Sunday, Apr. 21, 2019

Pagliacci

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22 January 2019

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Pagliacci

Ruggero Leoncavallo e la sua opera Pagliacci ha avuto un grande successo di pubblico al teatro Bonci di Cesena.

Facciamo un salto spazio temporale e invitiamo il Signor Leoncavallo a teatro: eccolo giù in platea, lo spettacolo inizia a sipario / schermo chiuso, su cui scorrono immagini in bianco e nero di circo e pagliacci.
Il baritono introduce l’opera e bravissimi saltimbanchi che ricordano molto il meraviglioso film di Fellini “ La Strada” incorniciano la scena e incantano il pubblico .
Leoncavallo ne è piacevolmente colpito, il sipario si alza, la scenografia è scarna eppure di grande impatto visivo e coloratissimo!
La trama è tratta da un episodio realmente accaduto in Calabria, è un femminicidio dovuto alla gelosia ma andiamo per gradi, c’è una piccola compagnia di guitti il capocomico è Canio, sua moglie è la bellissima Nedda, i due commedianti sono Tonio e Beppe.
Nedda è una moglie infedele perché innamorata di un contadino del luogo, Silvio.
Tonio fisicamente deforme è anch’egli innamorato di Nedda e tenta di sedurla, lei lo respinge e lui per vendicarsi svela il tradimento a Canio.
Silvio e Nedda flirtano e si promettono eterno amore, Canio li scopre ma non riesce a vedere in volto Silvio che fugge, si avventa su Nedda ma arriva Beppe che cerca di calmare Canio e avvisarli che si va in scena e il pubblico aspetta.
Canio con un dolore straziante comincia a truccarsi ed è il momento della celebre aria: “ Vesti la giubba”
Un pezzo celeberrimo che dà i brividi e ironia crudele, nella farsa che andrà in scena lui deve interpretare un marito tradito.
Realtà e finzione si fondono Nedda vestita come Colombina è allegra e recita la sua parte ma presto capisce che suo marito non sta recitando e il suo furore è reale, dapprima maschera la sua paura ma poi reagisce aspramente.
Beppe vorrebbe intervenire ma il delatore Tonio vede concretizzarsi la sua vendetta, intanto Canio ormai in preda all’odio intima alla moglie di dirle il nome del suo amante, Nedda si rifiuta e lui la uccide, Silvio presente nel pubblico accorre e Canio accoltella anche lui e rivolgendosi amaramente al pubblico esclama: “La commedia è finita”
È un’opera verista del resto Ruggero Leoncavallo appartiene alla sua epoca e fa esclamare a Canio una verità eterna: “ Il teatro e la vita non son la stessa cosa” ahimè quanto è vero …
Pagliacci è un’opera breve ma intensa e concisa, Enrico Caruso incise l’aria “ Vesti la giubba” e vendette più di un milione di copie.
Accanto a me il Signor Leoncavallo è commosso, furtivamente si asciuga una lacrima, lo spettacolo gli è piaciuto tantissimo le voci degli interpreti, i costumi, la scenografia la regia l’orchestra e gli applausi infiniti del pubblico, mi dice grazie ma non lo deve dire a me, lo dobbiamo a chi ama la lirica e permette che gli italiani possano andare in giro per il mondo a testa alta perché l’Italia non è soltanto pizza e mafia ma un popolo che ama la cultura e la produce.
Ruggero Leoncavallo (all’anagrafe Ruggero, Giacomo, Emmanuele, Raffaele, Domenico, Vincenzo, Francesco, Donato) nasce a Napoli il 23 aprile 1857 nel quartiere Chiaia di Napoli a causa del lavoro del padre Vincenzo, Magistrato regio, si trasferì in molte località in sud Italia.
La sua fanciullezza fu serena, iniziato alla musica e agli studi, mai dimenticò il periodo più lungo a Montalto Uffugo in Calabria che nel 1903 gli conferì la cittadinanza onoraria e un museo.
Il maestro Sebastiano Ricci gli insegnò a suonare la spinetta, conservata appunto a Montalto Uffugo e fu qui che assistette all’omicidio del suo domestico all’uscita di una rappresentazione teatrale che 27 anni dopo tradusse nell’opera Pagliacci (1892).
Viaggiò molto e a Bologna conobbe Richard Wagner, andò a Milano, in Egitto e a Parigi dove conobbe Alexandre Dumas e Berthe Rambaud che diverrà sua moglie.
In cinque mesi scrisse libretto e musica di Pagliacci presentò il lavoro a Ricordi che non ne fu entusiasta, Sonzogno invece acquistò la proprietà dell’opera rappresentata per la prima volta al teatro Dal Verme di Milano il 21 maggio 1892 con la direzione di Arturo Toscanini!
Scrisse altre opere e romanze e morì a Montecatini nel 1919 ma per espresso desiderio le sue spoglie e quelle di sua moglie Berthe riposano sul Lago Maggiore.
Gli artefici di questo grande successo sono : Nedda interpretata da Raffaella Battistini come al solito elegante nella voce e nella gestualità, Canio il capocomico, bravissimo è Mirko Matarazzo.
Tonio è Massimiliano Fichera e Beppe è Domingo Stasi, Silvio è Giulio Boschetti diretti magistralmente dalla regia di Giammaria Romagnoli e una buona regia si nota dai dettagli, il coro e i figuranti, i saltimbanchi tutti erano assolutamente partecipi come fossero tutti primi attori, sembra una piccolezza e invece è il l’esito positivo di un lavoro corale.
L’orchestra Città di Ferrara è diretta dall’elegante Maestro Lorenzo Bizzarri che ha suonato l’inno di Mameli prima dell’Opera.
I cori : San Filippo Neri di Verona, Maria Callas di Cesena.
Menzione speciale agli acrobati “ Foche Rock “ di Roma, costumi di Maria Teresa Nanni e luci di Giorgio Lorenzetto.
Evviva la lirica tesoro dell’Italia di ieri, oggi e domani!

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Isabella Rossiello

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