Sunday, May. 20, 2018

TU SCENDI DALLE STELLE

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16 February 2018

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TU SCENDI DALLE STELLE

Racconto fanta-erotico di Bruno Pegoretti

Tutto quello che ho desiderato, l’ho ottenuto.
Sono primario in uno degli ospedali della città e mi è riconosciuta da tutti una capacità unica nel districarmi col bisturi tra ogni sorta di patologia epatica. Non di meno, sono titolare di una cattedra di epatologia all’università: mi impegna due pomeriggi alla settimana e l’aula straripa di studenti.
Vado per i sessantasei anni, combatto con una pancia straripante che non riesco a dominare, sebbene talvolta, di malavoglia, tenti di mettermi a dieta. Sono piccolo, calvo e pietosamente miope (cinque decimi nel destro e sei e mezzo nell’altro): in poche parole, se non ho gli occhiali sul naso, solo la carità di un cane-guida può accompagnarmi dalla camera da letto al bagno.
Stavo dimenticando un particolare da nulla: certo, una mia studentessa con la quale mi sono sollazzato qualche notte, s’è lasciata andare, suppongo in una serata d’alcol e canne, a confidenze sul mio conto che avrebbe potuto risparmiarsi. Di fatto i miei studenti, invidiosi perché cucco più di loro, mi hanno soprannominato ‘Pipino il Breve’. La cosa non mi tocca: quando la giovane di turno scopre quanto mamma natura sia stata di braccino corto, è già bella e cotta e non si cura certo di qualche centimetro in più o in meno.

Mi chiamo Annibale Windsor. Sì, avete capito bene, come i duchi di Windsor. Noi, ramo cadetto, s’intende.
Partii alla volta dell’Italia molto giovane, per studiare e imparare la lingua, che adoro.
Il lavoro mi ha reso benestante, i miei natali mi hanno fatto ricco. Mio padre tentò con ogni mezzo di sperperare vagoni di denaro e di giocarsi ai dadi i possedimenti nel West Sussex, ereditati da secoli di angherie perpetrate dai nostri avi, ma non riuscì nella nefanda impresa. Ha dilapidato fortune inimmaginabili nel poker, dove spesso era il pollo da spennare, in bische clandestine e in donnine di malaffare, poppute e rapaci, ma il patrimonio finanziario che si ritrovava tra le mani era talmente iperbolico che, schiattato di botto in un sordido bordello di Brighton, mi lasciò una fortuna.
Mary, mia madre, poco prima dello scoccare dei suoi trent’anni, ebbe la saggezza di licenziarsi dalla scelleratezza del marito. Anche lei di aristocratica famiglia, dopo il divorzio, s’accompagnò, per il resto della sua lunga vita, a uomini altolocati, spesso nobili, per censo o per imbroglio, comunque possidenti di castelli, terreni e scuderie. Incontentabile nelle prestazioni notturne dei consorti, la santa donna si accoppiò senza parsimonia con servi, giardinieri e palafrenieri, i quali si persuasero che il paradiso albergasse qua, sulla terra, e si celasse nella complice penombra di una stanza, nascosto dietro la discrezione di una siepe di rose, o affiorante dall’esalazione umida delle deiezioni equine d’una stalla.

Io ho ereditato dai miei tutti i soldi che voglio e l’invereconda bramosia per il sesso.
Oltre a svariati terreni nel Sussex, mi sono ritrovato un intero palazzo vittoriano nel centro di Londra, in High Kensington Road.
Venduto, mi sono tenuto l’attico: quattrocento metri quadri, escluso il terrazzo. Essendo completamente senza gusto, al punto che delego alle mie angeliche amanti la scelta della cravatta giusta da abbinare alla camicia, per la ristrutturazione mi sono affidato a un architetto italiano: Nicola.
Alla domanda: “Come lo vorrebbe arredato?” risposi pronto: “Come piacerebbe a una femmina.”
Capì benissimo. È gay.
Quasi benissimo, per la verità, perché dovetti puntualizzare: “Come una femmina, ma con me accanto.”
Nicola, da uomo sensibile qual è, dispose nelle stanze accoglienti divani, bianchi e morbidi, dove sarebbe stata una goduria stendersi in due, ai piedi dei quali, tappeti smisurati, candidi e lanosi, sembravano tessuti apposta per rotolarsi assieme. Ordinò un capace bacile refrigerato nel quale, su un letto di ghiaccio, potevano riposare chili di ostriche. Inutile dire che un’anta del frigorifero, la sera dell’inaugurazione, me la fece trovare stipata dei migliori champagne. Telecomandi disposti su tavolinetti bassi e griffatissimi, a un impercettibile tocco del polpastrello, mutavano l’intensità e la sfumatura pastello delle luci. Letti tondi e più tradizionali, a baldacchino e non, troneggiavano nelle camere, e in tre di esse campeggiava nel mezzo una Jacuzzi matrimoniale. Quadri grandiosi, astratti, si confondevano discretamente nella purezza delle pareti.
Naturalmente imposi, nei sei bagni della casa, la più raffinata porcellana italiana, comprensiva di sei bidet. Confesso che un Paese che suole definirsi democratico, sia lungi dall’essere a democrazia compiuta senza bidet.

La mia privilegiata riserva di pesca è l’università: una folla di ragazze vestite di stracci, jeans rattoppati, magliette sgualcite e scarpe da jogging. Un rotolio esuberante di sfacciata giovinezza: ignare fanciulle ingannate dall’illusoria fantasmagoria di fuochi artificiali, che fantasticano non esaurirsi mai, inconsapevoli che il tempo, come sa chiunque sia abbastanza vecchio per essere stato giovane, scappa veloce. E le zampate del suo fuggire sono sfregi, rughe, ferite e dolori.
La giovinezza è illusione. Puoi fare e disfare tutto, benché non sia reale e, nell’immortalità che vivi, t’immagini di diventare Papa o il Bianconiglio di Alice.
È vero, la freschezza dei venticinque anni si distrugge in una notte d’amore sbagliata, ma si ricompone fertile, quando tra le fessure delle persiane s’intrufola il sole.
Se vuoi conquistare il cielo ti basta una scala, alta fino a Venere e oltre, e tu, bella, sali, perché hai la forza del mondo addosso, e sali e sali. E se ti intriga la cupidigia dei sensi, a forza di braccia, scavi e scavi, fino al calor bianco dell’inferno, che non ti brucia, anzi ti eccita, conscia che nella sua pancia licenziosa ti saranno concesse trasgressioni inesplorate.
Le studentesse di cui parlo, che pendono dalle mie labbra di vecchio professore emerito, sono solo (solo?!) ciò che sono: bellezza, eternità davanti, sogni irrealizzabili, progesterone a mille, seni supremi e sederi sublimi. In una cornucopia di siffatte delizie, un foruncolino d’acne si perdona: meglio! Si venera, sfiorandolo di baci a non finire.

