggiamenti che, almeno ai miei occhi, richiamano pagine del Novecento che speravo non si ripetessero più. La discesa in campo del generale Vannacci, insieme a quella di altri protagonisti della politica, mi suscita più sconforto che speranza. Non è tanto la persona a preoccuparmi, quanto il successo di un modo di fare politica che privilegia la provocazione e gli slogan rispetto al confronto serio. Anche il radicale cambiamento di linguaggio di alcuni leader, come Matteo Salvini, lascia più di un interrogativo sulla coerenza della loro politica. Naturalmente non faccio di tutta l’erba un fascio: nella vita pubblica esistono ancora persone serie e competenti. Purtroppo, troppo spesso vengono oscurate da chi punta soprattutto sullo spettacolo. Ho l’impressione che sul palcoscenico della politica emergano più le macchiette che gli statisti. Confesso che da qualche tempo rido più per certe esibizioni della politica che per i film di Totò, Peppino De Filippo, Nino Taranto, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Con una differenza fondamentale: loro erano autentici maestri della comicità.

Raffaele Pisani

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