Friday, August 19, 2022

POESIA E POETI. 1a parte: Poeti arcaici, Aedi, Rapsodi, Esiodo, Pindaro

di Marina Agostinacchio

1a parte: Poeti arcaici, Aedi, Rapsodi, Esiodo, Pindaro

Secondo la poesia antica, il poeta occupava un posto particolare nell’ambito della società; esso, infatti, si rivestiva di sacro in quanto tramite tra dio e l’uomo.

Questo accadeva nella Grecia arcaica. L’aedo omerico, consapevole del suo status sociale di figura indispensabile a rivelare l’intellegibile, il mistero, si poneva tra gli uomini e dio e la Musa, maestra dei canti, era colei che gli indicava il sentiero. Gli dei quindi proteggono il poeta, lui è il loro cantore, può rendere visibile agli uomini quella zona oscura del passato che separa dal presente. Tolti i veli, gli uomini possono conoscere i tempi in cui dei e uomini erano in dialogo e si conoscevano.

Il poeta, nell’immagine dell’aedo, diviene indovino che dice ciò che gli occhi non possono vedere, perché ciò è nascosto nel tempo passato. Poeta e indovino sono dunque figure parallele nella Grecia arcaica. Entrambi ciechi, poeta e indovino, con la loro arte riescono a far sì che il presente non obnubili il mondo sovraumano, senza tempo, del dio. E’ per questo che i signori nobili che ospitano gli aedi tengono questi in grande considerazione. Il poeta con la sua arte non solo è urna che raccoglie la memoria collettiva- genos – ma con la sua parola è piacere che rapisce chi lo ascolta.

Nel tempo degli Aedi….

Demodoco (aedo dei Feaci) nell’Odissea.

Demodoco alla corte dei Feaci

L’attività svolta da aedi e cantori presso le corti di nobili aristocratici viene descritta per la prima volta da Omero, nell’Odissea. Così nel passo: “Venne l’araldo guidando il valente cantore./ Molto la Musa lo amò e gli diede il bene ed il male:/ gli tolse gli occhi ma il dolce canto gli diede”, possiamo intuire come la cecità sia metafora di possibilità per un oltre. Siamo presso i Feaci, alla reggia di Alcinoo, davanti al banchetto allestito per l’ospite Odisseo; l’araldo guida l’aedo cieco (come venivano rappresentati tutti i cantori e i poeti profeti dell’antica Grecia) di nome Demodoco. Le Muse gli donano una seconda vista, segno di una sapienza superiore. Estraniato da sé, preda dell’ispirazione divina, accompagnato dal suono della cetra, l’aedo inizia il suo canto davanti ai cortigiani e ad Odisseo: “Poi quando ebbero scacciata la voglia di bere e di cibo,/ la Musa indusse l’aedo a cantare le glorie degli uomini,/ da un tema la cui fama raggiungeva il vasto cielo,/ la lite di Odisseo e del Pelide Achille,/…”(canto VIII, vv. 62 sgg).

Esiodo

Esiodo

Con Esiodo (metà VIII secolo a.C. – VII secolo a.C) muta la visione del poeta mediatore diretto della verità superiore.  Le Muse gli ricordano, prima di investirlo tale, come sia facile, per i poeti, dire molte cose false simili al vero. Verità, falsità, verosimiglianza: il poeta incanta, camuffa il falso di apparenze verosimili. Quindi l’aedo non rivela solo il segreto del dio, il non accessibile, attraverso il suo canto, ma si carica anche di connotazioni altre, facendo uso di parole che incantano chi ascolta. In questo caso il canto del poeta diviene infrazione del codice morale perché per svelare il dio, il canto del poeta passa per qualcosa che assomigli al vero ma che non è il vero nella sua assolutezza. Il verosimile è vicinanza al vero per difetto.

Se vogliamo reperire l’inizio della menzogna in poesia dobbiamo partire proprio da Esiodo e dal proemio della Teogonia, dove il poeta greco fa dire alle Muse che gli si rivolgono questa frase:

“« (…) noi sappiamo dire molte menzogne simili al vero,
ma sappiamo anche, quando vogliamo, il vero cantare»”

(Esiodo, Teogonia, 1984, BUR)

Esiodo ebbe appunto dalle Muse uno scettro: “E come scettro mi diedero un ramo d’alloro fiorito”. L’alloro simbolo del potere temporale, diviene un modo di comunicazione scritta che allude (l’allegoria). La parola quindi assume un ruolo diverso nel proprio rimando logico al referente posto in evidenza nel testo. Esiodo, come poeta, riceve pertanto dalle Muse una vera e propria investitura. Il Poeta si fa allora portatore del vero, in quanto la Musa ispiratrice consegna a lui il nullaosta dell’allusione. Se ci pensiamo, la menzogna in poesia è necessaria in quanto è per essa che si regge questa tipologia di scrittura. Fantastico e reale si fondono, e il lettore è ben consapevole del fatto che il reale non è aderente alla inventio creativa delle  opere. Ma allora, come fanno a sopravvivere queste menzogne nel tempo? Ebbene, esse contengono in sé, nel modo in cui sono dette, un ardore che rapiscono il lettore tuttora. Esiodo stesso, che si proclama poeta del vero, è giunto a noi non tanto perché ci ha narrato una verità diretta e precisa, bensì perché la sua parola in versi era talmente poderosa ed energica da lasciare un’orma duratura nella Storia.

