Sunday, July 3, 2022

Il rinascimento: l’era delle poetesse. Parte terza

Rime, sonetto 4

Quanto pregiar ti puoi, Siri mio amato,
de la tua ricca e fortunata riva
e de la terra, che da te deriva
il nome, ch’al mio cor oggi è sí grato;

s’ivi alberga colei, che ‘l cielo irato
può far tranquillo e la mia speme viva,
malgrado de l’acerba e cruda Diva,
ch’ogni or s’esalta del mio basso stato.

Non men l’odor de la vermiglia Rosa
di dolce aura vital nodrisce l’alma
che soglian farsi i sacri Gigli d’oro.

Sarà per lei la vita mia gioiosa,
de’ grievi affanni deporrò la salma
e queste chiome cingerò d’alloro.

Nel quarto sonetto delle Rime di Isabella Morra, come si evince dallo scritto del critico Gianni Antonio Palumbo, siamo di fronte a zone di ambiguità per quanto riguarda alcuni campi lessico-semantici.Ad esempio il riferimento al Siri, potrebbe essere a Sirisium o Sinistium, Senise, terra dove avrebbe dimorato nel 1537 Giulia Orsini, ( “s’ivi alberga colei…”) — moglie di Pietro Antonio Sanseverino — principessa di Bisignano, corte dove trovò ospitalità la Morra.
La dedica del sonetto sarebbe, quindi, rivolta a una possibile protettrice che forse avrebbe potuto concretamente agire per un riconoscimento artistico della Morra.
Circa questa misteriosa donna, riporta, il Palumbo, l’ipotesi della professoressa Maria Antonietta Grignani, dell’Università del Dipartimento di Studi Umanistici di Pavia, che afferma come la dedica del sonetto sia da indirizzare a Clarice Orsini, sorella di Giulia, moglie di Luigi Carafa, principe di Stignano.
Ciò in relazione ai versi di Luigi Tansillo, poeta italiano di fine 1500, “di ispirazione petrarchesca; ”Clarice fu definita infatti da, del Tebro Rosa (“de la vermiglia Rosa” Morra, Rime, sonetto quarto, prima terzina verso 1).
(“Clarice ebbe nove figli, vive nell’ombra, muore giovane: Clarice Orsini, ‘rosa spinosa’, fa’ di tutto per essere una buona moglie per Lorenzo de Medici. Che non la ama, e anche durante le sue gravidanze, continua a comporre sonetti d’amore per Lucrezia Donati. Ma la rispetta: nessuna amante prenderà mai il posto della consorte. Neppure Firenze la ama, come succederà dopo di lei alle altre spose forestiere sbarcate per impugnare il talamo più ambito della città”).

La figura femminile, quale donna angelo, è qui incarnata dalla “dama della vermiglia rosa” che Isabella auspica sarebbe intervenuta a placare le insidie della Fortuna. Si tratta di vagheggiamenti della Morra che, se prima nutriva speranze nella corte di Francia, ora pare depositarle nella “vermiglia rosa”. Addirittura, i grievi affanni e la salma (Rime, seconda quartina, verso 2), sarebbero superabili per l’intima speranza di un oltre verso l’acquisizione di un riconoscimento letterario.

Il canone della donna angelo richiama la Simonetta delle stanze di Agnolo Poliziano

Agnolo Poliziano

Stanze, 43, versi 1,8

Isabella Morra

Rime, sonetto 4, terzina 1, versi 1,2

Candida è ella, e candida la vesta,

ma pur di rose e fior dipinta e d’erba;

lo inanellato crin dall’aurea testa

scende in la fronte umilmente superba.

Rideli a torno tutta la foresta,

e quanto può suo cure disacerba;

nell’atto regalmente è mansueta,

e pur col ciglio le tempeste acqueta.

Non men l’odor de la vermiglia Rosa

di dolce aura vital nodrisce l’alma

 

Circa la Fortuna, riferimenti a Laura Terracina, poetessa del Rinascimento, in una delle sue raccolte poetiche dedica versi a Clarice Orsini, definendola: generosa signora al cui bel nome ogni tempesta di pensier s’acqueta

 

 

Riguardo ai versi del sonetto de la tua ricca e fortunata riva e de la terra, che da te deriva della prima quartina (Rime, versi 2, 3) sono evidenti le risonanze all’ Avignone del Petrarca e le suggestioni ricevute dall’evocazione di paesaggi cari al poeta aretino.

