Thursday, September 23, 2021

Sfaccettature di donna: l’intimità.

Di Marina Agostinacchio, dal blog “Borntobeonline.com”

Sollecitata da una lettura su un quotidiano, rifletto e argomento su l’essere donna.
Cos’è per te l’intimità?
Un’occhiata complice tra due persone, un’intesa sotterranea; poi, seguendo il vocabolario Treccani, “confidenza, dimestichezza, familiarità intrinsechezza, in relazione ad ambienti, situazione di agio e distensione, calore, familiarità, la parte intima, più segreta di sé”.

Lo scopriamo attraverso gli occhi e il cuore di una donna palestinese che, secondo un racconto letto, sblocca una situazione incresciosa e pericolosa, con un improvviso gesto, dettato da intuito e saggezza tutte femminili. Il racconto narra di una coppia di sposi, di un posto di blocco, di un gruppo di palestinesi invitati a un matrimonio, di militari israeliani che fermano il corteo nunziale e intimano un giovane credente tra i convenuti alla festa di baciare la sposa, pena il divieto di proseguire lungo la strada. Poiché il giovane si rifiuta per non dissacrare le leggi del suo dio, nonostante tutti l’invitino ad obbedire agli ordini del militare arrogante, insolente e divertito, lei, la sposa, avanzando verso il povero invitato, lo bacia con queste parole: ” Tu sei mio fratello davanti a Dio”. Poi, rivolta al marito, dice: “Ho baciato quell’uomo, se vuoi divorziare, divorzia! E che tutto il mondo sappia perché!”
E il marito, come reagisce? Ebbene egli dice: “Tu sei mia moglie davanti a Dio! Hai risolto tutto, sei la pupilla dei miei occhi! Andiamo!” Questo episodio ai nostri occhi e alle nostre orecchie così strano ed estraneo, a ben guardare, ci invita a riflettere su un aspetto culturale, fatto di convinzioni ed azioni appartenenti a un oriente a noi geograficamente prossimo.

Dicevamo “aspetto culturale”. Se indaghiamo intorno all’etimo della parola cultura, scopriamo che questa deriva dal verbo latino colere, “coltivare”. Bene Coltivare convinzioni, secondo un credo condiviso, pratiche sociali, esternarle attraverso comportamenti…se tutto ciò non è filtrato dalla saggezza del cuore e della mente rimane cosa sterile e infruttuosa.

Quindi, tornando alla sposa palestinese, la scelta improvvisa di quel bacio potrebbe risultare come un affronto a una legge, oltre ad evidenziare una profanazione ad un giuramento, un voto segreto, ricco di significato. Giuramento, voto segreto: in ciò risiede l’intimità tra sposi, un’intimità che è stata oltraggiata, a causa di un bacio, segno di una promessa che suggella un atto eterno di fedeltà.

Non avevo pensato che l’intimità, per essere protetta, potesse avere la tutela di una disposizione normativa—e in nome della quale, nel racconto specifico, il malcapitato trova la forza di sottrarsi alla richiesta temeraria del milite israeliano, tanto da esclamare: «Meglio morire!».
Non avevo pensato che “traslare” da un dentro a un fuori, la parte più intima di sé, gelosamente custodita, potesse essere un atto “sacrilego” nei confronti di una legge e di una religione.
Dice lo sposo: «Tu sei mia moglie davanti a Dio! Hai risolto tutto, sei la pupilla dei miei occhi!” Ciò rivela un’intesa segreta della coppia, talmente forte da potere esprimersi senza timore con un’azione insolita, “pericolosa” per di più pubblica. Parafrasando liberamente un testo del poeta Celan, (La morte fiorisce) in questo caso si tratta di un’intimità che “fiorisce come nient’altro fiorisce/ Fiorisce, appena lo vuole”…
La donna ci indica che è in questo improvviso moto di espressione fuori dall’ordinario, che risiede l’intimità.

A volte, un insolito gesto, scaturito da un pensiero che si trova costretto a scegliere tra due decisioni opposte—una scontata e sicura, l’altra sconosciuta e rischiosa—deve potere accettare la condanna ma, nel caso di esito positivo di una situazione urgente da dirimere e che porti frutto per la risoluzione di un problema, deve poter godere dell’appoggio pieno, del consenso del pubblico.
Siamo di fronte all’antico conflitto tra legge scritta e legge morale, tra diritto positivo e diritto naturale (ovviamente, là dove essi confliggono tra di loro).
L’intimità: potere statale, o partitico, o religioso, o politico?

Nel tempo donne diverse hanno espresso secondo una visione saggia e personale il proprio sentire e le proprie certezze che potremmo pensare riflesso della loro intimità.
Mi vengono in mente allora due situazioni, in cui l’amore è chiamato a decidere quale scelta affrontare. Nei due casi di cui parlerò vorrei portare al centro del discorso quel superamento della norma per un riscatto dell’Io donna come portatrice di un nuovo che sposta il centro, seppure in forme diverse, dalla propria interiorità a uno spazio esterno.
Si tratta di donne che scelgono di sacrificare sé, come nel caso di Antigone, in nome di una nuova legge, di donne che sovvertono la regola dell’amore, inteso quale esperienza puramente duale, basata sul desiderio. Donne che scelsero di essere anche e soprattutto pensiero, attraverso un dibattito portato sul versante di questioni estetico filosofiche; quello che potremmo definire uno spazio altro dal consueto.

