Wednesday, May 18, 2022

Poesia e Poeti. Parte seconda. Gorgia: poesia e retorica, arti parallele

2a parte

Per un approccio interpretativo al testo l’Encomio di Elena del filosofo sofista Gorgia da Lentini

Per Gorgia, poesia e retorica hanno lo stesso fine: avvincere, incantare, ingannare. Nell’ “Encomio di Elena”, Gorgia fonda una nuova arte che inganna e persuade: la retorica, non però quella appartenente alla pratica oratoria, destinata alla persuasione politica. A una riflessione attenta di quanto evinto nell’opera succitata,  il discorso gorgiano mira a rendere l’ascoltatore abbandonato alla parola ricevuta, alla sua ambiguità, al fascino della sua risonanza interpretativa, una parola, insomma, capace di rendere il pubblico dimentico del dominio di sé.  L’oratoria poetica di Gorgia fa perno sulla potenza del dire attraverso cui il retore si pone in un rapporto di superiorità con la massa che non sa. Lo straniamento, in cui cade l’ascoltatore, permette alla mente soggiogata di accettare l’inganno, un inganno che appartiene anche alla parola poetica, alla sua forma di incantesimo. Se pensiamo che con i sofisti del V secolo la retorica comincia ad avere rapporti di vicinanza con la poesia, capiamo come il mito diventi oggetto dei discorsi dialettici di questi pensatori. (Sappiamo infatti che per tutta la durata del Medioevo Ellenico, la poesia ebbe per oggetto il mito).

Se dunque la forma persuasiva del dire dei retori era il presupposto del convincimento, volto a suggestionare il pubblico, (e non finalizzato a porre argomenti razionali, supportati da prove a favore), per essa venivano destati, in chi ascoltava, sentimenti ed emozioni, i più disparati, come la paura, la commozione, il rimpianto, la tristezza. Indirizzata agli uomini, la parola, nella sua ambiguità, nel suo farsi articolazione tecnica e simbolo, si porrà nel tempo dell’ascolto, unica certezza, non potendo essere ricordo del passato, divinazione del futuro. “…E però, varcato ora, col discorso, il tempo d’allora…” dirà Gorgia nel suo Elogio.

Nella visione di Gorgia, il poeta si presenta come figura consacrata, persona che ha una dote innata e misteriosa, la cui arte non è frutto né di apprendimento, né di studio. In Gorgia, la parola si rivela forza misteriosa che agisce su un auditorio pronto a farsi ”rapire” da essa. Il retore, come il poeta, pertanto, sa come fare sentire la propria superiorità nei confronti di una platea, che non sa, né può sapere in modo “lucido” quanto andrà ad ascoltare. Quindi, possiamo senz’altro affermare che siffatta parola simbolica, metaforica rappresenta il rapporto del poeta col potere. Il retore-poeta è consapevole della propria superiorità conoscitiva, offre il sapere alla massa che non sa e che perciò è destinata ad essere dominata.

Nel suo discorso, Gorgia costruisce un intero campo semantico, ricco di immagini e metafore con cui mette in evidenza le affinità della retorica con l’arte della poesia. Nell’ encomio di Elena, la scrittura di Gorgia è composta di un’esposizione linguistica simbolico-letteraria e di una forma dialettica. La tecnica di argomentazione, strutturata secondo i canoni di un ragionamento rigoroso, è in apparente contrasto con le affermazioni di Gorgia sul potere del logos (la parola); esse, a prima vista, paiono fare perno sull’arte della parola come convincimento irrazionale e fortemente emotivo: “Gl’incantamenti del discorso, fitto di ispirazione, ti danno il piacere, ti cavano il dolore; la forza dell’incantamento, fisa alle sensazioni dell’anima, la strega, la convince, la sconvolge col suo fascino. Due le arti che si sono trovate, basate sul fascino e sulla magia; e queste sono traviamento nell’anima e inganno dei sensi“. Sulla base di questo, e di altri testi simili, moltissimi critici hanno parlato dell’aspetto magico, irrazionale, emotivo della retorica gorgiana.

