Wednesday, Jul. 17, 2019

Personale successo di Carlo Colombara nell’Attila a Modena

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17 February 2017

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Personale successo di Carlo Colombara nell’Attila a Modena

Recensione di Natalia Di Bartolo © dibartolocritic

Attila di Giuseppe Verdi è un’opera spesso considerata “minore”, poco rappresentata e un po’ trascurata. I melomani peppiniani si chiedono il perché, i critici e gli storici forniscono le le più variegate risposte. Ovviamente me lo sono chiesto anch’io, che sono una melomane peppiniana a tutti gli effetti.

Ascoltando l’opera a Modena, andata in scena al teatro Comunale Pavarotti il 2 il 5 e il 7 febbraio 2017, mi sono data una risposta personale: perché di Attila veramente grandi ce ne sono stati e ce ne sono pochi.16422241_480465569008553_2086758779543125777_o

La parte di Attila contiene momenti di virtuosisismo per un protagonista che ha la vocalità del basso; momenti che pretendono l’assoluta padronanza del palcoscenico, non solo della propria voce.

A Modena Attila era Carlo Colombara. Avevo già ascoltato, recensito e intervistato proprio lui a Catania per la stessa opera, nel dicembre 2014, e l’ho trovato assolutamente grande anche nella città emiliana. La voce brunita, la precisione dell’esecuzione, il fraseggio mirabile, la chiarezza della dizione, la potenza e la correttezza dell’emissione fanno, a mio parere e non solo, di Carlo Colombara il miglior Attila sulle scene di oggi.16463671_1860946780849647_2115172343047227109_o

La fisicità, inoltre, conta, in quest’opera e al Colombara, trent’anni di carriera da festeggiare quest’anno, non mancano la presenza scenica e il portamento regale, che applica ai suoi personaggi, i quali, per forza di cose, si trovano ad essere spesso dei re o degli imperatori, come il suo amatissimo Filippo II dal Don Carlo e il suo zar Boris Godunov, ultimamente debuttato a Varna con grande successo.

Tornando alla messa in scena modenese, è d’obbligo passare in rassegna le altre voci e dunque veniamo ad un punto specifico in cui il melomane peppiniano s’impunta ascoltando l’Attila: il baritono Ezio e i suoi staccati; li aspetta al varco ancor più di quelli di Attila stesso. E se Ezio non li esegue, il melomane ne esce malissimo: è una questione di principio (ed anche di avere nelle orecchie l’esecuzione storica Ramey-Zancanaro-Muti alla Scala, 1991, che come termine di paragone farebbe tremare le ginocchia a chiunque).16406494_1863748503902808_3874752627272746878_n 16427484_1861917867419205_5011250421931604257_n

Il baritono in scena deve essere un gigante anch’egli, come Attila. A parte aria e cabaletta che Verdi gli ha affibbiato, Ezio ha a che fare con un re barbaro, a cui l’autore ha affidato una parte vocalmente molto incisiva e potente ed il baritono è quasi costretto a gareggiare con il basso o rischa di esserne coperto e annientato.

Accostare ad un grande Attila una voce baritonale degna è un obbligo. E a Modena il baritono Vladimir Stoyanov ha dato il meglio. A parte l’emissione e la proiezione notevoli entrambe, quanto agli staccati di cui sopra, lo Stoyanov ha avuto la correttezza di eseguirli tutti. Dunque lode anche anche a lui. Mica facile, poi, tener testa a Carlo Colombara, che, a sua volta i propri staccati non li esegue soltanto, li cesella!16472923_1861917914085867_5943782991384405426_n 16473152_480465469008563_4788879565101534650_n (1)

Dunque la qui presente melomane peppiniana a Modena è rimasta soddisfattissima: il duetto Attila-Ezio ha funzionato come un orologio. Gli staccati c’erano tutti, la potenza e l’amalgama delle due voci altrettanto.

La Odabella di Svetlana Kasyan, invece, era acerba ancora, in questa parte, necessitava di una maggiore precisione nelle agilità, di un fraseggio più accurato, di maggiore cura nei passaggi, di una messa a punto vocale complessiva del personaggio, nonostante la bella presenza scenica.16508695_10207904593925139_4783394387430945504_n

Foresto, Sergio Escobar, a sua volta, voce potenzialmente molto valida, soffriva di qualche problema d’appoggio e non solo, nonostante la fisicità imponente.

Corretti gli altri interpreti e il coro, diretto da Stefano Colò.16508297_10207904596085193_2820219208596190991_n

Il tutto sotto la bacchetta del M° Aldo Sisillo, alla guida dell’Orchestra dell’Opera italiana, il quale, sinceramente, avrebbe dovuto aggiungere un po’ di propellente al proprio entusiasmo verdiano e soprattutto infondere maggiore energia agli orchestrali. Tempi lasciati un po’ a se stessi, con qualche decelerazione, dinamiche da approfondire, ma nel complesso un buon sostegno per i grossi calibri sul palcoscenico, che affrontavano, tra l’altro, l’edizione integrale dell’opera, priva di tagli.16508258_480466002341843_4337331722334351461_n

Gradevole la messa in scena di Enrico Stinchelli, che ha curato forse più il versante “romano” che quello “barbaro”, ma che ha ottenuto momenti godibili anche dal punto di vista visivo, con le proprie luci e con le scene e i costumi di Pier Paolo Bisleri dell’allestimento della Fondazione del teatro Lirico “Giuseppe Verdi” di Trieste, nonché usufruendo di alcune suggestive proiezioni.16602986_10207904593565130_6240519474125017660_n

Da questa produzione della Fondazione del teatro Comunale di Modena verrà tratto un CD e il melomane peppiniano attende di riascoltare l’opera in registrazione…I famosi staccati, ovviamente, prima di tutto.

Natalia Di Bartolo  © dibartolocritic

PHOTOS © Teatro Comunale di Modena, AA.VV. 

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