La vecchiaia è oggettiva, tattile. È un continuo chiacchiericcio, fastidioso e vagabondo, di articolazioni con impressa la data di scadenza superata da un pezzo, un minaccioso brontolio viscerale, la misericordia di una pasticca di chimica pesante per alzare il testosterone in via d’estinzione, e il rantolo indiscreto ad ogni rampa di scale conquistata. Per di più, vecchio, sopra ogni magagna, hai la certezza che il tempo si rattrappisca al pari dei tuoi muscoli: un’ora ruota in trenta minuti e un anno s’esaurisce in sei mesi. Ti ronza nell’orecchio un’avvisaglia: “Hai fatto testamento?”

Nel laghetto del Paese dei Balocchi – la mia aula universitaria – io getto l’amo e so che qualcuna abboccherà. E non perché le piccine ricercano padri perduti in divorzi remoti. Balle! Vengono con me perché sono più simpatico, più intelligente, più colto e più ricco dei loro coetanei, a dispetto delle maschie, bionde code di cavallo ostentate e dei pettorali guizzanti.
La mia vita è piena e l’energia che mi trasmettono le mie giovani amanti mi dà la forza di correre a rotta di collo sui prati di un’estate che non finisce.
Altro che ‘autunno della vita!’
La parola d’ordine è ‘non essere mai soli’. Quando a volte capita – è normale -, s’acuiscono impietosamente gli acciacchi e quella maledetta voce ‘Hai fatto testamento?’ mi rintrona nella testa giorno e notte, e non mi fa dormire.
Grazie agli dei non mi lamento. Qualche giovinetta morde l’esca, sempre, o quasi.
Stiamo insieme il tempo di stancarci: pochi giorni, o tre, quattro mesi, poi mi annoio, o s’annoia lei, o tutti e due, e ci lasciamo senza rancore.

Me le ricordo tutte con entusiasmo: la loro allegria, le manie, il sesso goloso.
Le ultime quattro?
Ippolita. Mai l’etimologia di un nome fu più degna di glorificare una giovane donna. L’andatura superba e l’opulenza delle natiche, sono sicuro, devono essere appartenute, in una vita precedente, a un’indomita puledra, con i muscoli tesi nello scatto di proiettarsi nello spazio profondo. Ingorda Ippolita: non mi stupirei di vederti galoppare, regina, nella costellazione che si onora del tuo nome.

E che dire di Mirtilla e la sua ossessione per le erbe medicinali? Mirtilla e i fiori secchi a far da segnalibro nei volumi di patologia medica, e il librone di erboristeria perennemente consultato, a scoprire nuove frottole da fattucchiera. Ho nostalgia di Mirtilla, che la notte, dopo aver assaporato l’ultimo sorso della sua miracolosa tisana, si metteva a quattro zampe, inarcava la schiena da gheparda e ruggiva:
“Prendimi!”

Cassandra e i suoi tarocchi. Quante volte, interpretandone i misteri, mi ha confidato delle cento e più donne che mi augurano la morte e di altrettante che mi farebbero santo subito.
Mi preoccupò la mattina che predisse, assicuro in un periodo di giorni lieti (sesso, champagne e roll&roll), una pioggia fatale di meteoriti che avrebbe colpito la terra con fuoco mortifero. Non mi preoccupai certo per l’invasione improbabile di corpi celesti incandescenti, quanto perché Cassandra, visibilmente terrorizzata, cacciò in tre grossi bauli tutta la sua roba e la mia, stipandoli in cantina. “Qua sotto è più sicuro.”
Fui costretto a indossare la stessa camicia per sei giorni.
L’allarme cessò.
“Colpa del mazzo”, decretò Cassandra, e ne comprò un altro.
La ricordo piegata sui libri o intenta a decifrare incomprensibili messaggi delle carte, e la ricordo, soprattutto, nel momento in cui entravo dal lavoro, mandare tutto a carte quarantotto, corrermi incontro e slacciarmi avida i bottoni della patta.

Poi è arrivata Aurora.
Tutta un’altra storia, una storia strabiliante, una storia infinita.
Fui colpito da Aurora. E Aurora fu colpita da me. Tra dissertazioni su fegati marci, sangue, vita e morte, incrociavamo i nostri sguardi, lei sempre in seconda fila, io sempre a sbirciarla.
Al termine di una lezione la fermai:
“Avremo presto una valente chirurga.”
“Ne devo fare di strada, professore.”
“Ce la farà. Fosse anche un ripido sentiero di montagna, arriverà a conquistarne la cima. Come si chiama?”
“Aurora.”
“L’aurora inaugura ogni dì la vita del mondo.”
Sorrisi, sfoderando i miei denti a margherita, e lei corrispose.
“L’aurora, in poche ore, si muta in tramonto.”
“Il suo tramonto è oltre la galassia più remota, quella che non scopriremo mai.”
Parve spaesata. Mi salutò con un cenno del capo e uscì dall’aula.
“È fatta!”, pensai. Conosco le donne.

La settimana dopo, finita la lezione, mi avvicinai a lei:
“Aurora, le posso offrire un drink?”
Titubò, inventò scuse inutili e infine s’arrese: “Perché no?”
Salimmo sulla Jaguar e raggiungemmo un ristorantino isolato e delizioso.
Dopo un paio di cocktail, che la giovane non disdegnò, azzardai:
“È tardi. Ordiniamo qualcosa?”
“Perché no?”
Pesce, ancora pesce, un contornino, dolce e molto frizzantino.
La osservavo, da dietro gli occhiali a culo di bottiglia. Bella, sì, ma quello che mi catturava era l’aura di gioia che la circondava. Certo, tutte le ragazze della sua età sono gioiose, e tutte le ragazze della sua età sono belle, anche quando non lo sono.
Ma, in più, dallo sguardo di Aurora, si spandeva, vergine, la gaiezza del creato prima della caduta, ancora non contaminato dalle insulsaggini degli uomini, prima che Dio lo toccasse con la sua mano malferma, condannandolo al tremolio della disperazione, un universo illibato di cui Aurora, pur nel rosicchiare una coda di scampo, ne glorificava l’integrità del brodo primordiale.
Io ero il primo uomo e Aurora la prima donna. Non Adamo ed Eva, costretti alla consumazione. Signori dell’eternità, ci sentivamo, poiché l’amore è eterno, o c’illudiamo, ogni volta, che sia così.