“La parola sta all’anima come la medicina al corpo”. Questa affermazione pone al centro del pensiero gorgiano la parola, la sua forza, il suo dominio, le sue possibilità evocative, allusive, gli effetti “terapeutici”: dolore, timore, paura, pianto, divertimento, incantesimo, inganno; la parola è un serbatoio dove trovano ossigeno emozioni, immagini contenute in senso figurato, (aspetto connotativo del linguaggio), al di là dei suoi referenti di rimando (aspetto denotativo.) Essa, nel suo svolgersi in discorso, può avere intenti buoni o cattivi. Secondo Gorgia, la parola, l’uso consapevole e declamatorio che se ne fa, va diretta a chi è sprovvisto di strumenti atti a capire il fine a cui è rivolta e costruita. Come la retorica, la poesia misura la propria forza su un linguaggio elaborato, si apre a e si arricchisce di continui rimandi, di associazioni, di mille sfaccettature, anche in forza delle figure retoriche cui fa ricorso. Della parola si può distinguere il significante – l’aspetto grafico o fonico di essa-   e il significato – il contenuto- la sua essenza stessa. Il significante vive di una potenziale evoluzione, caratteristica detta polisemia (dal greco poly-, “molto”, e sêma, “segno”). Grazie a questo aspetto costituzionale polisemico delle parole, alla varietà di significati che uno scritto può assumere attraverso i valori simbolici delle stesse, il linguaggio poetico vive di una propria peculiarità distintiva.

Ma andiamo all’opera, all’ Encomio di Elena

L’argomentazione di Gorgia e la visione tragica della vita

Gorgia con il suo discorso, attraverso lo strumento della retorica, affronta con minuziosità le diverse possibilità che hanno indotto Elena a lasciare il marito Menelao. Quattro sono i campi di indagine: per un atto di determinazione del Caso e degli Dei; per un atto di forza del rapitore; a causa di discorsi eloquenti e per amore.

Elencazione dei possibili motivi da cui dipese l’agire di Elena

“… Ma chi fu, e per qual motivo, e in che modo appagò l’amore colui che conquistò Elena, non lo dirò: ché il dire, a chi sa, ciò che sa, aggiunge fiducia, ma non porta diletto. E però, varcato ora, col discorso, il tempo d’allora, mi rifarò dal principio del discorso propostomi, ed esporrò le cause per le quali era naturale avvenisse la partenza di Elena verso Troia”.

L’interrogativo iniziale con cui Gorgia apre la sua dissertazione è uno degli elementi connaturati all’artificio del discorso retorico.

Stiamo parlando di Elena, che capiamo già da questo incipit, vittima, e non colpevole, della decisione di abbandono della casa coniugale. Posto in tal modo l’inizio dell’arringa, ci sentiamo guidati dal retore a sostenerlo nel suo dire. in che modo appagò l’amore colui che conquistò Elena, e Gorgia prosegue poi dicendo non lo dirò. Gorgia spiega come sia inutile la sua apologia rivolta a chi sa, in più, limitatamente a quanto è di propria conoscenza, perché tanto ciò basta a sostenere il proprio convincimento. Inoltre, rivolgersi a questo tipo di pubblico non dà diletto, inteso, nel filosofo, a un piacevole muovere le parole, volte a suscitare suggestioni.

Per cieca volontà del Caso, e meditata decisione di Dèi

Circa la responsabilità addossata ad Elena per la sua fuga amorosa, Gorgia con il suo discorso ci indica come essa non abbia potuto scegliere liberamente come agire in base alla propria volontà, in quanto si trovava di fronte a una decisione presa da entità superiori, gli dei e il Caso, entità che dominano la scena umana. Le divinità, infatti, ci dice lo scrittore, hanno un potere che non si può contrastare. “Il caso e la necessità rappresentano i cardini della visione tragica del mondo”.

