Site icon L'Idea Magazine

Capo Colonna. Un farista e la solitudine

di Marina Agostinacchio [blog https://www.borntobeonline.it/ilcieloinunastanza-blog-it/]
Una mattina di circa un anno fa, duplicata da troppe settimane, tra il venerdì e la domenica, in “puliscicasa”, tra robottino Vileda e aspirapolvere Folletto, sento alla radio un’intervista al farista di Capo Colonna.
Capo Colonna è anche il nome del promontorio che vuole ricordare le numerose colonne del tempio di Hera Lacinia.

Il faro marittimo che lì si trova è attivo dal 1873. Da tre generazioni lo “anima” la famiglia Sestito.

“Salvatore dichiarava di essere stato portato al faro a soli 40 giorni di vita.”

Il farista intervistato è Salvatore Sestito, ultimo di una famiglia che vive di questo rapporto di solitudine mare – faro da 145 anni.

Salvatore dichiarava di essere stato portato al faro a soli 40 giorni di vita.
L’intervistato ricordava come da piccolo il nonno fosse solito portarlo in quel luogo magico per fargli assaporare la bellezza della solitudine. Il dialogo tra la giornalista e il farista ruotava attorno alla scoperta di questa dimensione. Ritrovarsi soli davanti alla distesa del mare, in un tempo rallentato, è un po’ come fare i conti con se stessi, lasciando alla mente la possibilità di un colloquio intimo. Forse, mi sono detta, questo isolamento, dentro le pareti della nostra casa, potrebbe trovare un senso se lo cogliessimo quale opportunità di “silenzio pieno”, quel silenzio buono in cui tutto un magma di pensiero riflessivo e propositivo porta germoglio. Forse di queste storie non ne girano molte tra i social o altri tipi di canali di comunicazione di massa. Forse queste narrazioni si possono trovare disseminate in qualche libro. Ma quel faro solitario che ancora mi insegue nei sogni è l’immagine di quello che in fondo vorremmo essere, noi che dall’isolamento abbiamo partorito desiderio di incontro, di relazione ad ogni costo.Senza ripartire da me, mi dico, dal corpo ferito, fratturato, impotente, senza auscultare, accarezzare questo mio niente che oggi sento più di un tempo e non solo per l’età ma in virtù di eventi planetari di cui spesso singolarmente e come collettività siamo causa, non potrò ricostruire con verità e atto di responsabilità un’idea e un atterraggio.
Spesso è il sogno che enuncia il manifesto programmatico del giorno che verrà. E io ai sogni istintivamente affido quel tanto di pensiero, di incongruenza e di istinto che mi svelerà, seppure parzialmente, il mattino dopo, parcellizzato in azioni, parole, intenti.

E, come nei sogni, le parole nascono e costruiscono spazi surreali in cui appaiono personaggi e storie.

Da quale mare salirà l’antico re?
Spada e corona, un calco
Che metto mentre dormo.
E non sono più io. Un altro,
un alieno che non posa
gli occhi sul mio sguardo.

Da quali acque, verso me,
viaggia con la sua avventura?
È nel mio sogno?
O sono io nel suo?

Exit mobile version