Neppure il tempo di arrivare a casa mia e ci baciammo, inciampando sulle scale.
Non furono né fuoco né fiamme, quella notte. Fu amore.
“Buongiorno, Tesoro” mi augurò, nel momento che il sole delle undici indugiava sul copripiumone di seta nera e disegnava una freccia di luce puntata dritta sul suo capezzolo destro.
“Buongiorno, Topolina” farfugliai con voce d’aglio, cercando gli occhiali finiti chissà dove.
Iniziò così.
Dopo una settimana abbandonò l’appartamento che condivideva con due amiche e si trasferì da me. La scassatissima Panda la rendeva indipendente.

Va detto che da qualche anno vivo sulla collina: verde dappertutto, la città ai miei piedi, grilli che cantano e cicale che stonano. Nicola (siamo diventati grandi amici) ha arredato la villa. Una mattina gli ho telefonato : “Nico, mi piacerebbe del colore alle pareti.”
Tornato a casa, mi aspettava accomodato su un divano: “Ti piacciono?”
Negli spazi liberi tra le ampie vetrate campeggiavano setto o otto quadri di grande dimensione.
“Chi sono?”
“Questo è un Basquiat, quello è un Warhol, quello rettangolare un Pollock, quell’altro vicino è un Freud, …”
“Sigmund?”
“No, Annibale, il nipote.”
Mi avvicinai per vederlo meglio: il ritratto di un uomo in piano americano con una sciarpa blu.
“Matto come il nonno” e commentai: “Sono carini.”
In effetti rompevano tutto quel bianco. Così, almeno, mi pareva.

Aurora mi chiese il permesso di usare una stanza come studio.
“Tutto quello che vuoi, Topolina.”
Scelse un locale generosamente finestrato, arredato con una scrivania, credo del settecento, una sedia girevole, una libreria, dalla quale mi invitò gentilmente di spostare qualche libro per sostituirlo con i suoi e un quadro un po’ invadente di un certo Keith Haring.
Volli assistere alla sistemazione dei libri: istologia, chimica organica, anatomia, fisiologia, patologia, ma anche Winnie Pooh, Pinocchio, Il piccolo Principe…
“La mia bambina”, pensai felice.
Quando, esausta dallo studio, Aurora s’addormentava, entravo nella sua stanza e mi ritrovavo a leggere Winnie Pooh, o Pinocchio, o le favole di Andersen. Non mi sentivo preda di un’inutile regressione infantile, poiché riscoprivo, dimenticato sotto la polvere di responsabilità, stress e il dover essere al mondo come si conviene, l’incanto di giocare, fantasticare e perdersi nell’illogicità d’altri mondi paralleli, che hanno la stessa, se non maggiore dignità di ruotare a fianco del nostro pianetino di rifiuti.

Quando i miei impegni lo permettevano e Aurora decideva di prendersi qualche giorno di requie dall’esame di epatologia che la distruggeva, fuggivamo a Londra.
Aurora mi accompagnava a visitar musei. Dell’arte, s’è capito, non me n’è mai fregato nulla: l’Arte, con la ‘A’ maiuscola, era Aurora. Soleva porsi di fronte al dipinto, curvandosi, per oltrepassare, col viso e le spalle, la corda posta attorno alle opere, per meglio proteggerle. S’inarcava, Aurora, protendendo il suo meraviglioso culetto, divaricando appena le gambe per tenersi meglio in equilibrio. Io mi mettevo qualche passo dietro di lei e la guardavo, immaginandola nuda, col sederino di marmo di Carrara leggermente aperto, e sotto, l’affiorare del sesso di bambina, quasi glabro. Restava immobile per il tempo meraviglioso della mia ubriacatura. Dio, se non ci fossero stati i guardiani insonnoliti sugli scranni, ai lati della sala, e se non ci fossero stati Van Gogh, Monet, Manet e la combriccola degli altri imbianchini impressionisti…
Talvolta, per il troppo sporgersi verso il quadro, suonava l’allarme. Il guardiano, destato dalla letargia, accorreva ciabattando, s’aggiustava la visiera e socchiudeva gli occhi in un mezzo sorriso: “Sua figlia è una birichina.” Io lo mandavo mentalmente affanculo e attendevo speranzoso che Aurora si offrisse al mio sguardo ingordo, davanti al prossimo quadro.
La sera ci infilavamo in un ristorante italiano: “Welcome, mister Annibale.” Mi conoscevano, ed erano i locali migliori. A prezzi impossibili per i comuni mortali cenavamo meglio che in Italia e io trovavo sexy perfino il frammento di prezzemolo rimastole imprigionato fra gli incisivi.
A casa, la notte, il tumulto che facevamo rincorrendoci nudi tra le stanze superava in decibel quello proveniente dalla strada.

Fatta eccezione della facciata d’ingresso, un rigoglioso giardino circonda la villa. Sono fiero delle mie piante: delizia e dedizione. Nella bella stagione, non passa sera che non le innaffi e le mondi delle foglie andate. All’annuncio della primavera, mi gusto nel controllare lo sviluppo dei boccioli, e a maggio, al fiorire delle rose antiche, mi riempio d’orgoglio nell’ammirarle e mi crogiolo nella fantasia di creare un innesto sconosciuto, una rosa unica al mondo, e chiamarla col mio nome: Superba Hannibalis.
Dall’Inghilterra mi sono fatto recapitare una serra in vetro dell’800, profilata in ferro, in stile vittoriano. Là, nei mesi freddi, pongo al riparo le piante grasse, che libero al sole d’aprile: cactus colonnari e globosi, innumerevoli succulente e agavi, comuni e rare. Talvolta, quando è freddo, la sera, mi rintano nella serra e leggo qualcosa, seduto su uno sgabellino: godo nel sentirmi addosso il respiro pigro dei cactus e l’umidore vegetale che m’inonda, intanto che gli avari raggi del sole, già tramontato, ingabbiati nei vetri, si rigenerano in un tepore assolutamente risolutivo, specie dopo una giornata di lavoro.