“Infatti, ella fece quel che fece o per cieca volontà del Caso, e meditata decisione di Dèi, e decreto di Necessità; oppure rapita per forza; o indotta con parole, – o presa da amore -. Se è per il primo motivo, è giusto che s’incolpi chi ha colpa; poiché la provvidenza divina non si può con previdenza umana impedire. Naturale è infatti non che il piú forte sia ostacolato dal piú debole, ma il piú debole sia dal piú forte comandato e condotto; e il piú forte guidi, il piú debole segua. E la Divinità supera l’uomo e in forza e in saggezza e nel resto. Che se dunque al Caso e alla Divinità va attribuita la colpa, Elena va dall’infamia liberata.”

Elena Rapita

Prendendo in considerazione questa seconda ipotesi, Gorgia vuole farci riflettere sull’atto del rapitore che egli definisce barbarico. Questi merita sia additato sia con le parole che legalmente; Elena dunque non è colpevole. L’eloquenza di Gorgia da un lato è finalizzata a che il pubblico simpatizzi per Elena, vittima di un atto di forza brutale, dall’altro all’ accusare , infamare, dare la giusta pena a chi è stato causa di un’ azione tanto brutale.

“E se per forza fu rapita, e contro legge violentata, e contro giustizia oltraggiata, è chiaro che del rapitore è la colpa, in quanto oltraggiò, e che la rapita, in quanto oltraggiata, subì una sventura. Merita dunque, colui che intraprese da barbaro una barbara impresa, d’esser colpito e verbalmente, e legalmente, e praticamente; verbalmente, gli spetta l’accusa; legalmente, l’infamia; praticamente, la pena. Ma colei che fu violata, e della patria privata, e dei suoi cari orbata, come non dovrebbe esser piuttosto compianta che diffamata? ché quello compì il male, questa lo patì; giusto è dunque che questa si compianga, quello si detesti”.

Elena indotta alla scelta con Parole

La forza della parola discorsiva, come accade per la poesia, è parola che persuade, parola che assume vesti cangianti a seconda del contesto. E’ parola che inganna, parola illusoria, parola dal molteplice significato, parola che si camuffa, parola contraddittoria. La parola, ci dice Gorgia, pur avendo una forma minima, tutta compresa nelle sue lettere compositive -e quindi quasi impercettibile – ha la forza di un dominatore. Una parola cosiffatta è poesia, produce sensazioni diverse, nel suo farsi in forme metriche. La parola, pronuncia Gorgia nell’ Encomio di Elena , è magica: “essa è «un potente signore, che col più piccolo e impercettibile dei corpi riesce a compiere le imprese più divine». Se poi si aggiunge a questa fascinazione del dire una disposizione dell’anima ad accoglierla, capiamo come Elena sia colpita da un tal fulmine, vinta, domata, abbattuta. Elena verrebbe anche in questo caso assolta, in quanto non colpevole della scelta di abbandono della casa. Di fronte ai crucci della vita, la parola (il logos), si pone di fronte all’uomo come consolazione. La parola, proprio perché non può esprimere della realtà la verità bensì l’apparenza, trova in sé il proprio valore.

“Se poi fu la parola a persuaderla e a illuderle l’animo, neppur questo è difficile a scusarsi e a giustificarsi così. La parola è un gran dominatore, che con piccolissimo corpo e invisibilissimo, divinissime cose sa compiere; riesce infatti e a calmar la paura, e a eliminare il dolore, e a suscitare la gioia, e ad aumentar la pietà. E come ciò ha luogo, lo spiegherò.