 

E Rea, congiunta a Crono, die’ a luce bellissimi figli,

Istia, Demètra, ed Era, la Diva dall’ aureo calzare,

Ade ch’à sotto la terra la casa, dall’ animo forte,

cuore spietato, ed Enosigèo che profondo rimbomba,

e Giove, saggia mente, degli uomini padre e dei Numi,

sotto il cui tuono tutta si scuote l’ampissima terra.

Ma l’inghiottiva, come ciascuno dall’utero sacro

su le ginocchia della sua madre cadesse, il gran Crono,

che questo in mente aveva, che niun dei mirabili Uràni

fra gl’Immortali avesse l’onore del regno: ché aveva

saputo dalla Terra, da Urano fui gente di stelle,

ch’era per lui destino soccombere al proprio figliuolo.

Per questo, ad occhi chiusi non stava: vegliava; ed i figli

suoi divorava. E Rea si strugge a d’amarissima doglia.

Ma quando essa alla luce già stava per dar Giove, padre

degli uomini e dei Numi, rivolse la prece ai diletti

suoi genitori, a Urano coperto di stelle, ed a Terra,

perché d’accordo il modo trovassero ch’ella il suo parto

nascondere potesse, far paghe l’Erinni del padre

e dei suoi figli, inghiottiti da Crono possente, astuto.

Esiodo, Teogonia 453 – 473
(Esiodo nella Teogonia tradotta da Romagnoli)

Come possiamo vedere, Gea e Urano, i Titani, loro figli, il seguito della storia, sono presentati attraverso narrazioni non aderenti al vero, una storia intessuta di simbolismi su cui si sono formati gli uomini antichi , una storia in veste di poesia, nei modi che solo la poesia sa fare, raggiungendo la bellezza col suo linguaggio alto, fortemente allegorico. La poesia, quindi come via attraverso cui presentare il vero, “distinguendolo raffinatamente dalla menzogna”. Quest’ultima però si presenta di una parte formale con cui annunciare questo vero; è necessario presentare il vero, con una forma che lo evidenzi al meglio per rendere palese quanto più possibile il concetto di vero. La menzogna (la figura retorica usata ed abusata, portata spesso all’estremo) pare essere un pretesto, argomento ornamentale, a suffragio di una comunicazione che miri a dare un messaggio forte. Il poeta ha due compiti importanti: rendere viva ed eterna la memoria dei tempi eroici e tramandare un codice di valori sociali. Importante è la funzione perciò della memoria in cui gli uomini ritrovano passato e significato del loro esistere; senza memoria, avrebbero dietro sé l’ignoto. La gloria delle antiche gesta dei sovrani e delle imprese trascendenti degli dei vive attraverso la memoria. Il poeta muove l’animo umano e indica la via giusta. Chi ascolta si autoriconosce, trova conferma delle regole che organizzano la vita, trova ragione della propria identità. Il compito del poeta è importante. Deve agire con un linguaggio metaforico soave, amabile, dolce per suscitare paura, pianto, commozione, dolcezza.

Pindaro

La visione di Pindaro (518 a.C. circa – Argo, 438 a.C. circa) della poesia e del poeta avviene attraverso il recupero nella metafora il requisito essenziale dell’aedo omerico, identificato nell’indovino e pertanto il cantore non è più sottoposto al signore, suo pubblico.  Il poeta, interprete (hermaneus), indovino (mantis), profeta (prophatas) canta le imprese del signore, assunto al rango di eroe. Le gesta chiedono di essere consacrate e perciò eternate nel ricordo. Rivelando l’ineffabile, attraverso l’ispirazione e l’investitura sacra della Musa, il poeta può finalmente porsi sullo stesso piano del signore, assumendo il ruolo di celebratore e consacratore delle imprese di costui. Non più svelatore, interprete solo di un passato scomparso, luogo in cui il poeta accede al dio, si riconosce, il poeta, nel signore/committente della celebrazione delle opere di quest’ultimo. Con la metafora il poeta diventa pertanto non solo l’interprete del dio: “Oracoleggia, Musa, io profetizzerò”; il soffio della Musa ispira il poeta a celebrare la gloria degli atti eroici del presente e a riprendersi lo status di consacrato, colui che può cantare anche l’attuale in forza da un lato della mediazione delle divine Muse, dall’altro della metafora che presenta il canto in forma di linguaggio che rinvia ad un altrove, innalza la parola a uno status divino. Ma di quale attuale si tratta? A chi questo attuale rimanda? Pindaro riconosce il presente cantato nei tiranni siciliani, alla cui corte il poeta diviene sacerdote e non tanto indovino. Gli espedienti tecnici del comporre e quelli creativi appaiono sotto la veste sacerdotale e la funzione sacra sacerdotale, nonché sotto la diversità della sua natura. Elogio del sovrano/auto elogio del poeta/superiorità della poesia su ogni altra pratica perché la poesia consacra chi oggi regna; il signore deve consegnare, come avviene per gli eroi e i sovrani del passato, la propria immagine di gloriosa potenza. il poeta è allora “maestro di verità e di moralità”.

Alla prossima!!!

 

Marina Agostinacchio
Marina Agostinacchio
Nel 1998 e nel 2007, Marina Agostinacchio è tra i vincitori del concorso nazionale di poesia “Premio Rabelais”. Nel 2006 è tra i finalisti del Premio “Tra Secchia e Panaro”. Nel 2002 ha ottenuto il Premio internazionale Eugenio Montale per l’inedito. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesie Porticati, nel 2009 la raccolta Azzurro, il Melograno, nel 2012 Lo sguardo, la gioia, nel 2014 Tra ponte e selciato. Nel 2021, Marina Agostinacchio ha pubblicato il volume di poesie Trittico berlinese.

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