S’era verso la metà di marzo d’un fine pomeriggio uggioso e Aurora stava da me già da molti mesi.
Volli dare un saluto ai cactus. Entrai. E lo vidi.
Tra le file ordinate di piante grasse stava disteso, inerme, un enorme coso, che, dire cosa fosse, mi è impossibile, perché di enorme coso si trattava. La definizione che più si poteva avvicinare alla sua descrizione è: un gigantesco fagiolo cannellino. Alto un metro e ottanta e più, appariva piegato di un poco sulla sua metà, proprio come i fagioli, là dove sbuca l’ilo, la cicatrice tonda che li lega al baccello.
Non mi spaventai: di cose bizzarre ne ho viste a iosa nella vita. Certo, mi stupii.
Di un colore ambrato, emanava a intermittenza ghirigori fugaci, variopinti: brillavano e sparivano in un lampo, disegnando, appena sotto la superficie cutanea, simile al kevlar, geroglifici, sinusoidi, arabeschi e scritte di origine arcana.
Stava là, steso tra le cactacee, con i suoi improvvisi, quanto effimeri bagliori al neon. Quella roba era viva, e non solo per lo scintillio degli sprazzi di luce: l’enorme legume sudava. L’intero corpo di kevlar era bagnato e un’infinità di gocce di liquido trasparente (acqua?) scivolava incessante a ricoprire l’assito della serra, allargandosi in una pozza.
Chiamai Aurora.

Restammo muti a osservare il cannellino. Ogni tanto ci guardavamo negli occhi, increduli.
Il coso non cessava di sudare e la pozzanghera s’allargava in un malinconico laghetto. Aurora ipotizzò: “Forse ha sete.”
Lo esaminammo, senza toccarlo, per scoprire qualche orifizio, entro cui sarebbe stato facile introdurre il collo d’una bottiglia piena d’acqua. Nulla.
Riempimmo un innaffiatoio e, non sapendo che fare, lo versammo sulla siderale creatura. L’acqua, nel momento che la toccava, spariva, aspirata all’istante, e i disegni al neon si vivificavano di brillii più intensi.
Ne bevve dieci litri.
Aurora ed io ci congratulammo, contenti: almeno una buona azione quel giorno l’avevamo fatta. Per le cattive non ci sarebbe bastata la notte.
“E adesso?” Ci domandammo perplessi.
Quell’affare era vivo. Abbandonarlo nella serra? Passare ogni paio d’ore per innaffiarlo?
Con fatica, uno da una parte, l’altra dalla parte opposta, lo sollevammo e lo adagiammo su un tappeto di lana merinos, morbido e caldo.
Ci sedemmo sul divano a fissarlo. Non sudava più. Le intermittenze luminose baluginavano repentine, di strabilianti colori.
Io, per curiosità del mio mestiere, appoggiai lo stetoscopio sull’intero corpo del fagiolone: udii calpestii, squittii, barriti, frullar d’ali, criceti sulla ruota, inseguimenti di leoni e gazzelle, gemiti d’orgasmi umani e perfino l’inconfondibile mormorio della crescita di un fungo porcino. Là dentro c’era tutto il mondo, se si escludono cuore, polmoni, vene, arterie, nervi, ossa, cervello e visceri vari.

Cosa fu o cosa non fu, decidemmo che potevamo ospitarlo. Non sporcava, non esalava cattivi odori ed era di poche parole. La verità è che, sia io che Aurora, siamo buone persone.
Versammo altri cinque litri d’acqua sul titanico legume, trangugiati in un nulla.
S’era fatto tardi. L’indomani, di buon’ora, mi toccava la sala operatoria e Aurora contava i giorni alla rovescia per l’esame di epatologia.
Eppure restammo sul divano, abbracciati e incapaci di distogliere lo sguardo dal ciclopico cannellino, immobile sul tappeto, rilucente di scintille d’imprevedibili sfumature, fulminee e zigzaganti.
Provai a dire qualcosa: “Io” e mi indicai col dito “io, Annibale”, declamai ad alta voce, scandendo bene le sillabe. “E tu?”
Mi pervenne un folgorio nel cervello: il cannellino comunicava telepaticamente.
“Bxghtuvvutxww.”
“Topolina” mi rivolsi raggiante ad Aurora “dì come ti chiami e chiedi il suo nome.”
“Io” e Aurora si indicò le tette “mi chiamo Aurora, e tu?”
“Axxxzaaagvyyyz.”
“Mi ha detto il suo nome, come si chiama.” Aurora, dalla gioia, saltava sul divano.
Confrontammo le risposte. Buio assoluto.
Aurora la buttò là: “Forse a te ha detto il nome e a me il cognome.”
Decidemmo di chiamarlo Gino.

Prima di spegnere la luce, la mia Topolina mi confidò: “ Mi sembra un brav’uomo.”
Devo dire che nella mia, ahimè, lunga vita ne ho incontrati di bravi uomini, ma nessuno si portava in corpo l’intero atlante universale di zoologia, svariate dispense di botanica e paragrafi completi del Kamasutra.

La mattina seguente mi svegliai in ritardo, scesi in cucina per mettere qualcosa sotto i denti e passai davanti a Gino. Non potei fare a meno di pensare:
“Senza braccia, senza gambe, senza culo, senza uccello. Che sfigato di merda!”
“Sfigato di merda a chi?”
Mi aveva letto nel pensiero.
“Scusa, Gino” pensai “non volevo ferirti.”
“OK, perdonato, e grazie per il tappeto di lana merinos, anche se preferisco il titanio: è più morbido.”
“Cristo! In una notte ti sei imparato l’italiano” pensai sbalordito.
“Sono portato per le lingue” ripensò Gino.
Mi scaldavo un toast e mi venne spontaneo telepatizzarmi: “Se mi dici come si fa, te ne offro uno.”
“Annibale” pensò Gino con tono paternalistico “conosci unicamente la tua natura: siete pompe aspiranti-prementi. Un po’ di fantasia, amico. È mai possibile che tutto debba ridursi a un ingoiare e a un espellere?”
Non sapevo cosa pensare.

Raggiunsi la sala operatoria appena in tempo: mi aspettavano nervosi. Il fatto era che Gino, la sera prima, mi aveva scombussolato non poco. Ho passato una notte agitata. Non solo, ho avuto bisogno di un aiutino chimico per onorare le voglie insaziabili di Aurora. Come al solito ho ecceduto col Viagra. Nessun problema: performance da trentenne! Il collaterale, seccante, è che vedevo il campo operatorio del tutto virato in blu. Per esperienza e, mi sia concesso, per capacità innata, so come districarmi in simili, delicate faccende, tant’è che finora non ho ammazzato nessuno. E poi, sono vicino alla pensione.