Perché bisogna anche spiegarlo al giudizio degli uditori. La poesia nelle sue varie forme io la ritengo e la chiamo un discorso con metro; e chi l’ascolta è invaso da un brivido di spavento, da una compassione che strappa le lacrime, da una struggente brama di dolore; e l’anima patisce, per effetto delle parole, un suo proprio patimento, a sentir fortune e sfortune di fatti e di persone straniere. Ma via, torniamo al discorso di prima. Dunque, gli ispirati incantesimi di parole sono apportatori di gioia, liberatori di pena. Aggiungendosi, infatti, alla disposizione dell’anima, la potenza dell’incanto, questa la blandisce e persuade e trascina col suo fascino. Di fascinazione e magia si sono create due arti, consistenti in errori dell’animo e in inganni della mente. E quanti, a quanti, quante cose fecero e fanno credere, foggiando un finto discorso! Che se tutti avessero, circa tutte le cose, delle passate ricordo, delle presenti coscienza, delle future previdenza, non di eguale efficacia sarebbe il medesimo discorso, qual è invece per quelli, che appunto non riescono né a ricordare il passato, né a meditare sul presente, né a divinare il futuro; sicché nel piú dei casi, i piú offrono consigliera all’anima l’impressione del momento. La quale impressione, per esser fallace ed incerta, in fallaci ed incerte fortune implica chi se ne serve. Qual motivo ora impedisce di credere che Elena sia stata trascinata da lusinghe di parole, e cosí poco di sua volontà, come se fosse stata rapita con violenza? Cosí si constaterebbe l’imperio della persuasione, la quale, pur non avendo l’apparenza dell’ineluttabilità, ne ha tuttavia la potenza. Infatti un discorso che abbia persuaso una mente, costringe la mente che ha persuaso, e a credere nei detti, e a consentire nei fatti. Onde chi ha persuaso, in quanto ha esercitato una costrizione, è colpevole; mentre chi fu persuasa, in quanto costretta dalla forza della parola, a torto vien diffamata. E poiché la persuasione, congiunta con la parola, riesce anche a dare all’anima l’impronta che vuole, bisogna apprendere anzitutto i ragionamenti dei meteorologi, i quali sostituendo ipotesi a ipotesi, distruggendone una, costruendone un’altra, fanno apparire agli occhi della mente l’incredibile e l’inconcepibile; in secondo luogo, i dibattiti oratorii di pubblica necessità [politici e giudiziari], nei quali un solo discorso non ispirato a verità, ma scritto con arte, suol dilettare e persuadere la folla; in terzo luogo, le schermaglie filosofiche, nelle quali si rivela anche con che rapidità l’intelligenza facilita il mutar di convinzioni dell’opinione. C’è tra la potenza della parola e la disposizione dell’anima lo stesso rapporto che tra l’ufficio dei farmaci e la natura del corpo. Come infatti certi farmaci eliminano dal corpo certi umori, e altri, altri; e alcuni troncano la malattia, altri la vita; cosí anche dei discorsi, alcuni producon dolore, altri diletto, altri paura, altri ispiran coraggio agli uditori, altri infine, con qualche persuasione perversa, avvelenano l’anima e la stregano. Ecco cosí spiegato che se ella fu persuasa con la parola, non fu colpevole, ma sventurata.

Gorgia, facendo riferimento alle imprese divine che “sa compiere la parola” (logos), nella sua argomentazione, pone sullo stesso piano valoriale la poesia, organizzata secondo forme metriche e persuasive-intenzionali  (suscitatrice di emozioni diverse e contrastanti) e gli altri elementi interni al discorso sulla parola: le schermaglie filosofiche , l’ufficio dei farmaci,  i ragionamenti dei meteorologi…

Il filosofo congiunge all’ impalcatura logica del discorso, (basata sulla confutazione difficile ed elaborata dell’eloquio), uno stile estremamente costruito e articolato, con immissione di figure retoriche, come antitesi (accostamento di parole o di concetti contrapposti), una struttura formale, costituita da cadenze ritmiche martellanti. All’interno del testo, nel suo svolgersi, quindi, si può riscontrare in modo costante, un ritmo franto e pressante. Tutte queste queste figure vennero dette “figure gorgiane”.