Francesco Petrarca

Canzoniere, sonetto 4, seconda terzina, versi 1,3

Isabella Morra

Rime, sonetto 4, versi 1,4

ed or di picciol borgo un sol n’à dato,

tal che natura e ‘l luogo si ringratia

onde sí bella donna al mondo nacque

Quanto pregiar ti puoi, Siri mio amato,

de la tua ricca e fortunata riva

e de la terra, che da te deriva

il nome, ch’al mio cor oggi è sí grato

Francesco Petrarca

Canzoniere, sonetto 162, versi 9,11

 

o soave contrada, o puro fiume,

che bagni il suo bel viso et gli occhi chiari

et prendi qualità dal vivo lume;

Francesco Petrarca

Canzoniere, sonetto 208, versi 9,10

 

Ivi è quel nostro vivo et dolce sole,

ch’addorna e ‘nfiora la tua riva manca:

forse (o che spero?) e ‘l mio tardar le dole.

Francesco Petrarca

Canzoniere, sonetto 117, versi 1,2

 

Se ‘l sasso, ond’è piú chiusa questa valle,

di che ‘l suo proprio nome si deriva,

 

 

Il motivo della ricerca di protezione presso una corte, o presso un personaggio autorevole, può essere individuata in consonanze con le Rime di Pietro Bembo a cui la Morra si ispira per i suoi versi.

Pietro Bembo

Rime, Sonetto XIX. (XXIV.)

e s’a prego mortal Febo si muove

tu sarai il mio Parnaso, e il crine intorno

ancor mi cingerai d’edere nove

e queste chiome cingerò d’alloro

 

Seppure definito da qualche critico sonetto convenzionale, in quanto forse maggiormente costruito in linea ai canoni estetici correnti, rispetto alla ricerca di una resa contenutistica, possiamo scorgere la scoperta intima, da parte di Isabella, di una terra, la sua, sentita come felice, capace di offrire una nuova visione di sé. (Quanto pregiar ti puoi, Siri mio amato,/de la tua ricca e fortunata riva/e de la terra, che da te deriva/il nome, ch’al mio cor oggi è sí grato).

Ricca è la simbologia nella seconda quartina in cui quella “colei, che ‘l cielo irato/può far tranquillo e la mia speme viva”  è la donna che potrà riscattare Isabella da un anonimato -il suo “basso stato” — avvertito dalla  poetessa, “malgrado de l’acerba e cruda Diva” (la Fortuna nemica che si rallegra nell’umiliarla)

(s’ivi alberga colei, che ‘l cielo irato/può far tranquillo e la mia speme viva,/malgrado de l’acerba e cruda Diva,/ch’ogni or s’esalta del mio basso stato).

Oramai la speranza della poetessa è riposta ne “l’odor de la vermiglia Rosa”, metonimia della signora — Giulia o Clarice Orsini — che l’affrancherebbe dallo stato di frustrazione e che potrà “nodrirle l’alma”, come avrebbero potuto fare i sacri Gigli d’oro di Francia.

In virtù di essa (la nobile signora) la vita apparirà gioiosa e gli assilli saranno solo un ricordo superabile proprio perché la poetessa potrà vivere il riscatto di riconoscimenti letterari.

(“de’ grievi affanni deporrò la salma/e queste chiome cingerò d’alloro”).


Bibliografia

Gianni Antonio Palumbo, Isabella Morra, Rime
Daniela Cavini Clarice, la rosa nell’ombra
Francesco Petrarca, Canzoniere
Pietro Bembo, Rime
Agnolo Poliziano, Stanze

Marina Agostinacchio
Marina Agostinacchio
Nel 1998 e nel 2007, Marina Agostinacchio è tra i vincitori del concorso nazionale di poesia “Premio Rabelais”. Nel 2006 è tra i finalisti del Premio “Tra Secchia e Panaro”. Nel 2002 ha ottenuto il Premio internazionale Eugenio Montale per l’inedito. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesie Porticati, nel 2009 la raccolta Azzurro, il Melograno, nel 2012 Lo sguardo, la gioia, nel 2014 Tra ponte e selciato. Nel 2021, Marina Agostinacchio ha pubblicato il volume di poesie Trittico berlinese.

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