Friday, January 21, 2022

Il segno, la scrittura, il simbolo.

Civiltà antiche e antichi misteri

In un interessante articolo letto alcuni giorni fa sul giornale online Il Tascabile viene posta la questione sull’apprendimento della lettura e della scrittura da parte dell’uomo.
Proverò a comunicare ai lettori la bellezza di quanto interiorizzato con questo mio scritto.
Sappiamo, dagli studiosi, come nessun altro animale sia stato in grado di sviluppare queste
Competenze – così ci dicono gli studiosi delle neuroscienze. Essi ci dicono altresì che il nostro cervello non possiede un assetto tale di cellule nervose in grado di elaborare il linguaggio scritto, al contrario di quello parlato.

Professore Davide Crepaldi

Che il nostro cervello non sia per sua costituzione organizzato al fine di un miglioramento dei meccanismi di scrittura e di lettura, “non lo era all’epoca della nascita della scrittura e non sembra esserlo neanche oggi”, afferma il Professore Davide Crepaldi, neuroscienziato della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati SISSA di Trieste.
Nel caso del linguaggio orale, le cose vanno diversamente. “il linguaggio è la classica proprietà emergente frutto dell’evoluzione darwiniana”.
E in che senso?

Homo erectus

Riguardo al linguaggio parlato, c’è da dire che nel corso del tempo, come avviene per qualsiasi cambiamento biologico, l’evoluzione sarebbe già avvenuta in epoche lontanissime; con ogni probabilità il cambiamento sarebbe risalente all’Homo erectus, ma anche probabilmente al Neanderthal e all’Homo heidelbergensis.
Leggo che alcuni neuroscienziati e altri ricercatori che esplorano con i loro studi la branca della neuroarcheologia stanno facendo progressivi avanzamenti sulle origini dei meccanismi nell’ambito cognitivo dell’essere umano e delle sue metamorfosi culturali.
Leggere e scrivere sarebbero strutture e funzioni del cervello preesistenti, selezionate per altri fini e riutilizzate, nel senso di ripristinare, in qualche modo, una funzione conosciuta in contesto diverso.

Emisferi cerebrali
Derek Hodgson

Questo è quanto dichiarato dallo neuroscienziato francese Stanislas Dehaene. Si chiama riciclaggio neuronale. “Non c’è un’area specifica del cervello umano dedicata o specializzata a scrivere” – Dice Derek Hodgson, neuroarcheologo, per decenni all’Università di York; “È solo nel momento in cui ogni individuo inizia a cimentarsi nell’apprendimento della scrittura che una zona specifica del suo cervello nell’area devoluta all’analisi delle forme visive – nella zona posteriore – inizia a formarsi”. Ed effettivamente la scrittura cos’altro sarebbe se non il corpo visivo di un concetto?

Le lettere, i segni grafici sarebbero composti “in un certo modo preciso” dunque riconoscibili alla nostra vista.
Hodgson prosegue rafforzando gli studi di Stanislas Dehaene secondo cui “Nel cervello dei bambini molto piccoli queste aree per le forme sarebbero due e speculari – nei due emisferi – utilizzate per compiti come il riconoscimento delle facce”

Ideogrammi

Il bambino quando cresce apprende abilità come quelle della lettura; tale pratica è appannaggio dell’area dell’emisfero sinistro che viene riadattata a riconoscere le lettere; l’area dell’emisfero destro proseguirebbe ad operare secondo le funzioni originarie.
Le lettere nel loro distendersi in segni grafici, come avviene per le forme o per gli oggetti, presentano una superficie che colpirebbe la retina (“un foglietto di cellule fotosensibili posto sul fondo di quella camera oscura biologica che è l’occhio”), attraverso la luce riflessa. Pertanto così “Inizia un’elaborazione “multistrato”, dove gli strati corrispondono a cellule – o network di cellule – via via più specializzate, che eseguono cioè analisi sempre più sofisticate dalla periferia del sistema visivo (la retina) alle aree più centrali, fino a oltre la corteccia visiva”. Hodgson afferma che queste cellule rileverebbero i bordi orizzontali e verticali, “Che sono anche quelli più frequenti in qualsiasi scena visiva che troviamo davanti ai nostri occhi”. La spiegazione risiede nel fatto che vincoli fisici, in primis la forza di gravità, plasmano la forma del mondo e i nostri occhi sono congegni efficaci nell’individuarle.
Altri studi in seguito rilevarono come esistessero “Cellule specializzate per orientamenti obliqui, bordi in movimento, angoli, incroci, bordi curvi, elementi fondamentali per dare ordine a una varietà infinita di forme. Hodgson le chiama “Particelle elementari della forma”; esse sono disposte in modo piramidale, “con i bordi verticali e orizzontali in cima alla piramide e via via gli elementi più complessi”. Secondo Hodgson le lettere sarebbero costituite da queste stesse proprietà visive combinate fra loro che inoltre calamitano in modo naturale la nostra attenzione e, pertanto, sono anche facilmente riconoscibili.

Grafemi

Senza volermi dilungare troppo sullo specifico di grafemi, (riferiti al segno), fonemi (riferiti al suono) e morfemi, (riferiti a un gruppo di parole), dirò in sintesi, quanto mi ha colpita del discorso di Mark Changizi, (studioso cognitivo dell’ambito delle neuroscienze), quanto egli afferma sulla forma geometrica del segno. Changizi ha classificato i grafemi costitutivi di molti sistemi di scrittura.

