Monday, November 28, 2022

L’immaginazione, tra la comparsa di segni del passato e la dimenticanza.

Di Marina Agostinacchio

Non esiste più l’immaginazione, non esiste più questo continuo confronto fra ciò che noi siamo e ciò che noi siamo stati.

Immaginazione

Vi è mai capitato di avere rinchiusi nella vostra memoria spazi e oggetti, persone e cose, colori e musica, odori, rievocazioni di sapori e sensazioni tattili, che d’improvviso si aprono al vostro scenario mentale?

Tutto questo passaggio di forme sensoriali vi sospinge a ripercorrere la vostra vita a ritroso perché è proprio ritrovando un dettaglio del tempo andato che avete, sia pure per poco, la percezione di un assoluto riconducibile, per mezzo di immagini e segni, alla coscienza del presente.

Memoria

Nel magma dell’affastellato negli anni, cerchiamo la rotta per individuare il dove e il quando degli accadimenti, che sono il principio per una localizzazione precisa, per una classificazione dei tasselli che emergono nel ricordo. Ogni particolare, seppure quello ritenuto insignificante, costituisce una traccia da seguire perché possiamo compiere un’operazione che ci permette di essere qui e là, rifare un cammino non più secondo il susseguirsi dei singoli eventi in stretto rapporto l’uno con l’altro di prima, dopo, o durante altri eventi. Ed è un vero prodigio potere esistere grazie all’immaginazione in un rapporto nuovo e di segno opposto alla evoluzione delle cose, (“i cicli biologici, il succedersi del giorno e della notte, il ciclo delle stagioni, ecc.”), in cui siamo calati col corpo; un corpo immerso nel reale svolgimento di eventi individuali e storici, tutti irripetibili, “, fioriti una sola volta”.

A volte si tratta di apparizioni di immagini in una dimensione onirica, di stadio intermedio tra il sonno e la veglia, a volte di vere e proprie immagini emerse dalla rivisitazione di luoghi conosciuti e che non sono poi più paragonabili con quanto apparivano un tempo.

Scuola d’infanzia

Così mi capitò di rivedere la mia scuola dell’infanzia dopo anni. Entrando nel giardino, ricordo, fui assalita da un senso di incredulità e delusione. Dove erano finiti quegli spazi che si aprivano ai miei occhi di bambina? Non fui presa da nostalgia ma dalla constatazione che la percezione dei luoghi di una volta era tutt’altra cosa. Persino i colori erano diversi e non solo perché il tempo dilava le cose ma perché “quell’incarnato cromatico” era ancora così preservato nella mia intima zona dove le cose possono essere afferrate.

Ebbene, quel palazzo nato nel 1954, per me bellissimo, col suo giardino all’interno fatto di angoli di verde in contrasto col giallo, a volte offuscato dalla nebbia, o reso brillante dal riverbero del sole, dei muri perimetrali della scuola, era rimasto intatto solo nella mia immaginazione. Le cose e i colori erano tutt’uno, vivevano in una simbiosi creata magicamente e spontaneamente per l’apporto della natura.

Ma forse quei colori non esistono, (forse non sono mai esistiti?), cancellati da nuovi tinte create dalla sintesi dell’artificio e del tecnologico.

Riflettevo su cosa cercassi io nella mia memoria e mi dissi che forse ricostruire le anime che compongono il passato significa cercare un punto di appiglio dentro sé. E perché mai dovremmo cercare punti di sostegno in noi stessi? Penso per l’ammassarsi di cose che ci fagocitano giornalmente e che ci fanno irrimediabilmente inabissare nella dimenticanza.

Memoria corporea
Il corpo nel tempo

Tuttavia è una necessità del nostro cervello fare selezione di informazioni, sicché il “pieno” di conoscenza del passato, è nello stesso tempo anche il suo vuoto, poiché improponibile nel presente nella sua dimensione di irripetibilità. Oblio-memoria giocano un ruolo fondamentale nella riscrittura del paesaggio visto e contemplato nell’immaginazione, scenario fatto di eventi, di forme, di gente. La memoria fa selezione e sacrifica centinaia di “passanti” per uno, descritto e rivissuto nella mente in nome della sua unicità.

Quando torna da un tempo lontano qualcosa, piacevole o spiacevole, non cerchiamo solo la presenza di una materialità che la cosa in sé porta ma anche il senso della dolcezza in cui essa stessa era immersa, un luogo che sa di ventre materno e che porta con sé il sacro.

Marina Agostinacchio
Marina Agostinacchio
Nel 1998 e nel 2007, Marina Agostinacchio è tra i vincitori del concorso nazionale di poesia “Premio Rabelais”. Nel 2006 è tra i finalisti del Premio “Tra Secchia e Panaro”. Nel 2002 ha ottenuto il Premio internazionale Eugenio Montale per l’inedito. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesie Porticati, nel 2009 la raccolta Azzurro, il Melograno, nel 2012 Lo sguardo, la gioia, nel 2014 Tra ponte e selciato. Nel 2021, Marina Agostinacchio ha pubblicato il volume di poesie Trittico berlinese.

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