Wednesday, May 18, 2022

Poesia e Poeti, 5a parte: Aristotele

Di Marina Agostinacchio

Abbiamo visto come il pensiero di Platone si innesti in una polis attiva, nel cui tessuto sociale l’uomo si sente pienamente integrato. La poesia e il poeta vivono pertanto all’interno di questo contesto aggregante.

Con Aristotele le cose cambiano. Aristotele genera un proprio pensiero intorno al fare poesia, alla produzione relativa alla Tragedia e all’Epica; infatti, pur vivendo nella città, il filosofo non innesta la propria riflessione nel tessuto sociale in cui vive. Nella sua Poetica egli annuncia fin dall’inizio questa sua visione di estraneità da un tutto e, pur facendo parte della scuola platonica, rimuove i presupposti antropologici della scuola stessa che invece considera l’uomo come soggetto o individuo anche aggregato alla comunità e alle situazioni che in essa avvengono. Se leggiamo cosa dice Aristotele nell’ opera citata, scopriamo che egli assume come categoria fondante la sua riflessione l’imitazione – μίμησις  (mimesis). “Ed infatti in primo luogo l’imitare è connaturato agli uomini fin da bambini, ed in questo l’uomo si differenzia dagli altri animali perché è quello più proclive ad imitare e perché i primi insegnamenti se li procaccia per mezzo dell’imitazione; ed in secondo luogo tutti si rallegrano delle cose imitate”. (Aristotele, Poetica – Le due fonti della poesia. Nascita e svolgimento della tragedia). Tuttavia l’imitazione viene considerata da Aristotele avulsa dal riferimento a pratiche sociali.

Ma se focalizziamo l’attenzione su ciò che articola queste pratiche sociali, scopriamo come le attività, le consuetudini che le compongono siano parte essenziale di una comunità, unita dagli stessi interessi e dagli stessi obiettivi. Questa condivisione di intenti è indispensabile. Essa nasce all’interno di una società in cui è sempre possibile intervenire con modifiche – anche in base alle esigenze sociali proprie di un determinato momento storico- volte a facilitare la comprensione delle finalità reciproche.

Come abbiamo detto, l’imitazione è per Aristotele una categoria psicologica cui fanno riferimento sia la collettività che l’individuo il quale imita per un atteggiamento naturale-spontaneo e universale; per mezzo dell’imitazione, l’uomo conosce e allarga i propri orizzonti cognitivi. All’interno di questo pensiero anche la poesia costituisce la più alta forma di emulazione della realtà e in tal senso è degna di “vantare un proprio statuto epistemologico”. Ciò vuole dire che se l’uomo si differenzia dagli altri animali proprio per la sua capacità di imitazione, egli dunque può essere preso in considerazione per una indagine scientifica. E relativamente al poeta che imita la realtà, (quindi legittimando la poesia come forma di verità), appare differente e lontana la posizione ideologica dei due filosofi Platone e Aristotele; il primo dichiara l’antitesi tra poesia e filosofia, il secondo, invece, vede nella poesia una forma di filosofia “più seria della storia”. L’autore della poetica, inoltre, indaga anche il piano su cui la poesia si muove da un punto di vista euristico (l’ipotesi assunta come idea su cui condurre la ricerca dei fatti, il metodo stesso di ricerca condotto). Un altro passaggio della poetica sulla poesia è quello dove si dice che essa è suscitatrice di emozioni in chi l’ascolta. Riguardo a ciò, non viene però preso in considerazione il poeta, la sua psicologia, né il contesto in cui egli opera. Ed è proprio tale estraniamento, questa omissione di un dire, anche in relazione al contesto sociale, che permettono la sopravvivenza della figura del poeta e della poesia nel tempo. La Poetica, pur se scritta all’interno della vita della città, può così per secoli sopravvivere alla scomparsa della polis ed essere punto di riferimento di ogni dissertazione sul fare poesia da parte del poeta. Questo mutamento di visione sul poeta e il suo talento creativo, ha ripercussioni da un punto di vista artistico (riflesso di una società di cui è immagine). Possiamo a questo proposito vedere il punto di vista dei due filosofi greci presi fin qui in esame. “Platone vedendo una consonanza tra le cose empiriche e l’idea – il rimando universale delle cose (➔ metessi); considera e svaluta i prodotti artistici in quanto imitazioni delle cose, a loro volta imitazioni delle idee. Così egli determina l’uso della parola imitazione per quanto attiene alla riflessione sulle arti. “Aristotele, nella Poetica, intendendo la mimesis non più come una riproduzione inadeguata dell’apparenza fenomenologica dell’essere, ma come sequenza costruttiva fondata su un insieme di regole e valori condivisi, tale da formare, entro una materia determinata, una copia corrispondente alla pura essenza ideale presente nell’anima dell’artista, opera quella rivalutazione della nozione di mimesis che starà a fondamento della riflessione sulle arti almeno fino a Settecento inoltrato”.

