Wednesday, Sep. 18, 2019

La Concordia come il Titanic?

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1 November 2012

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Il 14 aprile del 1912, alle ore 23,40, la tragedia e l‘affondamento del Titanic nelle gelide acque dell’Atlantico. Venerdì 13 gennaio del 2012, alle ore 21,31 circa, la Costa Concordia, per una spericolata manovra di avvicinamento all’isola del Giglio, e dopo avere urtato uno spuntone di roccia dell’isoletta Le Scole, inizia la sua odissea che la porterà ad adagiarsi sulla scogliera dell’isola come un cetaceo spiaggiato.

La circostanza che le due tragedie si siano verificate a distanza di “circa un secolo”, ha indotto alcuni ad adombrare scenari fantasiosi oltre che evocare disegni ultraterreni e presagi di chissà quali futuri accadimenti. Le varie ipotesi formulate sono da escludere in quanto destituite di fondamento.

E ciò, per una serie di ragioni. In primo luogo il Titanic era alla sua prima traversata atlantica (viaggio inaugurale) e trasportava 2.224 persone, tra cui numerosi turisti e uomini d’affari, oltre a un elevato numero di migranti che si recavano in America in cerca di lavoro e di fortuna, come hanno fatto in tanti negli anni successivi. Il transatlantico britannico, considerato inaffondabile, si scontrò con un iceberg a circa 95 miglia al largo di Terranova in una notte caratterizzata da una fitta nebbia e colò a picco nelle profondità dell’oceano. Il bilancio definitivo di quella catastrofe fu di 1.513 vittime. Il relitto si trova alla profondità di 3.800 metri. A seguito di cotanto disastro fu approvata, nel 1913, a Londra, una Convenzione sulla “Sicurezza della vita in mare”.

La Costa Concordia, diversamente dal Titanic, trasportava essenzialmente turisti (più di tremila) imbarcatisi per un viaggio di piacere e, ovviamente, un elevato numero di lavoratori (circa 1.200) facenti parte dell’equipaggio. Non solo. Il piroscafo italiano non è affondato, ma si trova incagliato e in attesa di recupero.

Molti sono gli elementi che non coincidono. Va pure detto che, nella storia, ci sono stati diversi naufragi di navi passeggeri. È sufficiente ricordare quello dell’Andrea Doria, nel 1956, con 54 morti. Chi scrive ricorda ancora, nonostante fosse un ragazzino di nove anni, quella immane tragedia e l’emozione che la stessa suscitò all’epoca nella popolazione italiana.

La verità è che si è fatto di questo evento, con almeno 33 morti (considerati anche i dispersi) un argomento da talk show per aumentare lo share degli ascolti. Bruno Vespa, nei suoi interventi a senso unico non si è lasciato sfuggire la “ghiotta” occasione per dedicare alla vicenda non poche trasmissioni con ospiti in studio (superstiti ed “esperti”) con l’immancabile modellino della nave.

La tesi che si è cercato di accreditare è stata quella di sottolineare la responsabilità del comandante e della Costa Crociere, l’impreparazione dell’equipaggio e tutto quanto servisse a mettere in cattiva luce la disorganizzazione complessiva.

Certo la dinamica dell’incidente ha incuriosito non poco anche chi scrive. È appena il caso di evidenziare che, nel mese di ottobre del 2011, avevo fatto una crociera con altra nave della stessa compagnia, la Costa Allegra. Fatta eccezione per alcune disfunzioni irrilevanti, legate ai comportamenti umani, per il resto, vuoi per l’alta tecnologia di cui sono dotate questi transatlantici, vuoi per la pregressa esperienza da marinaio, l’eventualità di un incidente serio non mi ha nemmeno sfiorato.

È importante, invece, riportare alcune riflessioni fatte dal nostro concittadino, Vito Clemente, imbarcato con la qualifica di cuoco in base all’esperienza diretta vissuta la sera dell’incidente. Attività che ha dovuto intraprendere a seguito della chiusura della sua pizzeria a Mola nel 2008. La conclusione di quella traversia è riconducibile a motivazioni a dir poco stucchevoli: l’esercizio era considerato troppo rumoroso da parte di chi abitava ai piani superiori. Da qui la ragione per imbarcarsi sulle navi della Costa Crociere per soddisfare le esigenze vitali della propria famiglia.

