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Il corpo infranto della soglia in John Fante

di Ivan Pozzoni

La neuro-pragmatica della liminalità nell’immigrato di seconda generazione

L’identità dell’immigrato di seconda generazione costituisce un prisma di rifrazione violenta, una cerniera che non chiude ma spalanca la carne sull’abisso del non-appartenere. Nel corpus di John Fante, il soggetto non risiede in una cultura né trasmigra pacificamente in un’altra: resta incastrato nella terra di nessuno dell’in-betweenness, uno spazio liminare caratterizzato da un’iper-reattualizzazione delle strutture pragmatiche dell’enunciazione. Arturo Bandini incarna la disarticolazione dell’illocutionary act: la sua parola è continuamente pronunciata in una condizione di svantaggio simbolico. In Wait Until Spring, Bandini, l’esperienza del giovane protagonista esplicita l’impossibilità di stabilire un ancoraggio semantico stabile. «He was a Catholic. He wanted to be a good Catholic. But he was an Italian, and his father was a ditchdigger». In questa triangolazione deittica, la coordinata etnica scardina la possibilità stessa di un’assimilazione religiosa o sociale. Il predicato nominale si converte in uno stigma di classe e di razza, evidenziando una frattura categoriale che il pensiero filogenetico contemporaneo riscontra nelle anatomie del dislocamento socio-linguistico. L’architettura testuale di Fante demolisce la retorica del melting pot rivelando la natura asimmetrica della conversazione sociale. Il bambino di origine italiana metabolizza la percezione di sé attraverso lo sguardo svalutante dell’autoctono, attivando una dinamica espressiva fondata sulla compensazione nevrotica e sulla reattività performativa.

Pragmatica della vergogna e deissi della negazione

Sotto il profilo analitico, la prosa fantiana agisce tramite continui sovvertimenti delle massime conversazionali descritte da H. P. Grice. Nel testo, le violazioni della massima di modo e di qualità non sono semplici espedienti stilistici, sono sintomi di un’ansia da integrazione che deforma il canale comunicativo. In Ask the Dust, Bandini dichiara in modo paradigmatico: «I hated them, and I hated her, and I loved them, and I loved her, because I was one of them». La giustapposizione ossimorica di ‘hated’ e ‘loved’ non risolve l’affetto in sintesi e attesta la polarità scissa del parlante. Dal punto di vista della politologia dell’arte e dell’antropologia simbolica, questa oscillazione rappresenta la risposta somatica alla violenza dell’egemonia culturale. Il soggetto liminare tenta di riappropriarsi della deissi personale (‘I’) cancellando contemporaneamente il legame genealogico con l’origine. In termini di critica analitica, il locus della liminalità coincide con una costante deissi spettrale: il pronome ‘they’ definisce l’alterità desiderata e irraggiungibile, mentre il pronome ‘we’ viene rifiutato come marchio d’infamia. Tale scissione evoca direttamente il pensiero del filosofo contemporaneo Byung-Chul Han sulla sociopatologia dell’iper-prestazione e sul senso di alienazione radicata nell’individuo atomizzato. L’atto di parola fantiano si trasforma in una performance difensiva dove la vergogna agisce quale operatore logico e struttura primaria della percezione.

Neurobiologia dello stigma e contrazione percettiva

La rappresentazione della liminalità fantiana trova una precisa corrispondenza nelle moderne neuroscienze cognitive, con particolare riferimento agli studi sull’incarnazione emotiva (embodied cognition) e sulla risposta neurale all’emarginazione sociale. Quando il giovane Bandini percepisce il rifiuto sociale, il testo descrive una reazione fisicamente viscerale, un ripiegamento neuro-vegetativo. In Ask the Dust, la relazione con Camilla Lopez manifesta questa tensione viscerale: «She was a Wop-hater, and I was a Wop. I hated her because she was a Mexican, and she hated me because I was an Italian». L’impiego dei termini dispregiativi etnici (‘Wop’, ‘Mexican’) costituisce un’introiezione del discorso discriminatorio dominante. Le neuroscienze affettive dimostrano che l’esposizione prolungata allo stigma attiva i medesimi circuiti neurali del dolore fisico, segnatamente la corteccia cingolata anteriore dorsale. La prosa di Fante codifica esattamente questa contrazione fisiologica: la sintassi si fa breve, martellante, caratterizzata da anafore e paratassi severe che rispecchiano la reazione di attacco o fuga (fight-or-flight response). Il testo non descrive astrattamente il razzismo interiorizzato, ma ne ricostruisce il pattern neuromuscolare, restituendo la percezione di una mente costantemente sotto assedio.