Rincasai la sera tardi. Aurora, poverina, la colsi addormentata sulle pagine indigeribili di epatologia. Mi sono scaldato la cena, comperata al volo, nel microonde, mi sono versato, come al solito, un’abbondante coppa di Veuve Clicquot, ho preso il giornale che non avevo avuto il tempo di leggere, mi sono seduto sul divano ai cui piedi stava immobile Gino, e ho smangiucchiato di malappetito un insulso intruglio vietnamita. Ero stanco. Guardavo distrattamente Gino, i cui led, quasi spenti, s’accendevano di sorpresa, disegnando sconosciuti, fugaci alfabeti, annullandosi alla velocità di un battito cardiaco.
“Cosa bevi?” telepatizzò Gino.
“S’è svegliato”, pensai.
“Io non dormo mai, caro umano.”
“Champagne, naturalmente”, risposi telepaticamente.
“Me ne dai un po’, per favore?”
Prevenne ogni mio dubbio sul come e il dove.
“Me lo versi addosso, come hai fatto con l’acqua.”
Presi la bottiglia e ne rovesciai su Gino l’equivalente, circa, di un bicchiere. Se lo ingollò in un secondo.
“È buono.”
“Non sai quanto mi costa.”
“Non fare il tirchio. Vai e abbonda!”
Ne versai una buona metà della bottiglia.
“Wow! Non è male questa brodazza.”
Cambiò discorso: “Ti ho visto come guardavi quella studentessa in sala operatoria.”
“Mi hai controllato?”
“C’è campo.”
“Cristo! Gino! Non posso più stare solo, neanche al cesso?”
“Ti formalizzi per così poco? Tranquillo, Annibale, neppure al cesso. Allora, come la guardavi quella stupidotta?”
“Da uomo a uomo – si fa così per dire -, me la sarei fatta là per là, mentre gli assistenti davano i punti al paziente.”
“E Aurora? Credi che sia giusto?”
“Beh, Cristo! Gino! Ti fai gli affari miei? L’uomo non è di legno, la paglia vicino al fuoco brucia, il lupo perde il pelo ma non il vizio. Questo si dice dalle nostre parti.”
“E credi che questo sia giusto?”
“Gino, mi sa che hai fatto il pieno di champagne. Mi fai la morale?”
“Annibale, ti voglio bene, ma voglio bene anche ad Aurora.”
“Oh! Insisti con quella ragazzina della sala operatoria? L’ho forse scopata? Non so neppure come si chiama.”
“Non l’hai manco sfiorata, ma l’avresti fatto, se lei te n’avesse dato l’opportunità. Sai che i peccati si distinguono in pensieri, parole ed opere?”
“Cristo! Gino, stanotte ti sei studiato tutto il catechismo?”
“Conosco i miei polli, come si dice dalle vostre parti.”
“E vai con i proverbi, cazzo! Mi sto allevando una serpe in seno, forse?”
Avevo stappato un’altra boccia di champagne e il botto suscitò in Gino migliaia di vibrazioni luminescenti e impazzite.
“Avvisami, almeno. Mi sono spaventato. Facciamo a metà, Annibale?” E continuò a telepatizzare: “Una rondine non fa primavera, ma uno stormo… Quante ragazzine ti sei portato, o hai pensato di portarti a letto, quest’anno? E siamo solo alla fine di marzo. La primavera ha fatto appena capolino.”
“Ehi, ragioniere galattico dei miei testicoli. Il mio Dio mi ha dato un pisello, e finché posso lo uso. Qualcosa in contrario?”
Ci scolammo la seconda bottiglia e lo salutai freddo: “Mi hai rotto, Sherlock Holmes, buonanotte.”
Anche Gino mi augurò la buonanotte: “Hai la ciucca cattiva, Watson? Chi ha fatto il pieno di champagne, stasera? Elementare, Watson, elementare.”
Alterato, andai in camera da letto. Mi stavo sfilando i pantaloni, che mi raggiunse il pensiero di Gino: “Dai! Facciamo la pace, che non mi va di bisticciare con te.”
“E sia”, sbuffai, “facciamo la pace.”
“Giurin giurello?”
“Giurin giurello!”

Eravamo ai primi di aprile e io non potei non considerare di quanto in fretta volasse il tempo. M’ero ripromesso di non dire a nessuno della presenza di Gino: immaginavo domande, curiosità, morbosità…
Una sera, però, davanti a un aperitivo, mi confidai con Nicola. Giocoforza mi sentii in dovere d’invitarlo a cena, l’indomani: Aurora, Nicola, Gino ed io. Cercai di prepararlo:
“Non ti spaventare. Hai presente l’orchestrina di Guerre Stellari? Beh, molto peggio.”
Mi saettò, telepatica, una sentenza senza appello:
“Parla per te, mister Pipino il Breve!”