GORGIA

Utilizzo delle figure retoriche

Circa le figure retoriche impiegate da Gorgia, analizzando un frammento del testo, le studiose Giulia Cecchini, Mary Goffe, Marta Masina, Ludovica Perazzi, riscontrano le seguenti:

  • Parallelismo: successione simmetrica di brevi concetti o elementi grammaticali
  • Omoteleuto: due o più parole che terminano alla stessa maniera o similmente
  • Poliptoto (ripresa in frasi successive di un periodo una parola, di solito la prima, della frase iniziale, mutando il caso o il genere o il numero).
  • Chiasmo: (reciproca inversione del costrutto in due membri contigui).
  • Antitesi (due immagini consecutive e spesso simmetriche in maggior rilievo, facendo leva sulla loro più o meno accentuata contrapposizione).

Nella traduzione il frammento analizzato è il seguente:

…Infatti, o per volere della sorte, e per decisione degli dei, e per decreto della necessità fece quel che fece, oppure rapita con la violenza, oppure persuasa dai logoi, oppure presa da amore. Per quel che riguarda la prima alternativa, è degno di essere ritenuto colpevole chi lo è: infatti è impossibile impedire quel che un dio brama con l’umana previdenza. E’ naturale, infatti, non che il più debole sia d’impedimento al più forte, ma che il più debole sia dominato e condotto dal più forte e che il più forte guidi e che il più debole segua. Il dio è qualcosa di più potente dell’uomo sia per violenza, sia per sapienza e anche per tutto il resto. Se, dunque, bisogna far risalire la colpa alla sorte e agli dei, bisogna che Elena sia liberata dall’infamia.”

Un altro frammento del testo di Gorgia in questione porta l’argomentazione relativa alla possibilità che Elena sia stata costretta con la forza a seguire il suo rapitore.

Le figure retoriche sottolineate dalle studiose sono le seguenti:

  • parallelismi
  • omoteleutici (figura retorica che si ha quando due o più parole terminano alla stessa maniera o similmente).
  • struttura trimembre (composto di tre parti, tre elementi).
  • Una struttura a chiasmo costituita da poliptoti che esprime la dura sentenza nei confronti del colpevole.

Ecco il testo, in traduzione, preso in esame

“Se lei, invece, fu rapita con la violenza e contro la legge subì violenza, ingiustamente fu oltraggiata. E’ chiaro che colui che la rapì commise oltraggio e agì contro la giustizia; colei che, invece, fu rapita, per il fatto di aver subito oltraggio, ebbe una sorte avversa. Ordunque, il barbaro che tale barbara impresa intraprese merita d’esser punito con il logos, con la legge, con i fatti: con il logos coll’accusarlo, con la legge col disonorarlo, coi fatti col castigarlo. Colei che, invece, subì violenza e fu defraudata della patria e privata dei suoi cari, come, verosimilmente, non dovrebbe esser commiserata invece che diffamata? L’uno infatti compì un’azione tremenda, l’altra la patì: è dunque giusto questa compiangere, l’altro odiare”.

La tecnica persuasiva gorgiana comporta sia la psicagogia (La retorica come psicagogia, nel filosofo Platone fa perno sulla potenza del discorso finalizzato a guidare le anime, “E’ necessario che chi vuol diventare oratore sappia di quante specie sia l’anima”) sia la logica. Pertanto le figure gorgiane come l’antitesi, hanno una duplice sostanza, logica e magica. Come già posto in rilievo, gli aspetti, irrazionale e magico, caratterizzanti la tecnica persuasiva e interpretativa “tragica” del reale” sono i presupposti della retorica. L’ambiguità della parola è solo un espediente per la narrazione di un mondo dominato dalla tragedia, dalla menzogna, dal destino ignoto ed inesorabile, un mondo dominato dall’irrazionalità esistenziale. Questi aspetti illusori sembrano mettere un po’ in secondo piano la natura del serrato procedimento argomentativo di Gorgia. Tuttavia la forza del discorso dell’opera considerata non è deliberatamente irrazionale; in esso, infatti, l’autore affronta tutti gli argomenti (tecnici, contenutistici, intenzionali, logici in successione stringente), secondo la loro peculiarità distintiva.