Preliminarmente, Clemente tiene a evidenziare l’inesattezza di alcune notizie di stampa secondo le quali l’equipaggio era assente e/o impreparato ad affrontare l’emergenza. Se mai erano i passeggeri che, in preda al panico, aggredivano gli stessi addetti (appositamente addestrati e già pronti alle operazioni di salvataggio), cercando di salire sulle scialuppe prima ancora che venisse dato il segnale di abbandono nave. Vito evidenzia come l’avviso di evacuazione (dato via altoparlante, seguito da suoni di campane, campanelli e fischi lunghi) sia stato dato alle 22,45, rispetto al momento dell’urto, alle 21,31. Quindi con oltre un’ora di ritardo. Clemente ritiene che se tale allarme fosse arrivato “in tempo”, quando la nave era ancora in equilibrio, si sarebbero salvati tutti, in quanto le scialuppe disponibili sarebbero state calate in un mare calmissimo e avrebbero raggiunto la riva distante poco più di cento metri. Non solo. Vito ricorda alcuni particolari che vanno segnalati per la loro singolarità. Un gruppo di turisti tedeschi, dopo essere entrati nella scialuppa, pretendevano di partire immediatamente, aggredendo fisicamente gli addetti alle scialuppe, dimentichi di tutti gli altri, perfino dei familiari più stretti, pensando unicamente a se stessi, salvo resipiscenze sopravvenute tardivamente per chiedere notizie della moglie o dei figli. Probabilmente risiede nel panico e nella estrema confusione di quei momenti la scomparsa della piccola Diana di cinque anni. Una vita che poteva essere salvata da chiunque avesse avuto prontezza di spirito.

Il nostro concittadino ricorda di avere fatto salire sulla scialuppa un numero di naufraghi superiore a quello consentito proprio grazie alle condizioni del mare e all’estrema vicinanza della costa. Di più. Unitamente all’ufficiale di macchina, Giovanni Iaccarino, dopo avere portato in salvo numerose persone e pur non essendo obbligati, sono ritornati sottobordo una seconda volta, mettendo a repentaglio la propria vita, considerata la posizione della nave, per portare a riva altre centinaia di persone.

Non va sottaciuto un altro elemento che l’amico Clemente ha tenuto a sottolineare. Nella circostanza della sua partecipazione alla trasmissione, “La vita in diretta”, solo le testimonianze tendenti ad avvalorare la tesi della disorganizzazione sono state mandate in onda. Le sue dichiarazioni, intese a giustificare l’impegno e lo spirito di sacrificio dei componenti l’equipaggio, sono state tagliate. Da qui il suo rifiuto di rilasciare ulteriori commenti ad altre emittenti. Chi scrive può testimoniare che, in una delle prime trasmissioni di Porta a Porta, l’ex Ministro Altero Matteoli, contrariamente alla tesi più gettonata, faceva rilevare l’elevato numero di superstiti rispetto alle persone imbarcate. Matteoli non è stato più invitato. Certamente la conta delle vittime, trentatré, rappresenta un tributo troppo elevato. Tuttavia non va sottovalutata l’ipotesi di un bilancio di gran lunga più drammatico. Sulla data della tragedia, venerdì tredici, e sul numero trentatré, gli amanti della cabala potranno sbizzarrirsi con le ipotesi più assurde.

Quello che più colpisce in tutta questa storia è l’inevitabile ricerca del mostro da sbattere in prima pagina anziché attendere che sia la magistratura ad accertare le varie responsabilità che non sono riconducibili solo al comandante. Intanto, sento il bisogno di fare un plauso a tutti coloro che si sono prodigati per mettere in salvo oltre 4.000 persone (un paese intero) contemporaneamente. In primo luogo i componenti l’equipaggio e, quindi, i carabinieri, la guardia costiera, i vigili del fuoco, la protezione civile e la popolazione dell’isola con i soccorsi a terra. Tutti impegnati al limite delle loro possibilità, in una grande gara di solidarietà che ha commosso l’intera nazione.

Come già detto, nonostante la tecnologia avanzatissima di cui queste navi sono dotate, il pericolo resta incombente proprio perché l’errore umano è sempre in agguato. Io suggerirei di sottoporre i comandanti e gli ufficiali a controlli periodici, prima e dopo l’imbarco, per verificare le loro condizioni psicologiche. L’auspicio è che incidenti del genere si verifichino il meno possibile posta l’improbabilità di poterli eliminare.

È importante aggiungere che, compito di un serio organo di informazione non è quello di andare alla ricerca dello scandalismo a tutti i costi o del pettegolezzo indirizzato alla vendita di qualche copia in più, facendo affidamento sulla morbosità e abusando della credulità popolare (come tanti mass media hanno fatto), bensì quello di raccontare i fatti.

Last but not least, il fatto più importante per noi molesi è questo: un nostro concittadino, Vito Clemente, si è distinto per il suo spirito di sacrificio, e per l’abnegazione con cui si è prodigato nelle operazioni di salvataggio di tanta gente. Ragion per cui, noi molesi dobbiamo essere fieri di poterlo annoverare come un compaesano da imitare in quanto, con il suo comportamento, ha reso onore alla marineria molese, da sempre apprezzata ovunque nel mondo. Non va sottaciuto che il suo impegno in quel drammatico frangente gli è stato riconosciuto dagli ambienti più disparati del nostro Comune. Grazie Vito.

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