Secondo l’opera di Aristotele, quali effetti produrranno il fare, il creare, il comporre del poeta, così privati di rapporto con una collettività? Senz’altro un impiego della catarsi di difficile interpretazione. (Secondo Aristotele, catarsi è la purificazione dalle passioni, prodotta negli spettatori dalla tragedia). Del resto, presentare l’opera del poeta sul piano teorico, senza alcuna corrispondenza sul piano concreto culturale, dava adito a interpretazioni plurime della catarsi. Della Katharsis aristotelica si sono dunque date parecchie interpretazioni, tutte però fluttuanti sul piano teoretico.

Quali sono gli elementi che descrivono la Katharsis? La memoria è citata in quanto essenza dell’imitazione, indispensabile da un punto di vista educativo ai fini della conoscenza. L’imitazione costituisce “un primo efficace livello di memorizzazione”. Nella Poetica è presente un nutrito elenco di condizioni finalizzate a creare effetti emotivi in chi ascolta la parola che dice imitando. Il pubblico non è mai rappresentato come collettività, pur se nella Poetica la maggior parte dell’esemplificazione ha come riferimento le due maggiori forme di rappresentazione aggregante del popolo della polis. Esse sono la poesia drammatica: Tragedia (considerata superiore) ed Epica, (considerata “parallela, sbiadita, priva di sostanza di potenzialità autonome e alternative”). Tragedia ed Epica rappresentavano quindi gli spettacoli che più di altri coinvolgevano la comunità cittadina. Anche in questo suo dire, Aristotele non esplicita la motivazione sociale della sua considerazione. Egli ci parla invece delle caratteristiche strutturali dei due generi.

Passiamo ora a precisare gli strumenti assegnati alla poesia nel suo farsi. E qui Aristotele pone un parallelismo tra la retorica e la stessa poesia. Per l’oratore la persuasione viene raggiunta attraverso modelli di argomentazioni prodotti di volta in volta e che costituiscono piani diversi di probabilità di efficacia (tali modelli argomentativi si possono definire universali). Pertanto anche la rappresentazione tragica ed epica deve produrre casi esemplari. Il probabile, inteso come verosimile, secondo una lunga tradizione interpretativa passata, caricato di una forte valenza culturale e concettuale, è la regola di riferimento per organizzare azioni rappresentate o narrate in quanto solo da una loro probabilità può nascere l’effetto di pieno coinvolgimento e di forte impatto emotivo proprio della poesia. Il probabile, inoltre, non deve palesarsi subito negli avvenimenti rappresentati, ma “esserne una regola di sviluppo soltanto in un secondo tempo pienamente riconoscibile”. In un certo senso lo spettatore deve essere in principio “ingannato” per poi scoprire la svolta in fieri della vicenda stessa. Il poeta migliore allora chi sarà? Quello che più saprà dissimulare l’effetto che si produrrà al momento del rovesciamento della vicenda. “Il brusco mutamento no soltanto deve apparire credibile, ma probabile, quando non addirittura necessario”. La Poetica è pertanto una sorta di vademecum ricco di esemplificazioni di valutazioni, di confronti degli effetti prodotti dalla poesia, “ma la rimozione delle condizioni sociali del suo prodursi, rende indecifrabile questa lettura, e finisce per invocarne un’altra”.

Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani

mimesis
https://www.treccani.it/enciclopedia/mimesis_%28Dizionario-di-filosofia%29/#:~:text=Con%20il%20concetto%20di%20%CE%BC%CE%AF%CE%BC%CE%B7%CF%83%CE%B9%CF%82,idee%2C%20egli%20determina%20l’uso

Aristotele- Poetica – Le due fonti della poesia. Nascita e svolgimento della tragedia.
https://www.filosofico.net/poeticaristotele.htm#:~:text=Ed%20infatti%20in%20primo%20luogo,si%20rallegrano%20delle%20cose%20imitate.

Diego Lanza, Trattato di estetica, a cura di  M.Dufrenne- D.Formaggio, Oscar Mondadori

Marina Agostinacchio
Marina Agostinacchio
Nel 1998 e nel 2007, Marina Agostinacchio è tra i vincitori del concorso nazionale di poesia “Premio Rabelais”. Nel 2006 è tra i finalisti del Premio “Tra Secchia e Panaro”. Nel 2002 ha ottenuto il Premio internazionale Eugenio Montale per l’inedito. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesie Porticati, nel 2009 la raccolta Azzurro, il Melograno, nel 2012 Lo sguardo, la gioia, nel 2014 Tra ponte e selciato. Nel 2021, Marina Agostinacchio ha pubblicato il volume di poesie Trittico berlinese.

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