Thursday, September 23, 2021

La felicità del corpo

“L’acqua è davvero un rullo calmo. Accompagna la passeggiata di questa giornata di sole sulla riviera”.
Pensavo e camminavo sulle foglie secche, tra radici spezzate e terreno umido.
Camminavo e generavo riflessioni sull’età, la mia, non più giovane, basculante su un corpo fatto di anelli propri della mia specie, moltiplicati per gli strati di sedimentazioni dove la memoria resiliente – le cose più significative e le cose archiviate sul fondo – ha la meglio sul tempo residuo di vita. Immagini, visioni, proiezioni di quello che ero e che ora sono. E desideri…
O forse ricordi, lampi, emersioni improvvise di abbracci, strette di mano, baci, corpi liberi di esprimere il gesto, la parola; non bendata, la parola, non blindato, il gesto.

Anche in là negli anni, possiamo scoprire di allevare in noi quel bambino che vive la realtà circostante come un atto magico, con l’incanto, lo stupore di una mente vergine; possiamo sentire con impellenza il desiderio di indagare con curiosità quanto avviene intorno a noi e dentro di noi.
Anni fa, in Sardegna, dopo una camminata di qualche ora attraverso calette, tra arrampicamenti fra rocce e discese, scoprii il mare che si apriva verde intenso davanti ai miei occhi. Sentii forte il bisogno di immergermi in quell’acqua, desideravo quel segreto che si sarebbe svelato a condizione di avere il suo contatto direttamente sulla mia pelle. Mi levai il costume e mi immersi. Credo di avere avuto la sensazione di una profonda unione tra me e quell’oriente di purezza e trasparenza, la sua limpidezza che in quel momento mi filtrava tutta, penetrandomi e facendomi sentire lambita da una indescrivibile gioia.

Se per ogni passaggio, ogni transazione, tra un decennio e un altro,”il sapore del mondo cambia e modifica gli individui nel loro coinvolgimento alla vita”, è pur vero che c’è sempre qualche eccezione alla regola.
Non sarà, mi dicevo, che il nostro guardare il mondo dipenda da come ci si pone di fronte a questi passaggi, dalla volontà immaginativa, dall’impronta affettiva ricevuta, impressa nella nostra memoria?

Boris Cyrulnik, nel suo libro: “Di carne e d’anima” edito in Italia da Frassinelli dice “Gli occhi della mia anima e del mio corpo non hanno un linguaggio diverso …”.
Siamo fatti di reazioni chimiche, mentali e relazioni tra simili, proiezioni di noi verso una perfezione fatta di carne e di terra. Bisogni e desideri si interfacciano in un dialogo tra sogno e risveglio. Ma cos’è il desiderio della felicità se non la ricerca di qualcosa che soddisfi un bisogno fisico e spirituale? Si tratta di una spinta emotiva così naturale che può sopravvivere negli anni, ai capelli bianchi, alla pelle cadente, a un corpo pieno di acciacchi, “frantumato dai venti e dalle onde”.

Proprio a proposito di questa pulsione emotiva, ricordo un racconto, tratto dalle Mille e una notte che volevo, da piccola, mia madre mi leggesse ogni sera.
Tre fratelli, protagonisti della narrazione in questione, vengono sottoposti dal padre a una prova eccezionale, per l’assegnazione di una principessa che sarebbe andata in sposa a chi gli avesse portato qualcosa di veramente fuori dal comune. A pari merito, i tre devono sottoporsi a una seconda prova che questa volta consisteva in una gara con l’arco. Il fratello minore scaglia la freccia così lontana da non poterla più riportare quale segno della propria destrezza.
Scaglia la freccia così lontano… Quelle parole mi aprivano così tante porte da farmele ripetere molte volte da mia madre che le leggeva. Poi la storia aveva un seguito: le numerose avventure che avrebbero portato il giovane fratello ad essere più felice rispetto ai due maggiori.
Ecco, penso che in me le parole magiche fossero proprio quelle che ruotavano intorno al concetto della freccia scagliata lontano, lontano e poi non veniva più trovata. Il racconto così si caricava di tensione emotiva, di interrogativi, di possibilità di soluzione mai veramente raggiunte. Era il calco di un bisogno indeterminato, riflesso in uno specchio fatto di lance appuntite che si rompevano e si ricostituivano in un insieme momentaneo.
Sarà mica, mi chiedo, che io le frecce le scaglio e le scagliavo troppo lontano già da piccola?
Ho spesso pensato di avere qualcosa di pronunciato nell’emisfero destro, dove immaginazione e creatività sono il riferimento del mio sentire e del mio agire.