Per la cena ordinai un catering raffinato, a base di pesce. Aurora, splendida, fece gli onori di casa. La faccia di Nicola, alla vista di Gino, mutò di colore e perfino di fattezze: gli cadde la bocca, come colpito da un ictus, un rivolo di saliva colò da un lato e gli occhi gli esorbitarono tanto fuori che temetti gli sarebbero rotolati sul pavimento.
Gino si mise immediatamente in comunicazione telepatica con Nicola e si presentarono. Educatamente inserì il viva voce.
“Piacere, Nicola, sono Gino.”
“…”
“Nicola, mi senti? Mi chiamo Gino.”
“…”
“Nicola, non dirmi che non sei mai stato al circo: la donna cannone, l’uomo elefante…”
Nicola allungò ipnotico la mano destra, credo nel vano tentativo di stringere un’altra mano: “Piacere… Il mio… Il mio nome… È… È… È Nicola.”
Gino telepatizzò, rivolto a Nicola, ma sempre in viva voce, (sono sicuro per metterlo a suo agio): “Che dici della polemica tra Rodriguez e McGregor sulle periferie? Ho trovato acuta la risposta di McGregor su Architecture: Un giorno parleremo delle periferie come i nostri nonni parlavano delle colonie. Vivremo in città senza soluzione di continuità, e tutto godrà della stessa dignità d’armonia, bellezza e qualità di vita.
“Sono per… perfettamente d’accordo con… con lei.”
“Nicolino, mi dai del lei? Solo perché ho un migliaio d’anni più di te?” E telepatizzò, con inflessione benevola e nel contempo autoritaria: “Allora, arriva questo champagne, o dobbiamo ancora fare la vendemmia?”
Stappai in fretta una bottiglia e ne colmai un flute, che porsi a Nicola, più con intento terapeutico che altro, valutandone l’incarnato cadaverico. Versai quasi il resto della bottiglia su Gino. Nicola prese automaticamente il bicchiere e restò impietrito, incapace di staccare lo sguardo da Gino. Aurora, deliziosa, lo prese sottobraccio:
“È Gino, Nicola. Non avere paura. Credimi, è delizioso.”
Gino, che comunicava in via telepatica, ma ci sentiva benissimo, rispose al complimento abbagliandoci con un’apoteosi di sghiribizzi di mille colori.
“Sai, Nicola” proseguì Gino “sono convinto che fino a quando progetterete periferie contrapposte a centri storici, resterete infangati nell’ambiguità di considerare i bianchi opposti ai neri, gli etero da una parte e gli omo dall’altra, e le donne in eterno conflitto con gli uomini. Cazzo! Siamo tutti uguali. O è una stupida faccenda di led che ci divide?”
Notai con piacere che Nicola s’era ingurgitato lo champagne, che rincalzai prontamente.
Servii gli antipasti.
“Dimmi, Nicola, come organizzeresti queste alienanti periferie?”
E là i due s’ingarellarono in una discussione inflazionata da concetti come tolleranza, accettazione, accoglienza, democrazia e ‘Ce ne facciamo un altro goccio?’
Aurora, appoggiata sul tavolo coi gomiti piegati a reggersi il viso con le mani, imbambolata, teneva gli occhi fissi su Gino e sussurrava, a intervalli più che frequenti: “Mitico! Fantastico! Incredibile!”
Io, appartato, mi gustavo una tartare di salmone selvaggio su un letto di zucchine trifolate alla menta. Appartato, sì, perché Aurora e Nicola apparivano rapiti dalla competenza incredibile che Gino sciorinava su architettura e urbanistica, illustrando idee rivoluzionarie da apportare per migliorare la vita dei cittadini e sul come applicarle.
A un certo punto cercai d’intromettermi, tentando di fare lo spiritoso: “Se volete vi spiego minuto per minuto l’intervento al fegato di ieri mattina.”
Trasparente! Per loro ero trasparente. Peggio, una macchia sospetta su una radiografia.
A mezzanotte passata, finalmente, accompagnai Nicola alla porta.
Appena fuori dall’uscio, proteso con le braccia al cielo, urlò, che lo sentissero le ville più lontane: “Che uomo! Che uomo!”
“Che uomo?”, rimuginai tra me, “al posto del cuore ci ho trovato l’intero archivio del National Geographic.”
“Pensa alla tua emorroide, maiale!”, mi fulminò, telepatico, Gino.

Maiale. Era il nomignolo con cui Gino negli ultimi giorni amava apostrofarmi, per via, lui sosteneva, della mia incontenibile voglia di correr dietro ad ogni gonnellina contenente le curve in fiore di una giovane monella.
A proposito: è vero che da una settimana sono afflitto da una fastidiosissima emorroide.
Il simpatico appellativo non turbò l’affetto che provavo per lui, mutato subito in stima, amicizia e piacevolissima compagnia.
La sera, rincasato, trovavo Aurora china sui libri e Gino, immutabile, ancorato al tappeto. Alla vista di entrambi mi sentivo finalmente a casa. Ammetto: non vedevo l’ora di abbracciare Aurora, ma anche di rivedere Gino. Da quando era nostro ospite, va da se, non uscivamo più. Telefonavo a un catering, che recapitava puntuale i manicaretti ordinati. Cenavamo sul divano, i piatti in mano e le pietanze a fianco, appoggiate su un tavolinetto basso. Ai nostri piedi, Gino si lasciava andare alle argomentazioni più varie. Passava da Proust, citando a memoria interi passaggi della Recherche, all’ultimo film di Woody Allen, facendone una critica puntuale. Lasciava entrambi estasiati.
Una sera, rivolgendosi ad Aurora, telepatizzò: “Qualcosa ti assilla, piccola, lo sento.”
“Stasera ho tentato di memorizzare una complicata patologia biliare, ma non riesco a cacciarmela in testa.”
Gli parlò della sua difficoltà e lui le rispose in termini assolutamente precisi, rincuorandola, infine, con un: “Visto com’è facile da ricordare?”
Restai basito. Io, all’università, non avrei saputo fare di meglio.

Aurora si ritirava abbastanza presto, preoccupata per l’esame.
Sia detto che quando la raggiungevo, sul tardi, un bacio sulla fronte la destava e il suo sonno adolescente svaporava nel paradiso, per entrambi.
Io e Gino ci attardavamo a stappare bocce di champagne, chiacchierare e cazzeggiare di tutto e su tutto. Spiritoso, simpatico e coltissimo, divenne il mio miglior amico.

Una sera, apparentemente come le altre, Gino ed io cicalavamo del più e del meno.
Aurora, chiusa nello studio, preparava l’esame.
“Com’è andata, oggi, a lezione?”
“Niente di particolare, le solite cose.”
“Maiale! E quella biondina, Domiziana, che hai invitato domani per un aperitivo?”
“Continui a controllarmi?”
“C’è campo.”
“Cristo! Per te c’è campo in tutto l’universo.”
“Puoi dirlo forte. Allora, che ci vuoi fare con Domiziana?”
“Dio mio, quello che ogni uomo vorrebbe farci. Hai visto che schianto di ragazza che è?”
“E ad Aurora non ci pensi?”
“Gino, quante volte te lo devo ripetere, Aurora è un’altra cosa. È una cosa seria. Questa, invece…”
“Maiale che non sei altro! Aurora ha venticinque anni e tu ne hai esattamente quaranta di più. Tu le rubi la giovinezza, non permettendole di vivere la vita delle sue coetanee.”
“È innamorata.”
“E ti sembra giusto? Ti approfitti di una sua debolezza per tenerla incatenata.”
“Anch’io la amo.”
“Sii serio, maialone. Tu ami la sua gioventù, la sua bellezza, l’ebbrezza del tempo infinito che ha dinanzi e di cui non può scorgerne neppure l’orizzonte, il suo tempo infinito, del quale tu ti sei impossessato. Sei vecchio, Annibale.”
“Attento a come parli. Io non mi sento affatto vecchio.”
“E le caviglie gonfie che ti ritrovi dopo le ore in sala operatoria? E le cinque volte che vai a pisciare, nel cuore della notte, per via della prostata grossa come un’arancia? E il mal di schiena cronico che t’incricca sul più bello? Per non parlare dei chili di Viagra nascosti nello stipetto del bagno…”
“Aurora non la voglio lasciare: mi piace troppo.”
“Vecchio egoista!”
“Stupido fagiolo!”
Quella sera ci salutammo distaccati, ma incapaci di litigare.
“Senza rancore, vecchio egoista.”
“Senza rancore, stupido fagiolo.”