Sociologia dell’ingranaggio ed estetizzazione del rifiuto

La liminalità dell’immigrato di seconda generazione analizzata in Fante trova fertili raffronti con le riflessioni del filosofo contemporaneo Éric Sadin sull’assoggettamento dell’individuo e con le analisi sociologiche di Didier Eribon sul trauma del transfuga di classe. Bandini è un transfuga culturale e materiale che cerca disperatamente di penetrare il canone letterario anglosassone, ossia la struttura di potere che lo rigetta. «I was a great writer. I was John Fante. No, I was Arturo Bandini. I would show them all». In questo slancio megalomane si legge la risposta nevrotica all’esclusione sistemica. La politologia dell’arte evidenzia come la scrittura di Fante esteticizzi il rifiuto: l’opera letteraria diventa lo spazio sovversivo in cui l’immigrato non chiede  permesso, pretende di ridefinire i termini del discorso pubblico. Il parallelo con lo scrittore contemporaneo Édouard Louis appare stringente: sia in Louis sia in Fante, la traiettoria di riscatto artistico passa inevitabilmente attraverso l’esibizione cruda delle proprie ferite d’origine. Fante rifiuta ogni consolazione folclorica o pietistica. L’italianità non è un patrimonio mitico da preservare, è un peso corporeo di cui liberarsi e, al contempo, l’unica sorgente di energia propulsiva per la creazione letteraria.

Conclusioni 

L’opera di John Fante restituisce con particolare precisione la condizione dell’immigrato di seconda generazione, trasformando la liminalità da fase transitoria in una condizione esistenziale duratura. L’intreccio tra pragmatica del testo, sociologia della cultura e neuroscienze cognitive permette di leggere il trauma del protagonista come l’impossibilità di ricomporre la frattura tra eredità familiare e ambiente sociale d’arrivo. La prosa registra questa scissione sul piano verbale e corporeo, alternando orgoglio, desiderio di riconoscimento e sentimenti di vergogna. Questa tensione emerge nella voce di Arturo Bandini, che in Ask the Dust dichiara: «I am Arturo Bandini, the greatest writer in the world». L’affermazione dell’io assume immediatamente la forma di una compensazione identitaria: la parola costruisce l’immagine di un soggetto che la realtà sociale continua a mettere in discussione. Poco dopo, la stessa voce rivela il rovescio della sicurezza: «I was ashamed of my father». L’orgoglio individuale entra in conflitto con l’eredità familiare, trasformando la memoria delle origini in una fonte di vergogna. La contraddizione raggiunge una forma radicale in Wait Until Spring, Bandini, dove la dimensione familiare diventa inseparabile dal desiderio di appartenenza: «I wanted to be an American». La frase concentra il nucleo del conflitto fantesco: l’identità non appare come un dato stabile, è come una conquista continuamente negoziata tra origine, desiderio e riconoscimento sociale. L’attualità di questa indagine emerge nel dialogo tra esperienza individuale e strutture collettive. La periferia esistenziale diventa il centro propulsore della narrazione e l’estraneità si trasforma in materia letteraria. Fante dimostra che il conflitto linguistico, familiare e percettivo dell’emarginato non costituisce un elemento marginale della sua narrativa: rappresenta una delle forme attraverso cui la modernità rende visibile la propria frammentazione.

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