Certo è che ogni creatura umana è dotata di una propria struttura: aspetti che comprendono anima e corpo, spirito e psiche, aspetti fisiologici, biologici, genetici, chimici, nervosi… Dentro quali di questi canali fluttua il desiderio di felicità? O forse naviga dentro l’interezza della persona?
Se pensiamo all’ etimologia del termine desiderio – da de – che in latino ha un’accezione negativa, e sidus, “stella”, conosciamo cosa voglia dire veramente questa parola; è come se essa, la stella, cadesse: una stella spenta di cui non riusciamo a vederne la luce, nella sua corsa. Desiderio potrebbe essere anche una sorta di tristezza per la mancanza dell’oggetto di ciò che amiamo.

Perché desideriamo?, mi chiedevo ancora. Forse la risposta potrebbe risiedere nella struttura stessa del nostro essere, fatto di bisogni primari e di ricerca di significati. Il fine è quello di vivere in una dimensione esistenziale di benessere, fisica, psicologica, mentale. È l’istinto di conservazione che motiva l’esistenza; allora progettiamo, sogniamo, elaboriamo idee. La mente è la molla, l’agire è la sua mano. L’immaginazione le tiene sollevate. Allora io amo, cerco il piacere della conoscenza, di ciò che è tattile, visivo, uditivo, gustativo, olfattivo … gli odori così presenti in noi donne, scie su cui camminiamo verso un dove.

Non poche le situazioni in cui negli anni il desiderio si spegne per uno sgretolamento della spinta alla motivazione affettiva, al bisogno di legami e di amore. Il ruolo della fantasia è importante, proprio perché fa da ponte tra motivazione (in noi) e bisogno.
Se la felicità è una ricerca perenne, mai raggiunta e mai appagata, per il suo stesso carattere di indefinitezza, essa mi ha suggerito nel tempo di assaggiarla a piccoli sorsi, nella consapevolezza della sua non durata.

Marina Agostinacchio

Accludiamo i link di riferimento al blog ilcieloinunastanza (in francese, inglese, spagnolo e tedesco), invitando a leggere l’articolo in altre lingue, e magari a scrivere un commento, per chi è di madrelingua:

  • https://www.borntobeonline.it/ilcieloinunastanza/french/le-bonheur-du-corps/

Traduzione Vally Pilotto

  • https://www.borntobeonline.it/ilcieloinunastanza/english/happiness-of-the-body/

Traduzione Carla Sordina

  • https://www.borntobeonline.it/ilcieloinunastanza/spanish/la-felicidad-del-cuerpo-2/

Traduzione Lourdes Rodriguez

  • https://www.borntobeonline.it/ilcieloinunastanza/german/das-gluck-des-korpers-2/

Traduzione Anna Rossi

Marina Agostinacchio
Nel 1998 e nel 2007, Marina Agostinacchio è tra i vincitori del concorso nazionale di poesia “Premio Rabelais”. Nel 2006 è tra i finalisti del Premio “Tra Secchia e Panaro”. Nel 2002 ha ottenuto il Premio internazionale Eugenio Montale per l’inedito. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesie Porticati, nel 2009 la raccolta Azzurro, il Melograno, nel 2012 Lo sguardo, la gioia, nel 2014 Tra ponte e selciato. Nel 2021, Martina Agostinacchio ha pubblicato il volume di poesie Trittico berlinese.

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