Arrivò la mattina dell’esame di Aurora, superato alla grande con un bel trenta e lode. A cena festeggiammo, esagerando con il perlage. Anche Gino valicò i limiti, perché verso le dieci i suoi arzigogoli luminosi s’intrecciarono anarchicamente gli uni contro gli altri, producendo oscuri crepitii, e cominciò a trasmetterci parole del tipo: “Bhhdoatzztssss”, o “Tttjkhgfvvxxxx”, e simili. Non solo: accompagnava gli enigmatici fonemi con melodie ultrasoniche che trasmise anche ai nostri flute, infranti di colpo.
Poi, più nulla. Era completamente fatto. Lo lasciammo in pace.
A letto, Aurora disse: “È un uomo fantastico.”
Io mi trattenni dal polemizzare sull’origine stellare di Gino, e non perché ne temessi le sue ritorsioni telepatiche.
“È un uomo fantastico”, confermai convinto.
Ci baciammo e Aurora mi accarezzò, come solo lei sa fare, il collo, e mi mordicchiò smaniosa i lobi delle orecchie. Il resto furono fatti nostri (e di quel guardone di Gino).

Di lì a pochi giorni mi assentai un week-end per un convegno.
Al ritorno, a notte inoltrata, Aurora mi corse incontro col suo più bel sorriso, annunciandomi d’avere una cosa importante da comunicarmi.
Salutai Gino: “Scusa. Aurora ed io mangiamo una sciocchezza in fretta di là. Deve dirmi qualcosa. Ciao, ci vediamo dopo.”
Raggiunsi la cucina: Aurora stava condendo un’insalata.
“Tesoro”, disse, “prometti che non ti arrabbi?”
“E perché dovrei, Topolina mia?”
“Sai, è stato un week-end magnifico. Non sono mai uscita e non mi sono annoiata un solo secondo. Gino è portentoso: sa tutte le cose del mondo e le racconta in un modo…”
“Hai ragione, Topolina. Gino è unico e siamo fortunati ad averlo con noi.”
“Ieri, saranno state le sette di sera, sono andata in bagno, e quando sono tornata, Gino era completamente ricoperto… Saranno stati più di trecento…”
“Cosa?” la interruppi preoccupato “cisti, tumefazioni, vesciche, herpes, papule, …?”
“Peni!”
“Peni? Peni… intesi come… come cazzi?”
“Oh, Annibale, avresti dovuto vedere. Sì, più di trecento di quei cosi dritti, perfettamente simili a quelli umani, tutti di rispettabile lunghezza. Ma il bello è che molti erano luminosi, di magici colori, altri sprigionavano scintillii intermittenti e fatati e, pensa, da alcuni uscivano musiche celestiali. Uno suonava la nostra canzone.”
“E… E tu?”, balbettai tremante.
“Cosa dovevo fare, Annibale? In un secondo mi sono spogliata e mi sono gettata su tutto quel ben di Dio.”
“Tu?… Su più di trecento cazzi?”
“Tranquillo, Annibale, non tutti. Ammetto che ne ho cavalcati parecchi: erano così vicini gli uni agli altri…”
“Non dirmi… Non dirmi… che gli hai concesso anche l’intimità del… del tuo sacrosanto culetto” tartagliai trasecolato.
“In tutto quel fittume è stato naturale, credimi, e poi mi sono data molto da fare pure con le mani e con la bocc…”
“Basta!” urlai.
“Scusami, Annibale, è stato bellissimo.”
“È stato bellissimo” mi arrivò telepatico il commento di Gino.
“Taci tu, stronzo! Con te facciamo i conti dopo” gli trasmisi inviperito.
“Sai” proseguì Aurora “io credo… credo di essermi innamorata di Gino.”
“Quella specie di legume ipertrofico?” sbraitai fuori di me.
“Legume ipertrofico a chi? Mister Pisellino!” mi staffilò, telepatico, Gino.
Aurora proseguì, con le lacrime agli occhi:
“L’amore è cieco. Purtroppo il nostro è un amore impossibile: Gino è sposato. Scusami, Annibale, tu sarai sempre dentro il mio cuore.” E si avviò singhiozzando verso lo studio.
“Anche tu sarai sempre dentro il mio cuore, e non immagini quante volte avrò la nostalgia di non essere dentro un’altra parte di te”, confessai sconsolato.
Mi precipitai in soggiorno. Gino se ne stava come sempre immobile sul tappeto.
“Figlio di puttana, se sapessi dove hai il culo lo riempirei di calci” trasmisi strillando con tutta la voce che avevo “il mio migliore amico si è fatto la mia donna con i suoi trecento cazzi, pluriaccessoriati di musichette e lucette di Natale.”
“Trecentoventiquattro, per la precisione” telepatizzò, placido, Gino.
“Aurora mi ha lasciato. Sei contento, adesso?”
“L’ho fatto per lei.”
“Per lei? L’hai fatto per lei? Poverino! Chissà quanto ti sarà costato. Domani t’iscrivo al Premio della Bontà: mi sa che lo vinci.”
“Credimi, è meglio così, Annibale. Ora Aurora è libera di correre, di incespicare, forse, ma di correre dove vuole.”
“E io? A me chi ci pensa?”
“Sei stato il carceriere più benevolo che si possa immaginare.”
Restammo in silenzio per un tempo sconsiderato.
“La mia missione è finita, Annibale.”
“Missione compiuta, amico, mi hai fottuto la donna trecentoventiquattro volte.”
“Non esagerare, so tenere i conti: tra performances vaginali, anali, orali e manuali sono state solo centotrentasei.”
Mi sentivo deluso e abbandonato, eppure, non so perché, non riuscivo ad avercela con Gino.
Stappai una bottiglia di champagne e ce la scolammo.
Ci augurammo la buonanotte.