Amore e bellezza persuasivi come le parole

Qui Gorgia argomenta come sia nella natura delle cose che quanto appare e viene percepito attraverso la vista susciti nell’anima sensazioni consone all’effetto che la stessa visione ha in noi. Certe cose per natura affliggono la vista, certe altre la seducono, “Ché molte cose, in molti, di molti oggetti e persone inspirano l’amore e il desiderio”.

Statua di Amore e Psiche – Ostia antica

Dunque, gli occhi di Elena, attratti dal corpo di Alessandro, (Paride) contagiarono l’anima, sede del desiderio e dei conflitti per amore. Ma Amore, ci suggerisce Gorgia, potrebbe essere un dio, colmo di un potere a cui gli umani sono sottoposti senza rimedio e volontà. Gorgia porta l’argomentazione fino in fondo, proponendo altre cause connaturate all’innamoramento. Ci dice che L’Amore potrebbe essere una malattia, malattia umana e stato di inconsapevolezza dell’anima. Non si può pertanto colpevolizzare Elena, piuttosto sentirne pena poiché caduta in una situazione sfortunata: ella cade in “una trappola della sorte e non per cosa voluta dalla mente”, cade per una necessità dettata dall’amore “e non perché la cosa sia stata preparata ad arte”. Gorgia conclude come, attraverso la sua parola, abbia annientato l’infamia rivolta a Elena. “Ho tenuto fede al principio propostomi all’inizio del discorso, ho tentato di annientare l’ingiustizia di un’onta e l’infondatezza di un’opinione; ho voluto scrivere questo discorso, che fosse a Elena di encomio, a me di gioco dialettico”. Quindi, tutto il discorso condotto da Gorgia ha il fine di discolpare la protagonista. E ciò avviene grazie alla raffinata elaborazione retorica di un eloquio piacevole per chi legge o ascolta, diletto per il suo stesso autore «che ha giocato con le parole sperimentandone tutte le suggestioni».

“Ora la quarta causa spiegherò col quarto ragionamento. Che se fu l’amore a compiere il tutto, non sarà difficile a lei sfuggire all’accusa del fallo attribuitole. Infatti la natura delle cose che vediamo non è quale la vogliamo noi, ma quale è coessenziale a ciascuna; e per mezzo della vista, l’anima anche nei suoi atteggiamenti ne vien modellata. Per esempio, se mai l’occhio scorge nemici armarsi contro nemici in nemica armatura di bronzo e di ferro, l’una a offesa, l’altra a difesa, subito si turba, e turba l’anima, sicché spesso avviene che si fugge atterriti, come fosse il pericolo imminente. Poiché la consuetudine della legge, per quanto sia salda, viene scossa dalla paura prodotta dalla vista, il cui intervento fa dimenticare e il bello che risulta dalla legge, e il buono che nasce dalla vittoria. E non di rado alcuni, alla vista di cose paurose, smarriscono nell’attimo la ragione che ancora possiedono: tanto la paura scaccia e soffoca l’intelligenza. Molti poi cadono in vani affanni, e in gravi malattie, e in insanabili follie; a tal punto la vista ha impresso loro nella mente le immagini delle cose vedute. E di cose terribili molte ne tralascio; ché sono, le tralasciate, simili a quelle anzidette. D’altro lato i pittori, quando da molti colori e corpi compongono in modo perfetto un sol corpo e una sola figura, dilettano la vista. E figure umane scolpite, figure divine cesellate sogliono offrire agli occhi un gradito spettacolo. Sicché certe cose per natura addolorano la vista, certe altre l’attirano. Ché molte cose, in molti, di molti oggetti e persone inspirano l’amore e il desiderio. Dunque, che c’è da meravigliarsi se l’occhio di Elena, compiaciutosi del corpo di Alessandro, trasmise all’anima il desiderio e i conflitti dell’amore? Se poi amore è un dio, e degli dei ha il divino potere, come potrebbe esser capace chi è inferiore agli dei di respingerlo e di stornarlo? Se, invece, è malattia umana e ignoranza dell’anima, non è da biasimare come una colpa, ma va reputata come una sfortuna: venne infatti come venne, come una trappola della sorte e non come cosa voluta dalla mente, come una necessità dell’amore e non perché la cosa fosse stata preparata ad arte. Come dunque si può ritener giusto il disonore gettato su Elena, la quale, sia che abbia agito come ha agito perché innamorata, sia perché lusingata da parole, sia perché rapita con violenza, sia perché costretta da costrizione divina, in ogni caso è esente da colpa? Ho distrutto con la parola l’infamia d’una donna, ho tenuto fede al principio propostomi all’inizio del discorso, ho tentato di annientare l’ingiustizia di un’onta e l’infondatezza di un’opinione; ho voluto scrivere questo discorso, che fosse a Elena di encomio, a me di gioco dialettico”.