Mark Changizi

Per Changizi la forma conta fino a un certo punto; mentre sarebbe invece più importante porre attenzione su come le linee si disporrebbero a interagire tra loro. Le linee delle lettere fatte di un solo tratto come una C e una S, hanno lo stesso valore spaziale.
Le lettere T, L, X – pur formate tutte da due tratti – si incrociano al centro della linea o al vertice e pertanto tre caratteri considerati con valore spaziale diverso; le linee delle lettere V e L hanno lo stesso valore topologico, i tratti infatti si incontrano ai vertici.

Fonemi consonantici

Changizi va oltre e indica come i segni linguistici “assomiglino alla natura”; pensiamo ad esempio ai pittogrammi, segni grafici referenti di qualcosa, in quanto lo rappresentano – non così la parola – Pertanto la forza espressiva del pittogramma può essere compresa da persone che parlano lingue diverse. Ci dice così Changizi: “È un pittogramma, per esempio, un disegno di un cavallo che rappresenti il concetto di cavallo e non la parola. Quando il disegno si riferisce a un concetto, ne indica un’azione, allora si parla di ideogramma.
Riepilogando, secondo Hodgson e Changizi

– In Natura esisterebbero elementi visivi “di base”.
– Le cellule che presiedono al sistema visivo si sono disposte a “rilevarli e analizzarli” in modo rapido e funzionale, per ricostruire lunghezza, larghezza e profondità degli oggetti, catturati e definiti da queste tre coordinate spaziali.
– Gli uomini a un certo punto hanno iniziato a riprodurre quei segni grafici, referenti di forme, e successivamente li hanno usati per far passare informazione e significato.

A queste deduzioni si è giunti dopo avere analizzato segni grafici paleolitici da parte degli uomini che operavano su roccia o con decorazioni nell’argilla attraverso graffiti. Si parla addirittura di cinquecentomila anni fa, l’era dell’ Homo erectus.

Francesco D’Errico -archeologo del CNRS francese

Possiamo collegare il pensiero dello studioso succitato con un altro studio pubblicato nel 2019 da Francesco D’Errico -archeologo del CNRS francese (Università di Bordeaux) – e colleghi in Open Science.
Tale studio inseriva i risultati di una serie di esperimenti fatti con la risonanza magnetica funzionale. Negli esperimenti si potevano osservare immagini di incisioni paleolitiche ed anche paesaggi, oggetti, parole senza significato risalenti a un periodo che va da 540 mila fino a 30 mila anni fa. Inoltre questi esperimenti ponevano in luce come veniva attivava anche l’area per la forma delle parole nell’emisfero sinistro. Quindi “questi segni così antichi potevano avere avuto fin dall’inizio una funzione simbolica”.
A questo punto si può porre la questione del segno grafico secondo un altro interessante punto di vista: il simbolico della parola.
Silvia Ferrara, archeologa dell’Università di Bologna afferma che “La scrittura non è nata cinquemila anni fa, come si dice comunemente. A quell’epoca risalgono i sistemi di scrittura che conosciamo, ma quando parliamo di significati associati a simboli, torniamo indietro di un bel po’”.
Parlare quindi di scrittura si rivela più complesso di quanto possiamo pensare, poiché, in base a quanto scritto finora, assistiamo a due linee di pensiero divergente.
Se da un lato, infatti, lo scienziato britannico Derek Hodgson sostiene che i segni grafici hanno in origine un fine estetico, mentre solo successivamente i segni sarebbero stati colmati di un contenuto simbolico, per la Professoressa Ferrara, l’aspetto simbolico del segno grafico sarebbe stata precoce. E questo ci farebbe dedurre che il linguaggio scritto sarebbe nato precocemente.
Cosa potrebbe dirci questo lungo discorso sulla scrittura?
A me personalmente colpisce parecchio l’idea del segno grafico come immagine catturata dal sistema visivo. Ho ripensato agli anni trascorsi nell’asilo Moschini di Padova, una scuola con metodo Montessori (oggi denominata scuola materna).

Scuola Moschini metodo Montessori
Lettere secondo il metodo Montessori

Lettere e numeri venivano presentati ai bambini attraverso forme prodotte con carta liscia e su uno sfondo di forme ruvide. Tatto e vista agivano uniformemente e convogliavano l’attenzione verso qualcosa di plurisensoriale. Imparare per me era naturale e accattivante.
In quanto, poi, a parola come rimando al simbolico mi sovviene il termine simbolo quale “apertura all’Essere”, “alleanza” e “incontro” con quanto sedimentato in noi: scenari, archetipi, infinite e verticalizzanti relazioni semantiche che ci parlano, vivide di richiami a indeterminate visioni forti, fecondi, creativi.
Dal Mito alla Storia religiosa dei popoli, l’uomo di ogni tempo non può non avere attinto da quel flusso di parole che assurgevano a simbolo dal valore sacrale per la propria vita, in quanto parole preesistenti e istintivamente convogliate e nel proprio vissuto.

Marina Agostinacchio
Nel 1998 e nel 2007, Marina Agostinacchio è tra i vincitori del concorso nazionale di poesia “Premio Rabelais”. Nel 2006 è tra i finalisti del Premio “Tra Secchia e Panaro”. Nel 2002 ha ottenuto il Premio internazionale Eugenio Montale per l’inedito. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesie Porticati, nel 2009 la raccolta Azzurro, il Melograno, nel 2012 Lo sguardo, la gioia, nel 2014 Tra ponte e selciato. Nel 2021, Marina Agostinacchio ha pubblicato il volume di poesie Trittico berlinese.

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