Allora, ecco le due situazioni: Antigone, nella tragedia di Sofocle, (rappresentata per la prima volta ad Atene nel 442 aC.), e le Trobairitz che vissero all’interno della cultura occitanica del XI/XIII secolo.
La prima situazione è incarnata da Antigone che si rifiuta di obbedire alla legge inerente al divieto di sepoltura a chi considerato nemico della patria. Tale viene dichiarato, infatti il fratello Polinice. Essa si oppone in nome “delle leggi non scritte, ma infallibili degli Dei”. L’intima forza di Antigone, (che agisce contravvenendo alla legge di Creonte, con una sepoltura simbolica del fratello – alcune versioni parlano di cremazione di Polinice, dopo avere fatto lei allestire una pira), risiede nella sua coscienza rivolta ad accogliere, “pietosamente” compassionevole, il corpo del fratello defunto. Pertanto, in questo caso, legge scritta e legge morale confliggono quali forze titaniche; in mezzo Antigone che si trova a dovere prendere una decisione difficile.

Nel secondo caso, (le Trobairitz del XI/XIII secolo), penso alle tenzoni d’amore tra un trovatore ed una  “trobairitz” , come quella tra Lanfranco Cigala e Gullelma di Rosers, o come nella canso di Azalais de Porcairagues, “Ar em al freg temps vengut” , tenzone incentrata sul dibattito relativo ai rapporti amorosi tra i componenti di diverse classi sociali, sull’ interrogativo  amoroso di  scelte valoriali, volte alla nobiltà  d’animo piuttosto che  alla  nobiltà di  nascita, secondo quella che era la regola feudale del tempo.
Si tratta di una visione dell’amore che varca i limiti della consuetudine, amore testimoniato in una discussione dove l’etica, “la norma arida, viene superata da un intimo sentire, in base a un’ottica estetica cortese dell’agire, da una percezione dell’altro e della verità alimentate nella relazione d’amore, nel rapporto interpersonale, secondo una sapienza estetica cortese, mai banale” Si tratta allora di un agire che è “sapienza d’azione”.
Nella tenzone i due discutono sulla scelta tra norma e piacere in amore. La risposta all’interrogativo dice che è la relazione che decide: non un potere statale, o partitico, o religioso, o politico che dica cos’è bene, cos’è male. (Marirì Martinengo).
“La Signora cantata dai trovatori, oltre ad essere loro protettrice, si pose al centro della vita di corte; in questo centro le trobairitz portarono l’amore, le relazioni interpersonali, nella vita come nell’arte—basti osservare quanto siano frequenti le tenzoni di argomento estetico/etico, di dialogo, di confronto; è l’amore, interpretato da loro, che detta e regola il comportamento”. In tal senso possiamo parlare di un amore che da sé (l’intimo umano) allarga lo sguardo all’esterno, proprio attraverso il dibattito.

Ma torniamo alla sposa palestinese. Una “sapienza d’azione”, dunque quella della donna vista fin qui, una donna che ha una visione dell’intimità allargata in uno spazio altro, lungo un attraversamento che congiunge la sfera privata della riservatezza, della segretezza, con quella pubblica.
Essa—la dimensione dell’intimità—diviene esteriorità, assumendo forme inconsuete di gesti, dettata da forme di agire considerate estranee, quando non temerarie, non rispettose della norma, insomma forme basate su un agire anticonformista; un’interiorità che oltrepassa il limite per divenire relazione, salvezza, intuito risolutivo contro gli agguati di cui la vita è colma. Portare noi fuori, comporta responsabilità, previsione dell’azione scelta, visione globale del nostro essere nel mondo, in relazione ad esso, comporta una lettura di cosa quel mondo ci sta dicendo e con quali parole.

La donna del racconto originario, la sposa che inventa un’azione inedita, lo sposo che la benedice col suo assolverla, sapendo cogliere la perla-saggezza di lei, offrono una nuova terra di convivenza; senza precipitare nel dramma, la coppia salva il gruppo di invitati, oltre a salvare sé stessa. È come se in quell’atto la terra interiore, l’alleanza, la segretezza di un impegno preso-e prima ancora che formalizzato- si allargasse a un luogo tangibile dell’incontro con l’altro, un luogo illimitato. E così che può apparire la bellezza di un mondo, fatto diverso. Il corpo è terra che lo abita, terra da vangare continuamente, terra incerta e transitoria, che ci trasforma nella continua relazione con esso.

Dice il filosofo François Jullien nel suo saggio “Sull’intimità—Lontano dal frastuono dell’Amore” (Raffaello Cortina Editore)
“Tutta l’intimità di questo mondo è, nella sua fragilità, forse ancora un modo per ricollegarsi a quella fiducia che sola permette di varcare i confini già tracciati agli spazi del nostro abitare il tempo”… Il tempo entra improvviso a dirci che l’abbandono fiducioso nell’altro/negli altri produrrà qualcosa di inedito e buono. “L’intimità è un momento dell’amore, un momento dell’amicizia. Un momento, un luogo, una qualità. Non è l’amore: è qualcosa che capita all’amore”.
Insomma Intelligenza d’Amore in tutti e tre i casi, commisurati alle epoche storiche e culturali, è azione, mediazione, che produce giovamento collettivo partendo dal proprio sentire, dalla propria interiorità.

Marina Agostinacchio
Nel 1998 e nel 2007, Marina Agostinacchio è tra i vincitori del concorso nazionale di poesia “Premio Rabelais”. Nel 2006 è tra i finalisti del Premio “Tra Secchia e Panaro”. Nel 2002 ha ottenuto il Premio internazionale Eugenio Montale per l’inedito. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesie Porticati, nel 2009 la raccolta Azzurro, il Melograno, nel 2012 Lo sguardo, la gioia, nel 2014 Tra ponte e selciato. Nel 2021, Martina Agostinacchio ha pubblicato il volume di poesie Trittico berlinese.

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