L’amore, come dio, possiede le stesse prerogative: potente, superiore, assoggettatore. Pertanto non gli ci si può opporre
Che se dunque lo sguardo di Elena, dilettato dalla figura di Alessandro [Paride], inspirò all’anima fervore e zelo d’amore, qual meraviglia? il quale amore, se, in quanto dio, ha degli dei la divina potenza, come un essere inferiore potrebbe respingerlo, o resistergli? e se poi è un’infermità umana e una cecità della mente, non è da condannarsi come colpa, ma da giudicarsi come sventura; venne infatti, come venne, per agguati del caso, non per premeditazioni della mente; e per ineluttabilità d’amore, non per artificiosi raggiri.

Come dunque si può ritener giusto il disonore gettato su Elena, la quale, sia che abbia agito come ha agito perché innamorata, sia perché lusingata da parole, sia perché rapita con violenza, sia perché costretta da costrizione divina, in ogni caso è esente da colpa? Ho distrutto con la parola l’infamia d’una donna, ho tenuto fede al principio propostomi all’inizio del discorso, ho tentato di annientare l’ingiustizia di un’onta e l’infondatezza di un’opinione; ho voluto scrivere questo discorso, che fosse a Elena di encomio, a me di gioco dialettico.

Alla prossima!!!

Bibliografia :

Diego Lanza, Trattato di estetica, a cura di  M.Dufrenne- D.Formaggio, Oscar Mondadori,

Gorgia, Encomio di Elena María Tasinato Verifiche: Rivista Trimestrale di Scienze Umane 34 (1):3-8 (2005)

Aristotele, Gorgia e lo sviluppo della retoricai Carlo Natali Universita di Venezia

Gorgia, ‘Encomio di Elena’ Studiare le argomentazioni dei maestri …. Pietro Alotto La Scuola Che Non C’è (e altre storie)
https://www.skuolasprint.it/versione-greco/encomio-di-elena-gorgia.html

Corriere della Sera > Dizionari > Dizionario Italiano Sabatini Coletti
https://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/P/parallelismo.shtml

ENCOMIO DI ELENA, GORGIA- URTILIZZO DELLE FIGURE RETORICHE
DI Giulia Cecchini, Mary Goffe, Marta Masina, Ludovica Perazzi
https://prezi.com/1myesa5wxatm/encomio-di-elena-gorgia/?frame=e242c6baf7cf34aeae39fada08ae312e1deac07b

Marina Agostinacchio
Marina Agostinacchio
Nel 1998 e nel 2007, Marina Agostinacchio è tra i vincitori del concorso nazionale di poesia “Premio Rabelais”. Nel 2006 è tra i finalisti del Premio “Tra Secchia e Panaro”. Nel 2002 ha ottenuto il Premio internazionale Eugenio Montale per l’inedito. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesie Porticati, nel 2009 la raccolta Azzurro, il Melograno, nel 2012 Lo sguardo, la gioia, nel 2014 Tra ponte e selciato. Nel 2021, Marina Agostinacchio ha pubblicato il volume di poesie Trittico berlinese.

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