Wednesday, Sep. 18, 2019

Intervista a Mark Sherman

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27 January 2013

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Intervista a Mark Sherman

Domenica sera, 18 novembre 2012, grande evento musicale “Dal Canonico” (in contrada Brenca/San Materno) a Mola di Bari. Abbiamo avuto la fortuna di assistere all’esibizione di Mark Sherman, uno dei più grandi vibrafonisti a livello internazionale, in un concerto jazz di oltre due ore, che ha tenuto incollato alle sedie un pubblico competente ed emozionato fino alla fine.
Sherman era accompagnato da un gruppo formidabile di musicisti di alto valore individuale: il “Th3m project”; due europei e due americani: Paolo Di Sabatino al pianoforte, Bob Franceschini al sax, Martin Gjakonovsky al contrabasso e Adam Nussbaum alla batteria. Insomma, quanto di meglio è in grado di offrire il settore jazzistico a livello mondiale.
Alla fine del concerto abbiamo approfittato per rivolgere alcune domande a Mark Sherman, che si è rivelato, oltre che amabile, incredibilmente disponibile e di una grande umiltà.

L’Idea: Ti piace Mola, e questo posto in particolare?
Mark Sherman: Sono molto contento di avere conosciuto questo posto. Si mangia molto bene, il cibo è la “fine del mondo” e la gente è molto disponibile e simpatica. Abbiamo apprezzato molto la campagna e i vigneti circostanti durante una lunga passeggiata.

L’Idea: Recentemente sei stato prescelto quale ambasciatore culturale del jazz dal Dipartimento di Stato statunitense. Cosa ne pensi di questo incarico?
Mark Sherman: È stato un grosso onore avere ricevuto questo riconoscimento a rappresentare gli Stati Uniti. A tal proposito posso dire di avere fatto trenta concerti in trentatré giorni. Passando dall’Asia alla Russia, dalla Corea del Sud alla Cina e alle Filippine e quindi in Italia, in media una settimana in ogni nazione, per una breve escursione anche qui a Mola. Suonare trenta concerti con lo stesso gruppo è stata un’esperienza magica e difficile da dimenticare.

L’Idea: Il 2012 ti ha visto impegnato in tournée in Italia. Cosa ne pensi dell’Italia e degli italiani?
Mark Sherman: Io amo il popolo italiano e l’Italia, che è molto bella. Amo la vostra ottima cucina e, soprattutto le donne italiane, che trovo bellissime. Mi piace anche l’architettura italiana. Sono, peraltro, un grande ammiratore della vostra cultura millenaria che affonda le sue radici nella drammaturgia e nella grande passione che voi italiani sapete esprimere in tutti i campi. Sono stato in Italia quattro volte, e sono sempre stato trattato come un re.

L’Idea: Sappiamo che sei attualmente impegnato come insegnante. Che cosa puoi dirci di queste tue esperienze con il mondo dei giovani? Credo che i giovani vogliono “rubare” qualcosa dalla tua bravura e dal tuo talento…
Mark Sherman: Delle tre scuole dove insegno, la più importante è la Juilliard. Ho frequentato quest’Accademia e anche mia madre, che è stata una cantante d’opera, l’ha frequentata. I ragazzi di questo istituto sono di un livello molto elevato e di grande talento. Sono giovanissimi e pronti per affrontare professionalmente il pubblico già adesso. Sono davvero felice di poter suonare e insegnare ai giovani che si affacciano al mondo della musica e del jazz. In particolare, per quanto concerne la Juilliard School, è un’esperienza esaltante e magica al contempo. Questa istituzione mi offre il privilegio di condividere la facoltà di musica con maestri del jazz del calibro di Joe Wilder (85 anni e insegna ancora, è incredibile) e tanti altri. Tutti grossi nomi. È veramente un posto fantastico.

L’Idea: Quando ero giovane, ricordo di avere avuto una particolare simpatia per un altro vibrafonista, il grande Lionel Hampton che, molti anni fa, partecipò come ospite al festival di Sanremo. Che cosa puoi dirci di lui e del suo repertorio?
Mark Sherman: C’è stato qualcuno prima di lui che ha realizzato le fondamenta del settore vibrafono e che ha introdotto molti anni fa lo stile swing: Red Norvell. Poi ci sono stati Benny Goodman e altri grandi vibrafonisti. Lester Youg è stato tra i primi che ha proseguito quello stile, seguito da Dan Webster. Charlie Parker ha continuato in quella tradizione, portando il vibrafono in un’altra era della musica. Quindi è arrivato Lionel Hampton, che ha avuto il merito di portare il vibrafono a un altro livello di armonia. Dopo di lui il vero maestro dello strumento è stato Milt Jackson. Egli era unico perché era in grado di suonare in qualsiasi tonalità e in qualunque chiave armonica. Aveva il comando della poesia nel jazz. Devo citare anche Steve Nelson tra le nuove leve. Quelli che hanno posto le fondamenta di questo strumento sono i nomi che ho citato e nei confronti dei quali sento di avere un debito di riconoscenza. Hanno avuto il merito di mantenere viva la tradizione.

L’Idea: Conosci la musica popolare italiana? Mi riferisco al genere folk che va sotto il nome di “Pizzica” e “Taranta”. Pensi che ci potrebbe essere una sorta di contaminazione con la musica jazz?
Mark Sherman: Mi piacerebbe che facesse parte del mio linguaggio musicale, ma quel genere non è mai entrato a far parte della mia cultura musicale. Ho avuto modo di sentire parlare della Taranta: nessuna contaminazione. Io sono nato nella tradizione del jazz e sono rimasto affezionato a quello stile e vivo per il jazz, restando legato a quella tradizione; la mia vita è circondata da quella tradizione in quanto ho ricevuto una formazione classica. La Taranta è sicuramente buona musica. Se chi la suona è bravo va bene; se invece a suonarla è un brocco, allora niente da fare. Ad ogni modo, non sono d’accordo con chi pensa che un genere musicale sia superiore a un altro. Personalmente, preferisco il jazz perché è il genere per il quale vivo.

L’Idea: Quando suoni, ti capita di improvvisare?
Mark Sherman: Quando scrivo la musica, cerco di incorporare gli elementi che mi circondano: i figli, gli amici…. Quello che più m’ispira è il linguaggio poetico del jazz. Può essere il jazz popolare, il jazz tradizionale, il post pop jazz. Sono felice quando sono sul palco e suono. La mia vita è condizionata dal jazz e dalla musica.

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Vincenzo D'Acquaviva

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