Verso le quattro di mattina mi destai di soprassalto, impaurito dai rumori che provenivano dal soggiorno. Svegliai Aurora: “È entrato qualcuno!”
“Non ti preoccupare, Gino ci avrebbe avvisati.”
“Abbaiando?” risposi beffardo.
Ci coprimmo alla meglio e raggiungemmo cauti il soggiorno.
Gino era scomparso. Al suo posto, la sua impronta profonda sul tappeto, e un biglietto: “Addio, amici miei carissimi, è stato un sogno fantastico stare con voi. Ma lassù qualcuno mi ama e mi reclama. Sarete sempre con me,  Gino.”
Ci guardammo, compatendoci come due orfani inconsolabili.
“Come avrà fatto a scrivere il biglietto?”, osservai incuriosito.
“Forse aveva anche una mano, che gli spuntava quando voleva lui.”
“Forse ne aveva trecentoventiquattro” dissi, immaginando invidioso, pur nel dolore, le sue masturbazioni meravigliose.

Seguirono giornate malinconiche. Aurora fece i bagagli e se ne andò.
“Resteremo per sempre amici”, disse. Mi salutò baciandomi e stringendomi forte a sé. Piangeva.
Per sempre amici: per la prima volta compresi che sarebbe stato proprio così e che non era la solita frase fatta.

Scorsero molti giorni inutili e monotoni. Senza Aurora e senza Gino, rientravo a casa, la sera, rovistavo nel frigo, tiravo fuori qualcosa di freddo, che mangiavo senza neppure scaldare. Mi buttavo sul divano, scuotevo il capo nel vedere l’impronta di Gino, leggevo distrattamente due righe e là mi addormentavo.

E anche questo aprile mi scivola tra le dita.
È notte. Sono sul balcone. Illuminata con discrezione da qualche lampione, guardo la stradellina bianca, sotto di me, che conduce alle poche ville vicine. Tutt’attorno, avverto i richiami della primavera precoce: il trillo di un grillo e il rauco gracidio di una rana lontana, e indovino, tra la siepe che costeggia l’altro lato della strada, il lumicino incerto di una lucciola, la prima di quest’anno.
Assesto il telescopio e lo punto in cielo. Affacciata sulla linea dell’orizzonte, occhieggia Aldebaran, e più a nord vigila Cassiopea. Mi sposto a oriente e mi saluta Vega. Ora metto a fuoco Sirio e in un passo sono su Alfa Centauri.
Penso intensamente: “Gino, so che sei da quelle parti, e so che mi senti. Mi manchi, Gino, mi manchi tanto. Che nostalgia per le nostre serate insieme, a parlare parlare parlare… Gino, ti prego, fatti sentire, prenditi qualche giorno e ritorna. Se vieni, ti giuro che mi concedo un po’ di ferie, ci chiudiamo tutto il giorno in casa, a chiacchierare e strafarci di champagne fino a notte.
Grazie a te ho capito molte cose. Avevi ragione tu, come sempre. Aurora non c’è più, ma è giusto così. Sta con un ragazzo specializzando in otorinolaringoiatria. Li ho visti entrare in una trattoria, mano nella mano. Mi sono informato: è un bravo giovane e diventerà un ottimo medico. Ed è pure carino. Faranno la loro vita, resteranno assieme o si lasceranno, saranno felici o faranno casini, ma sarà la loro vita.
Ho capito, Gino, grazie a te l’ho capito. Ce n’è voluta, ma ora so.
L’autunno, il mio autunno, è un foliage prodigo di imprevedibili sfumature, traboccante di frutti succosi e zuccherini, e le sue notti  cingono la mia solitudine con tepore indulgente. Adoro crogiolarmi nel riposo del guerriero e nella quiete dopo la tempesta.
Sai, Gino, ora frequento una mia collega, una cardiologa di un paio d’anni più giovane di me. Che donna interessante! Quanta vita leggi nelle rughe che le circondano gli occhi. C’è incisa l’intera sua storia: risate, lacrime, amori. Com’è bella!
Oddio! Un piccolo intervento di blefaroplastica non guasterebbe, ma va bene così. E che eleganza i tailleur firmati, aderenti sulle sue curve generose. Certo che un tocco di liposuzione, qua e là… ma va bene così.
Forse un giorno faremo l’amore. Forse no. Credo mai.

In questo momento sento un secco rumore metallico, sebbene debole, salire dalla strada.
“Scusa, Gino, ti richiamo più tardi.”
Mi sporgo e vedo la figlia dei miei vicini, Lavinia. Procede lemme lemme verso casa sua. Ha perso qualcosa. La chiamo:
“Lavinia! Lavinia!”
Non mi sente: Cristo! Quelle maledette cuffiette infilate nelle orecchie. La richiamo più forte. Niente.
Scendo in fretta le scale e raccolgo da terra un mazzo di chiavi.
“Lavinia! Lavinia!”
Si volta: “Professore.”
“Lavinia, le sono cadute le chiavi.”
Lei torna indietro: “Professore, non so come ringraziarla. I miei non ci sono e sarei rimasta chiusa fuori. Grazie… Grazie infinite.”
“Come va, Lavinia?”
“Discuto la tesi mercoledì prossimo, ma non mi sento niente bene.”
“Cosa c’è che non va?”
“A dirla tutta, un paio di giorni fa mi sono scofanata una colossale pepata di cozze, e devo ancora digerirle.”
“Eh, eh, Lavinia, lo sa che non bisogna mangiare i frutti di mare nei mesi con la erre? Se vuole diamo un’occhiata e vediamo quello che si può fare.”
“Ma, professore, a quest’ora…”
“Per noi medici non esistono né giorno né notte. Solo diagnosi e terapie.”
“Professore, non vorrei abusare del suo tempo.”
“La nostra non è una professione, è una missione.”
“Sono imbarazzata, ma se fosse così cortese di farmi una visitina…”
“Non è cortesia, è dovere.”
Lavinia mi sorride, indietreggia e si infila sicura sulle scale.
L’uscio di casa l’ho lasciato socchiuso.
Io, da dietro, la osservo salire. Ad ogni scalino ondeggia l’acerbo bacino, ora a destra, ora a sinistra, e io non vedo l’ora di liberarla dall’oppressione di quei jeans troppo stretti.

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Bruno Pegoretti

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